Verso scioglimento Camere a fine anno, Colle aspetta manovra, e ufficiosamente lascia intendere di non aver ancora deciso

Verso scioglimento Camere a fine anno, Colle aspetta manovra, e ufficiosamente lascia intendere di non aver ancora deciso

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sembra orientato a sciogliere le Camere entro Capodanno consentendo così al governo di fissare per il 4 marzo 2018 la data delle elezioni politiche. Nulla però è deciso, anche perché – come ribadito più volte – il capo dello Stato aspetta il varo definitivo della manovra per prendere le sue decisioni. Il 22 dicembre, con la manovra che dovrebbe essere approvata definitivamente dal Senato, il governo considererebbe chiuso il suo lavoro. Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni già nel corso della consueta conferenza stampa di fine anno (prevista per il 28 dicembre ma non è escluso che slitti al 29) potrebbe annunciare la fine della legislatura. A questo punto – non è escluso che ciò accada al termine dell’incontro stesso con i giornalisti – Gentiloni salirebbe al Quirinale da Sergio Mattarella al quale comunicherebbe la conclusione del suo incarico.

I passi procedurali per lo scioglimento delle Camere

Il capo dello Stato, come prevede la Costituzione, dovrebbe convocare quindi i presidenti di Senato e Camera per poi procedere all’emanazione del decreto di scioglimento del Parlamento. Secondo quanto si apprende in ambienti di governo, il capo dello Stato potrebbe spiegare i motivi della sua decisione nel corso del messaggio di fine anno agli italiani. Una volta emanato il decreto si riunirebbe il Consiglio dei ministri per indicare la data della consultazione elettorale. Una data sicuramente con alla base un patto maggioranza-partiti. Se lo scioglimento delle Camere dovesse avvenire prima della fine dell’anno ci sarebbero i termini previsti dalla legge (non meno di 45 giorni dopo il decreto presidenziale e non più di 70) per arrivare al voto il 4 marzo. Una data che continua a ricorrere da settimane anche se spesso è stata affiancata una seconda scelta, il 18 marzo.

Ma dubbi permangono sulla decisione di Mattarella

Nulla è però ancora deciso al Colle, perché l’attività delle Camere è nel pieno, soprattutto per quanto riguarda la manovra. Anche se è ormai evidente come le forze politiche siano consapevoli di avere davanti una legislatura giunta al capolinea. Ecco allora lo scioglimento anticipato (peraltro ‘appena’ tre mesi prima della scadenza naturale) a cui ricorre il presidente della Repubblica, ma solo dopo il varo – passaggio necessario e da Mattarella più volte evocato – della manovra. A rendere l’attuale quadro politico sempre più incerto, e quindi forse bisognoso di uno stop per poi ripartire con nuovo vigore, è arrivata anche la decisione di Angelino Alfano di non ricandidarsi alle prossime elezioni, che ha dato vita alla scissione di Alternativa popolare. Un passaggio che indica come ormai la mente dei partiti sia rivolta alle urne e non avrebbe quindi senso – una volta chiusi i capitoli ancora aperti – ritardare le elezioni.

E Gentiloni rimarrebbe in carica senza la necessità di dimettersi

Alla riflessione sulle date (scioglimento e convocazione delle urne) se ne affianca un’altra, quella sulla figura di Paolo Gentiloni. Il premier non sarà sfiduciato dalle Camere e quindi salirà al Colle certo per dire che la legislatura è terminata, che il suo compito è finito, ma non lo farà da dimissionario. Gentiloni rimarrà in carica per gli affari correnti – anche se poi formalmente dovrà dimettersi e avere la fiducia dal nuovo Parlamento – ma, come insegnano alcuni precedenti di governi (D’Alema nel 2001 e Berlusconi nel 2006) non dimessisi con Camere sciolte, avrà la possibilità, laddove serva o lo ritenga opportuno, di andare oltre gli “affari correnti”. Una scelta, questa, che potrebbe rendersi necessaria per avere un governo in carica a tutti gli effetti nel caso (non improbabile allo stato dei fatti) che dalla prossima tornata elettorale non riesca a nascere subito un esecutivo e che tutto venga rimandato a successivi tentativi, per la ricerca di una maggioranza che sostenga il nuovo governo o addirittura a nuove elezioni ancora.

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