Berlusconi gongola. Si autonomina candidato presidente. Ricompatta il centro destra, porta a casa la “quarta gamba”. Mentre Renzi strilla, in guerra col mondo, Padoan apre all’ex cavaliere

Berlusconi gongola. Si autonomina candidato presidente. Ricompatta il centro destra, porta a casa la “quarta gamba”. Mentre Renzi strilla,   in guerra col mondo, Padoan apre all’ex cavaliere

Berlusconi vince il primo round. Anzi una doppia vittoria. In poche ore incassa il sì di Salvini e di Meloni. Dopo il pranzo ad Arcore, a Villa San Martino, in quattro ore ha convinto Salvini, in particolare, che era meglio una coalizione a quattro di una a tre. Il secondo risultato da mettere in cassa era dato dal ministro Padoan che affermava la possibilità, qualora fosse stato necessario, per formare il governo, di una alleanza Pd-Forza Italia. Insomma un successo pieno per il Berlusca che vede avvicinarsi sempre più la  conquista della  maggioranza assoluta necessaria per governare. Meglio ovviamente se il Pd è disponibile a rinnovare il patto del Nazareno come ha affermato Padoan, il quale non parla mai a caso. In due si viaggia meglio. La disponibilità enunciata dal ministro infatti è stata dichiarata insieme all’elogio per Renzi e la politica portata avanti nei suoi “mille giorni” di governo. Successo pieno, dicevamo, anche per quanto riguarda i rapporti con Lega e Fratelli d’Italia che non hanno battuto ciglio di fronte al fatto che proprio prima del confronto con gli alleati Berlusconi abbia dato alle stampe il manifesto elettorale nel quale compare il suo nome come futuro presidente del Consiglio cui, come è noto, aspira Salvini.

Tornano alla casa madre i fuoriusciti da Forza Italia

Qui arriva il “capolavoro” dell’’ex cavaliere che ha portato all’accordo. Dal momento che la matematica non è una opinione sembrava naturale prendere al volo la possibilità che insieme a Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia entrasse in campo la cosiddetta “quarta gamba”, una accozzaglia di cespugli che tornano alla casa madre, quella di Forza Italia, appunto con in più l’ex sindaco di Verona, Flavio Tosi. Fatti i conti i “quattro” sarebbero in grado di portare un milioncino di voti. Sono guidati da Lorenzo Cesa, leader di Udc con Maurizio Lupi, Raffaele Fitto, ex ministro che torna all’ovile, Saverio Romano, lista autonomista alle elezioni siciliane, Andrea Augello, passato da Alfano a Quagliariello, rientrato in Fi e Flavio Tosi, ex sindaco di Verona, già uno dei leader della Lega che Salvini vede come il fumo negli occhi. Proprio il capo leghista si è opposto al ”quartetto”. A Berlusconi aveva più volte mandato a dire che di quelli della “quarta gamba” doveva farsi carico lui. Li infilasse nella sua lista. Quindi alleanza a tre, con divisione equa: il 40% dei candidati a Forza Italia, altrettanto alla Lega e il 20% a Fratelli d’Italia. Alla fine però ha ceduto ed la “quarta gamba” entra trionfante, con una propria identità e propri candidati. Ora occorre rivedere le quote che riguardano i candidati. Nel comunicato ufficiale non se ne parla. Ma “voci” di corridoio indicano: Fi conferma il 40% dei candidati, la Lega il 35%, il 15% Fratelli d’Italia, il 10 % la quarta gamba.

Le promesse di Berlusca e soci, un mare di chiacchiere

Per quanto riguarda il programma da presentare agli elettori, arriva il libro dei sogni. A promettere non ci vuole niente. Tra le priorità individuate ci sono “l’adeguamento delle pensioni minime a mille euro, il codice di difesa dei diritti delle donne e la revisione del sistema istituzionale col principio del federalismo e presidenzialismo”. Ancora: “Meno tasse, meno burocrazia, meno vincoli dall’Europa, più aiuti a chi ha bisogno, più sicurezza per tutti, riforma della giustizia e giusto processo, revisione del sistema pensionistico cancellando gli effetti deleteri della Legge Fornero, realizzazione della flat tax, difesa delle aziende italiane e del Made in Italy, imponente piano di sostegno alla natalità, controllo dell’immigrazione: saranno questi i primi passi dell’azione di governo di Centrodestra che uscirà dalle politiche del prossimo 4 marzo”. In promesse Berlusconi è uno specialista, nel mantenerle ha già dato prove diciamo di “disinvoltura”. Tra le decisioni prese anche quella di costituire due delegazioni comuni, che si incontreranno già martedì prossimo, per definire i dettagli del programma e dei collegi.

A Salvini l’onore delle armi. Giri di valzer per Lombardia e Lazio

“Sulle regionali la coalizione conferma che si presenterà con candidati comuni e condivisi. Per quanto riguarda la Lombardia, se davvero il presidente Maroni per motivi personali non confermasse la disponibilità alla sua candidatura, verrebbe messo in campo un profilo già comunemente individuato”. Proprio attorno alla notizia della possibile “indisponibilità” di Maroni ruota l’accordo che ha avuto il sì di Salvini. “Voci” degne di fede, come si dice in gergo, fanno sapere che nel caso Maroni fosse “indisponibile” la candidatura potrebbe vedere la scesa in campo della Gelmini. E si cambiano così le carte in tavola. Salvini, ceduta a Forza Italia la Regione, avrebbe il via libera per la candidatura a premier, comunque al numero uno in campo nazionale. Berlusconi, come è noto, è impedito ad assumere incarichi di governo, anche se non gli può essere impedito di stampare manifesti in cui si annuncia come presidente. In gioco per un incarico importante entrerebbe Fratelli d’Italia con la candidatura di un suo esponente, Rampelli, a presidente della Regione Lazio. Sarebbe così ricompensata della partita di un cinque per cento di candidati. Fantapolitica? Può darsi, ma in tutti questi giri di valzer il Pd che vuole bastonare tutti, rischia di prendere sonori schiaffoni. Non solo il danno ma anche la beffa. Perché, si dice, la diaspora degli ex dc, la divisione che si è registrata fra coloro che sono andati con la Lorenzin e quelli della quarta gamba che sono tornati alla casa madre, può essere un gioco delle parti. Basta ricordare una sera  in cui nel “salotto” di Bruno Vespa si fronteggiavano le due anime alfaniane. Candidamente chi se ne andava, leggi Lupi, e chi restava, leggi Lorenzin, affermavano che fra loro regnava armonia e non come accadeva nel Pd dove gli “scissionisti” se ne andavano sbattendo la porta e Renzi non era da meno. Insomma, dicono voci di corridoio, metà alfaniani, ex dc con Renzi, metà con Cesa, Lupi, di nuovo in Forza Italia. Nel mezzo il prigioniero, Renzi Matteo, che strilla sempre più e non sa dove sbattere la testa. Chiedere al ministro Calenda per avere notizie di prima mano.

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