Papa Francesco. La pace in Medio Oriente passa attraverso il riconoscimento dello stato di Palestina. E poi, basta con la terza guerra mondiale e con un modello di sviluppo che produce miliardi di poveri

Papa Francesco. La pace in Medio Oriente passa attraverso il riconoscimento dello stato di Palestina. E poi, basta con la terza guerra mondiale e con un modello di sviluppo che produce miliardi di poveri

Il messaggio di questo Natale di papa Francesco, il quinto del suo pontificato, ha confermato che egli crede ancora che nel mondo si stia combattendo una terza guerra mondiale a frammenti, e che occorra battersi per la pace, vero grande problema di questa prima parte del XXI secolo. Lo ha fatto ricorrendo a argomentazioni teologiche e liturgiche, ma ha anche sferrato un attacco alle diplomazie delle grandi potenze, soprattutto per la soluzione dei conflitti in Medio Oriente. Per papa Francesco la soluzione a quei conflitti passa attraverso, e finalmente, il riconoscimento dello stato di Palestina, e la costituzione di due stati per due popoli, che si riconoscano e la smettano di odiarsi. Il discorso di papa Francesco confligge con la provocazione del presidente degli Stati Uniti, Trump, battuto sonoramente all’Onu, per lo spostamento della sede diplomatica americana da Tel Aviv a Gerusalemme, che spianerebbe la strada a farne la capitale d’Israele. Con l’offensiva del papa si riapre invece la questione palestinese, la cui soluzione passa attraverso il riconoscimento dei due stati. E non solo. Il papa ha anche puntato l’indice contro l’ipocrisia occidentale che festeggia il Natale rifiutando le vite di scarto invece che accoglierle, immiserendole sempre più con un modello di sviluppo che produce solo ingiustizie, disuguaglianze, deserti umani. Basta con le guerre, basta con la povertà.

Questo ha chiesto papa Francesco nel messaggio di Natale letto dalla Loggia della Basilica Vaticana prima di impartire in mondovisione la Benedizione Urbi et Orbi. “Oggi – ha scandito – mentre sul mondo soffiano venti di guerra e un modello di sviluppo ormai superato continua a produrre degrado umano, sociale e ambientale, il Natale ci richiama al segno del Bambino, e a riconoscerlo nei volti dei bambini, specialmente di quelli per i quali, come per Gesù, non c’è posto nell’alloggio”. E in questo passaggio, la questione mediorientale: “Vediamo Gesù nei bambini del Medio Oriente, che continuano a soffrire per l’acuirsi delle tensioni tra israeliani e palestinesi”, ha suggerito Francesco chiedendo a tutti i credenti di pregare per la Terra Santa. “In questo giorno di festa – ha detto – invochiamo dal Signore la pace per Gerusalemme e per tutta la Terra Santa; preghiamo perché tra le parti prevalga la volontà di riprendere il dialogo e si possa finalmente giungere a una soluzione negoziata che consenta la pacifica coesistenza di due Stati all’interno di confini concordati tra loro e internazionalmente riconosciuti. Il Signore sostenga anche lo sforzo di quanti nella Comunità internazionale sono animati dalla buona volontà di aiutare quella martoriata terra a trovare, nonostante i gravi ostacoli, la concordia, la giustizia e la sicurezza che da lungo tempo attende”.

“Vediamo Gesù – ha esortato ancora Francesco rivolto alla folla di piazza San Pietro e all’umanità intera che lo seguiva in mondovisione – nei volti dei bambini siriani, ancora segnati dalla guerra che ha insanguinato il Paese in questi anni. Possa l’amata Siria ritrovare finalmente il rispetto della dignità di ogni persona, attraverso un comune impegno a ricostruire il tessuto sociale indipendentemente dall’appartenenza etnica e religiosa. Vediamo Gesù nei bambini dell’Iraq, ancora ferito e diviso dalle ostilità che lo hanno interessato negli ultimi quindici anni, e nei bambini dello Yemen, dove è in corso un conflitto in gran parte dimenticato, con profonde implicazioni umanitarie sulla popolazione che subisce la fame e il diffondersi di malattie”.

“Vediamo Gesù – ha continuato passando in rassegna le aree di crisi di questo nostro mondo martoriato – nei bambini dell’Africa, soprattutto in quelli che soffrono in Sud Sudan, in Somalia, in Burundi, nella Repubblica Democratica del Congo, nella Repubblica Centroafricana e in Nigeria. Vediamo Gesù nei bambini di tutto il mondo dove la pace e la sicurezza sono minacciate dal pericolo di tensioni e nuovi conflitti. Preghiamo che nella penisola coreana si possano superare le contrapposizioni e accrescere la fiducia reciproca nell’interesse del mondo intero”, ha chiesto ancora prima di aggiungere: “a Gesù Bambino affidiamo il Venezuela perché possa riprendere un confronto sereno tra le diverse componenti sociali a beneficio di tutto l’amato popolo venezuelano”.

“Vediamo Gesù – ha detto inoltre – nei bambini che, insieme alle loro famiglie, patiscono le violenze del conflitto in Ucraina e le sue gravi ripercussioni umanitarie e preghiamo perché il Signore conceda al più presto la pace a quel caro Paese”. Ed ecco iol passaggio sui migranti, soprattutto sui bambini, che non possono essere catalogati come profughi o come economici, come vorrebbero Macron e Gentiloni (un cattolico): “Vediamo Gesù nei molti bambini costretti a lasciare i propri Paesi, a viaggiare da soli in condizioni disumane, facile preda dei trafficanti di esseri umani. Attraverso i loro occhi vediamo il dramma di tanti migranti forzati che mettono a rischio perfino la vita per affrontare viaggi estenuanti che talvolta finiscono in tragedia”.

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