Tra storia e politica. Sinistra di governo

Tra storia e politica. Sinistra di governo

Su “la Repubblica” Roberto Mania ha scritto un articolo interessante di riflessione sulla manifestazione della Cgil del giorno precedente in connessione a ciò che a sinistra sta emergendo con la nuova formazione politica guidata da Grasso. Il filo del ragionamento è l’esigenza che torni ad esserci nel panorama politico nazionale un “partito del lavoro”. Mania prende le mosse dalla data del 2 dicembre per ricordare che quarant’anni fa ci fu a Roma una grande e oceanica manifestazione unitaria dei metalmeccanici indetta dalla Flm, il sindacato unitario di categoria, per protestare contro il governo Andreotti, la sua politica dei sacrifici, oggi si direbbe di austerità, troppo indirizzata a senso unico verso i lavoratori e i più deboli. Quel governo, com’è noto, si reggeva sulle astensioni, compresa quella determinante del PCI di Berlinguer. Era una combinazione politica scaturita dal voto del 20 e 21 giugno del 1976 che aveva visto due vincitori, come si disse all’epoca: il PCI che raggiunse il suo massimo storico con il 34,4% dei voti, e la DC che evitò il sorpasso attestandosi sul 38%. L’astensione del PCI fu determinata dalla preoccupazione per lo stato economico pressoché fallimentare in cui versava il Paese e per l’insorgenza terroristica e di violenza che lo percorreva. Ma, al tempo stesso, in qualche modo, fu considerata una tappa di avvicinamento alla partecipazione al governo nell’ambito della strategia del “compromesso storico” e dei governi di unità nazionale – due, e tutti diretti da Andreotti – che poi, per breve tempo, ne scaturirono.

2 dicembre 1977: Il valore della grande manifestazione dei metalmeccanici

La manifestazione dei metalmeccanici ebbe il merito di interrompere, più che Lama all’università di Roma occupata, per “nicodemismo”, come lo bollò Giorgio Amendola, una crescente sofferenza del PCI che, da una parte era stretto dalla strategia dei “piccoli passi” di Moro imposta dalle resistenze più profonde del suo partito e, dall’altra, dalla crescente insofferenza dei lavoratori, dei giovani e delle masse popolari chiamate a “salvare l’Italia”. A salvarla con sacrifici “non marginali ma sostanziali” come aveva pronosticato il leader della Cgil Luciano Lama per fermare l’inflazione galoppante a due cifre. Vi era poi, pesante come un macigno, la contrarietà minacciosa degli americani e dei governi europei appartenenti alla Nato che non erano per niente contenti di un eventuale accesso al governo dei comunisti. Il 17 luglio, a meno di un mese dalle elezioni politiche del ‘76, il cancelliere tedesco socialdemocratico Helmut Schmidt, mentre si stava trattando sulla formazione del nuovo governo, aveva reso noto che al vertice di Portorico fra Germania, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, si era convenuto di non concedere prestiti all’Italia nel caso di un governo con la partecipazione del PCI. Il 1977 era stato un annus horribilis sia per l’esplodere della violenza armata brigatista e neofascista, sia per la contestazione contro i “berlingueriani” di larghe fasce giovanili dominate dalla “autonomia operaia” che sfociò nell’aggressione al comizio, e di importanti intellettuali che, di fronte al “terrorismo rosso” propendevano per lo slogan “né con lo Stato né con le BR”.

Il rapimento e l’assassinio  di Moro segnarono la fine della solidarietà nazionale

La manifestazione dei metalmeccanici dette una scossa a far rompere gli indugi al PCI che pose con chiarezza alla DC e alle forze della sinistra e democratiche la questione: così non si può andare avanti; i comunisti o al governo o all’opposizione. E il governo Andreotti si dimise. Il Dipartimento di stato americano si fece subito sentire. Richiamò l’ambasciatore Gardner e comunicò urbi et orbi: “L’atteggiamento del governo statunitense nei confronti dei partiti dell’Europa occidentale, compreso quello italiano, non è mutato (…) i leader occidentali devono dimostrare fermezza nel resistere alla tentazione di trovare soluzioni tra le forze non democratiche”. Moro non era considerato fermo. Infatti, poi, fu fermato. Ciò malgrado, dopo un’intensa discussione, si addivenne fra i protagonisti a un compromesso politico: l’equilibrio di governo fu spostato in avanti, il PCI non entrava al governo ma, con esso, si formava una maggioranza politica. La storia di quel che successe in seguito è nota. Perciò quando Mania scrive che “Quarant’anni fa, ‘una forza operaia immensa’, come titolò l’Unità, avviò il declino della strategia della solidarietà nazionale”, sbaglia. Non furono gli operai, tutt’altro; fu il rapimento e l’assassinio di Moro a segnare non un lento declino ma la rapida fine di quella strategia.

La disgustosa vignetta di Repubblica con un Berlinguer infastidito dagli schiamazzi degli operai

A immortalare malignamente l’effetto della manifestazione dei metalmeccanici, nell’ambito di una qual certa contestazione da sinistra del PCI, ci fu una vignetta di Forattini su “la Repubblica” in cui si raffigurava un Berlinguer in vestaglia di seta che prende il tè con capelli impomatati e bocchino d’avorio, infastidito dagli schiamazzi degli operai. Cosa non vera. Anzi, Berlinguer colse al volo quella mobilitazione per superare anche le resistenze interne al partito che tendevano a subire le lentezze morotee, che avevano timore di “tirare troppo la corda” non accorgendosi che quella fune stava strangolando, o meglio logorando come si disse allora, il PCI.

Di quei giorni ricordo con piacere una manifestazione al Palazzo dei Congressi a fine dicembre con Giorgio Amendola che invitò i militanti a non demordere, a prendere in considerazione anche l’eventualità di fare un passo indietro e di tornare all’opposizione “per meglio prendere la rincorsa, riprendere fiato e fare il salto decisivo”, disse. Amendola, sebbene passasse per essere un governista, non era fra i timorosi e non lo fu neanche quando Berlinguer decise alla fine del ’78, scomparso Moro, che non c’erano più le condizioni per continuare in un’alleanza che aveva perso ogni significato e ogni mordente riformatore, i cui maggiori contraenti, la DC e il PSI di Craxi, erano già pronti per andare in tutt’altra direzione.

Lotta sociale e politica per creare le condizioni di una “sinistra di governo”

Quando oggi, da più parti, si parla a ogni piè sospinto, quasi sempre a sproposito, di “sinistra di governo”, ci si dovrebbe ricordare che ambire a quell’obiettivo non è solo una questione di volontà ma anche di capacità di creare con la lotta sociale e politica le condizioni e i rapporti di forza adeguati per andare a governare e fare le cose che contraddistinguono un moderno programma progressista. Non basta dirsi di governo per esserlo. Invece l’espressione “sinistra di governo” in questi ultimi lustri ha assunto tutt’altra accezione, è divenuta, insieme alla parola “riformismo”, una sorta di minaccia per il lavoratori e i ceti popolari. Non l’indicazione di una legittima ambizione corredata dai requisiti di capacità per esercitarla, bensì quella di una sinistra rassicurante, non troppo ostica ai privilegi di lor signori, moderatamente neoliberista, realista quanto basta per mettere da parte ogni “questione morale”, pronta a ingoiare ogni rospo, pur di assicurare la governabilità del paese a sua maestà l’establishment. Una sinistra subalterna ai poteri e alle classi dominanti che, non a caso, si è ridotta al lumicino.

Se non ci sono le condizioni, e oggi non ci sono, per governare l’Italia da sinistra, avviando a soluzione i giganteschi problemi sociali, economici, ambientali e morali che l’attanagliano e quelli ancor più terribili che sul piano sociale si stanno preparando, ci si impegna a crearle con un lavoro di lunga lena; guardando alla società di oggi non a quella di ieri. Una società, quella attuale, segnata dalla rivoluzione tecnologica permanente, dalla scomposizione e svalorizzazione del lavoro, dal dominio incontrastato della finanza. Cercando di ricollegarsi organicamente, e non solo con le narrazioni letterarie, ai soggetti vivi e veri vittime dell’aumento delle diseguaglianze. L’obiettivo realistico, per esempio, alle prossime elezioni politiche, sarebbe quello di portare in parlamento un minimo di rappresentanza politica di sinistra intenzionata e in grado di fare politica, portando innanzi i problemi dei lavoratori, dei precari, dei poveri, e le soluzioni adeguate a quei problemi. Avendo come ispirazione gli interessi del mondo del lavoro che non sono altro rispetto a quelli più generali del paese.

Proprio per cominciare a ricongiungere i termini che ci si è dedicati in questi anni, con perseveranza e non senza successo, a disgiungere e allontanare: sinistra e governo.

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