Primo Rapporto integrato Istat, Ministero Lavoro, Inps, Inail e Anpal: aumentano occupati ma più ‘mini-contratti’, gap giovani

Primo Rapporto integrato Istat, Ministero Lavoro, Inps, Inail e Anpal: aumentano occupati ma più ‘mini-contratti’, gap giovani

Condivisi, in comune e trasparenti: sono queste alcune delle caratteristiche dei dati sulle tematiche del lavoro raccolti grazie all’accordo quadro tra ISTAT, Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Inps, Inail e Anpal e confluiti nel primo rapporto annuale “Il mercato del lavoro: verso una lettura integrata”. Numeri, ha fatto notare il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Giuliano Poletti durante la conferenza stampa di presentazione, che “possono essere letti e analizzati da punti di vista diversi ma che vanno a gettare le basi per costruire un sistema informativo statistico del lavoro”. A Roma, alla Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio, oggi erano presenti anche i vertici di tutte le amministrazioni coinvolte: Giorgio Alleva (Presidente ISTAT), Tito Boeri (Presidente Inps), Massimo De Felice (Presidente Inail), Maurizio Del Conte (Presidente Anpal). La presentazione del Rapporto, finalizzato a produrre informazioni armonizzate, complementari e coerenti sulla struttura e la dinamica del mercato del lavoro in Italia, è stata affidata a Roberto Monducci, Capo Dipartimento della produzione statistica ISTAT e rappresentante del Comitato d’Indirizzo dell’Accordo a 5. “Si tratta di una prima produzione – ha spiegato ancora Poletti – un lavoro positivo e importante frutto di una collaborazione tra ISTAT, Inps, Inail e Anpal, con l’obiettivo di migliorare l’informazione riguardo le tematiche del lavoro che sono complesse e che possono e si devono guardare secondo ottiche diverse, perché ognuno degli istituti oggi presenti ha una sua responsabilità istituzionale e utilizza gli strumenti che ha a disposizione nello spirito di una buona attività istituzionale. Nello stesso tempo, questi elementi condivisi possono reciprocamente aiutarsi a dare una lettura più strutturata e, ci auguriamo più efficace e interessante”.

Ha poi aggiunto il ministro: “È stato necessario un confronto e una discussione tra le parti oltre che rendere compatibili alcune modalità di lavoro, malgrado ogni istituto sia intervenuto secondo la propria missione”. Nel suo intervento, il presidente dell’ISTAT, Giorgio Alleva, ha sottolineato come con la presentazione del Rapporto, “a due anni dalla firma dell’accordo, raggiungiamo il secondo obiettivo che ci eravamo dati. Il primo era la diffusione delle variabili rilevate su base trimestrale, ormai a regime da oltre un anno. L’eccesso di informazione che si è venuto a creare sui temi del lavoro ha generato disorientamento da parte dei media e dei cittadini: una difficoltà di interpretazione comprensibile e soggetta a fisiologica incoerenza dovuta alla naturale multi-dimensionalità del mercato del lavoro. Per offrire una risposta corale e utile e superare queste difficoltà, abbiamo avvertito, come ISTAT, la necessità di promuovere questa cooperazione tra le istituzioni presenti oggi”. Ha proseguito Alleva: “Con l’intesa siglata si è voluto valorizzare l’intero patrimonio formativo disponibile, ricorrendo a metodologie avanzate e diffondendo dati e analisi integrati, coordinati, ma non ridondanti, e di elevata qualità”. In conclusione, il presidente ISTAT ha comunicato che dal prossimo anno “riusciremo a coordinare anche la diffusione delle informazioni inerenti al mercato del lavoro, aspetto spesso sottolineato criticamente dai media. Tra poche settimane diffonderemo il calendario delle date di rilascio della nota congiunta, mentre è previsto il coordinamento tra tutte le istituzioni coinvolte nel calendario di diffusione di comunicazioni periodiche congiunturali sui temi del lavoro. Nel cuore dell’accordo resta tuttavia la necessità di integrazione delle fonti e dei grandi banchi di dati a disposizione: è qui che è necessario fare uno sforzo di studio e di conoscenze sempre più avanzate di una realtà complessa quale il mondo del lavoro. Integrazione che consente opportunità uniche, permettendo analisi che nessuno ha potuto garantire in modo isolato. Da questo, in ultimo, la costruzione di un sistema informativo statistico del lavoro condiviso, accessibile a tutte le istituzioni e al mondo della ricerca, che consideriamo lo strumento migliore per rispondere alle sfide conoscitive relative a questi temi”.

Altrettanto soddisfatto si è detto Tito Boeri, presidente dell’Inps: “Mi sembra molto importante lo sforzo avviato. Siamo usciti subito con il rapporto anche se i sistemi informativi vanno ancora uniformati perché era importante avere subito una reazione da parte degli utenti così da stabilire come procedere con il lavoro. Va comunque sottolineato che non ci sarà mai un numero unico del mercato del lavoro, anche quando i sistemi informativi saranno uniformati. È inevitabile che chi dovrà commentare le cifre dovrà lavorare su fonti diverse. Un risultato già importante conseguito dal rapporto è quello di aver posto l’accento sui flussi del mercato del lavoro, soprattutto per monitorare le politiche. Vediamo gli effetti delle riforme del mercato del lavoro spesso guardando alle dinamiche delle assunzioni e dei licenziamenti più che al numero totale di occupati: in Italia si discute sempre degli stock e molto poco dei flussi, che a mio giudizio sono molto utili per valutare le politiche economiche”. Massimo De Felice, presidente di Inail, nel suo intervento ha posto l’attenzione sulla trasparenza degli open data: “Per il nostro istituto la conoscenza dei dati è fondamentale: la sezione open data è disponibile a tutti. Il risultato positivo è che tutte le tabelle elaborate per il paragrafo 6 del rapporto (‘Lavoro e salute: infortuni sul lavoro e malattie professionali negli ultimi anni’) sono state ottenute dagli open data, per questo sono assolutamente trasparenti e verificabili dall’esterno”.

L’Italia recupera il livello degli occupati pre-crisi ma il lavoro cambia le sue coordinate, aumentano i ‘mini-contatti’ e cresce l’età media. Mentre restano al palo le generazioni più giovani. E’ il bilancio del primo rapporto annuale congiunto sul mercato del lavoro, nel quale si certifica il calo dell’occupazione tra il 2008 e il 2013 e la ripresa successiva, anche grazie alla decontribuzione per le assunzioni. Aumenta l’occupazione dipendente (oltre 900 mila posti in più), mentre quella indipendente crolla del 7,3%, nell’arco di otto anni, lasciando a casa 430 mila ‘autonomi’. In forte crescita, invece, i rapporti di lavoro di breve durata, i cosiddetti ‘lavoretti’, che nel 2016 arrivano a sfiorare quota 4 milioni, dai 3 milioni del 2012: si tratta prevalentemente di contratti a termine fino a tre mesi (poco meno di 1,8 milioni) e voucher (anche questi ultimi, poi aboliti, quasi 1,8 milioni), a cui si aggiungono collaborazioni e lavori occasionali. D’altra parte i contratti a termine, nel complesso, nel secondo trimestre del 2017 hanno raggiunto il record di 2,7 milioni. Secondo i dati sui flussi dei rapporti di lavoro dipendente dal 2013 al 2016 sono stati attivati 40,68 milioni mentre ne sono cessati 39,15 milioni, con un saldo di 916 mila posizioni in più nei quattro anni. Negli ultimi due anni, si legge, “la ripresa accelera e il mercato del lavoro recupera, in buona parte, i livelli occupazionali precedenti la crisi”; la ripresa ha “una elevata intensità occupazionale”. L’occupazione cresce soprattutto nel settore privato mentre nel pubblico, anche a causa del “lungo” blocco del turnover, si sono persi 220 mila dipendenti tra il 2008 e il 2016. Sono stati i giovani ad essere penalizzati maggiormente dalla crisi, con un calo del tasso di occupazione per i 15-34enni che si è attestato al 39,9% ed è diminuito di 10,4 punti rispetto al 2008, a fronte di un aumento di 16 punti per i 55-64enni (salito al 50,3%). Solo negli ultimi due anni la loro condizione “mostra segnali di miglioramento”. Sempre nel 2016, al contempo, oltre 2,1 milioni di persone tra i 55 e 69 anni sono ormai ex occupati e senza pensione da lavoro (quasi 1,4 milioni sono donne). Le proiezioni, considerando gli effetti dell’andamento demografico, nel rapporto non sono rosee: nei prossimi 20 anni è “altamente probabile che l’Italia perderà 3 milioni e mezzo di individui in età lavorativa”, con un calo più consistente nella classe 35-54 anni (-24,7%) e giovane (-7,4%) ed un aumento per gli over-55 (+17,6%).

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