Renzi, Orfini, Boschi, Carrai, storie di un conflitto di interessi, democrazia sfregiata. Clamoroso autogol del “cerchio magico”. Difesa di un potere indifendibile. Il Pd, isolato, si arrocca, nei sondaggi perde consensi. Perfino Repubblica chiede alla sottosegretaria di lasciare la politica

Renzi, Orfini, Boschi, Carrai, storie di un conflitto di interessi, democrazia sfregiata. Clamoroso autogol del “cerchio magico”. Difesa di un potere indifendibile. Il Pd, isolato, si arrocca, nei sondaggi perde consensi. Perfino Repubblica chiede alla sottosegretaria di lasciare la politica

Comprendiamo Renzi Matteo e Orfini Matteo, segretario del Pd il primo, presidente il secondo. Li ricordiamo quando giocavano con la playstation mentre si svolgeva lo scrutinio delle elezioni in sette regioni (anno 2015) e loro, spavaldi, cantavano vittoria. Poi era arrivata la notizia che la Liguria era stata perduta, andava alla coalizione berlusconiana, così il Veneto. Ma rimaneva loro la vittoria in cinque Regioni, Toscana, Umbria, Marche, Campania, Puglia. La rottamazione aveva avuto effetto. Non è un caso che ora li ritroviamo, malconci e malandati, non più davanti alla playstation ma alla nuda realtà di una sconfitta bruciante in una guerra che avevano iniziato contro i vertici di Banca Italia, mirando lontano, fino all’inquilino che abita a Francoforte, per far dimenticare che proprio per quanto riguarda la politica nel settore creditizio il governo del Pd aveva fallito clamorosamente. Porta bandiera della truppa renziana Maria Elena Boschi, con l’incarico di entrare nel fortino dei nemici, da Visco, a Vegas, presidente della Consob, a Ghizzoni, l’ex ad di Unicredit. Il cavallo di Troia Banca Etruria, quella che Maria Elena ben conosceva visto che suo padre era stato vicepresidente, una delle banche in crisi, commissariata. Un terreno adatto per dimostrare  che la crisi del nostro sistema creditizio era dovuto a chi avrebbe dovuto vigilare e non aveva vigilato, Consob e Bankitalia in primo luogo, che sia ben chiaro non sono proprio  immuni da colpe e responsabilità. Ora che, senza ombra di dubbio, la missione della Boschi, non solo è fallita, ma proprio lei si è data troppo da fare tanto da diventare ormai indifendibile, un danno scrivono anche giornali che hanno avuto simpatie renziane, ci riferiamo a La Repubblica il cui direttore, Calabresi ne chiede non solo le dimissioni da sottosegretaria, non solo che non si ricandidi ma che lasci la politica, che è cosa che non fa per lei.

Quando i due Mattei giocavano con la playstation e volevano spaccare il mondo

Guarda caso i due Mattei che nei momenti in cui la rottamazione sembrava spaccare il mondo giocavano con la playstation, ora si ritrovano compatti come un sol uomo nella difesa, impresa disperata, di Maria Elena Boschi. Nel comunicato  che reca le due firme, Renzi confermerà anche in una intervista alla Stampa che si è prestata alla bisogna, quasi i fatti non parlassero da soli, che per un politico il giudizio lo esprimono i cittadini al momento del voto. Quindi Maria Elena si deve presentare, ancora non si sa bene in quale collegio. Siamo alla farsa. Renzi sa bene che la sottosegretaria, ex ministro, non può che essere presentata come capolista, fra coloro che scelti direttamente da lui stesso, magari con la consulenza di Orfini. Come tale viene eletta di sicuro, non dai cittadini ma dallo stesso Renzi. Si parla addirittura nel Trentino o nella sua terra, nell’aretino.

Una farsa, uno spettacolo che manda in scena sempre nuovi personaggi, come quel Marco Carrai che, ora, se lo nomini a quelli del cerchio magico ti chiedono “chi era costui?” come scrive il Manzoni. Noi abbiamo già scritto chi sia, il suo ruolo, di primo piano, uno degli “animatori” economici del cerchio magico, regge l’organizzazione delle Leopolde, sempre in primo piano. Davvero non ne vorremmo parlare più. Ci limitiamo ad una riflessione ad alta voce. Come faceva il Carrai a sapere che di Banca Etruria si stava interessando Ghizzoni, allora Unicredit, tanto da inviargli una mail in cui gli si chiedeva di dare notizie sulla possibilità di acquisizione di quella banca avendo ricevuto, in proposito, un sollecito? Da chi? Dice lui “da un cliente”. Oppure da chi con lui condivideva incarichi in una associazione di amici renziani, chiamata “Open”. Leggere l’organigramma che si trova su internet e il dilemma si risolverà da solo.

Il pellegrinaggio di Maria Elena. Le parole interessamento e  pressione all’onore della cronaca

In tutta questa squallida vicenda c’è un fatto positivo. Che si deve tornare a studiare la lingua italiana, cosa andata in disuso grazie, lo diciamo in negativo al fatto che si scrive sul computer. Vanno di moda tre o quattro parole che, in un primo momento sono state usate in particolare dagli scriba “affezionati” del cerchio magico che hanno preso la difesa di Boschi Maria Elena. Nel suo pellegrinaggio, Visco, Vegas , Ghizzoni in particolare hanno tutti detto che la sottosegretaria non ha fatto pressioni nei loro confronti. Per dirla brutalmente non ha chiesto loro di operare in direzione dell’acquisto di Banca Etruria in particolare. Hanno parlato di “interessamento” da parte della Boschi, di “preoccupazioni”, ma non di “pressioni”. Finezza di linguaggio. Perché se ti interessi di qualcosa lo fai perché i problemi di quella “cosa”, nel caso una banca o più banche, si risolvano. Non chiedi informazioni solo per curiosità. Se dici al tuo interlocutore che sei “preoccupata” fai capire che, di fatto, gli chiedi di fare qualcosa per toglierti le preoccupazioni. Tanto più quando si tratta di tuo padre che è coinvolto. Dice Boschi, e l’ex ad di Unicredit conferma, di aver chiesto a Ghizzoni “ se era pensabile per Unicredit valutare acquisizioni o interventi su Banca Etruria”. Non di avergli chiesto di intervenire, quel “se” sarebbe l’ancora di salvezza di Maria Elena, dimostrerebbe che non ha fatto pressioni. Tanto che ringrazia Ghizzoni come aveva fatto Renzi Matteo nei confronti di Visco e di Vegas che avevano escluso “pressioni” ma avevano  confermato che la ex ministra era interessata alle informazioni relative al futuro operato delle banche nei confronti di Banca Etruria.

De Bortoli ringrazia Ghizzoni che conferma quanto scritto nel suo libro

Ancora di più. Già che c’era, la Maria Elena prende a pretesto le “informazioni” fornitele da Ghizzoni per attaccare De Bortoli, dicendo che giocano a favore della causa civile di risarcimento, non la querela penale mai presentata,  nei confronti dell’autore del libro. L’ex direttore del Corriere della Sera scrive nel libro dal titolo “Poteri forti o quasi” che “Maria Elena Boschi chiese quindi a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria “. Parole simili a quelle pronunciate  nella audizione in commissione d’inchiesta. Ringrazia Ghizzoni, ed a buon ragione l’ex ad di Unicredit: “Prima dell’uscita del mio libro, nel quale non si parla mai di pressioni – scrive il giornalista – non si sapeva che Unicredit avesse trattato l’acquisizione di Etruria, né che sull’argomento fosse intervenuta Maria Elena Boschi, nei modi e nei tempi che Federico Ghizzoni ha precisato. Era giusto che l’opinione pubblica lo sapesse e che lo sapessero in particolare azionisti, obbligazionisti e risparmiatori delle altre banche in crisi”.

Il segretario e il presidente del Pd non ne azzeccano una

Torniamo così a quei due, Renzi e Orfini che hanno firmato il comunicato congiunto a difesa della Boschi. Come si dice la storia è maestra di vita. Arrivavano da fronti opposti, ma che conta se uno veniva da una storia  di sinistra-sinistra, stretto collaboratore di D’Alema che Renzi nato e cresciuto in ambienti di origine democristiana ha sempre avuto l’obiettivo di rottamarlo. Ma nel segno del potere si erano trovati come d’incanto. Memori dell’antico rapporto ad ogni occasione importante sempre rinnovato nel nome del “dio comando”, all’Orfini piace molto il ruolo di presidente del Pd, come gli era piaciuto quello di commissario della federazione romana, che gli aveva dato modo di cacciare Marino da sindaco di Roma per consegnare l’incarico alla pentastellata Raggi, e ne vediamo i deleteri effetti. Pensate, Orfini Matteo, il presidente,  quello che alle riunioni della direzione, di fatto barzellette che lui ha sempre preso sul serio, dava la parola al capo, sollecitava i pochi che criticavano il Matteo numero 1, a concludere. Ma la vita a volte  ti gioca brutti scherzi. Da quelle elezioni, quel cinque a due  che era stato accolto come una grande vittoria il Renzi Matteo non ne ha più azzeccate una. Ultima in ordine di tempo la convocazione di una commissione di inchiesta sulle banche, sulla crisi del sistema creditizio voluta strenuamente da Renzi Matteo impegnato in una guerra personale contro il governatore di Banca Italia, Ignazio Visco, tanto da chiedere esplicitamente al suo successore a Palazzo Chigi, il Gentiloni chiamato da lui stesso per tenergli in serbo lo scranno di presidente del Consiglio, di non confermare nell’incarico l’inquilino di Via Nazionale. Commissione il cui lavoro si è ritorto proprio contro Renzi, provocando malumori, malesseri, dissensi anche nel Pd.

Il ruolo giocato da Mattarella nella conferma del governatore di Bankitalia

Gli è andata male anche perché Mattarella, il presidente della Repubblica cui spetta l’onore di nominare il governatore, sentendo odor di bruciato, convinceva Gentiloni. E Visco rimaneva governatore proprio mentre la Commissione d’inchiesta stava diventando un tormentone per Renzi Matteo e per il Giglio magico, che stava perdendo sempre più i petali. Quelli più freschi, più presentabili, come Maria Elena Boschi, insediata proprio dal Pd a Palazzo Chigi, sottosegretaria tutto fare, lei che era ministro per le riforme, cui si deve il capolavoro della “deforma” della Costituzione con tanto di referendum che per Renzi e il suo giglio magico ha avuto l’effetto del suono di una campana a morto. Un clamoroso autogol del cerchio magico. Si intrecciano conflitto di interessi, giri di affari, rapporti personali, relazioni istituzionali, attenzioni  di  esponenti della grande finanza che si muovono in campo internazionale, scontri nei poteri forti. Non si può dimenticare che la “piccola banca” è stata terreno di affari di Licio Gelli.

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