Lavoratoriii?!

Lavoratoriii?!

Qualche giorno fa mi è tornata in mente l’esilarante scena del film di Fellini “I Vitelloni”, in cui Alberto Sordi, appollaiato su una macchina “balilla”, fa il gesto dell’ombrello a un gruppo di operai edili al lavoro sulla strada. Sordi grida: “Lavoratoriii?!” facendo seguire un sonoro pernacchio. L’occasione me l’ha data l’approvazione definitiva, l’antivigilia di Natale, della legge di Bilancio per il 2018. Tra i tantissimi emendamenti ce n’erano in ballo due: la riduzione del ripetersi dei contratti a termine da 36 a 24 mesi e l’aumento dell’indennità per i licenziati senza giusta causa da 4 a 8 mensilità. Ambedue gli emendamenti erano stati proposti da deputati del PD. Il primo da Chiara Gribaudo, il secondo da Cesare Damiano. Sono stati ritirati perché non c’era l’accordo per portarli avanti come moneta di scambio per l’alleanza elettorale fra il PD e Mdp. Qualche spicciolo, rispetto al problema di eliminare gli effetti sempre più perversi del precariato derivanti dal Jobs Act. Questa “controriforma”, infatti, ancor oggi magnificata da Renzi, ha reso ancor più convenienti per il padronato i contratti a termine, portandone la durata a 36 mesi e a 5 le volte in cui poterli ripetere senza doverli motivare con una causa. Per non dire, poi, del licenziamento ad nutum, senza giusta causa. Stando a quanto riportato da “la Repubblica”, per la penna di Luisa Grion, il pacchetto di norme ha fatto deflagrare i contrasti interni al PD: “Passato in Commissione Lavoro dove la minoranza guidata da Damiano prevale, quando è approdato alla Commissione Bilancio, dove è invece più forte la maggioranza renziana, è stato abbandonato al suo destino”. Sconfortato il giudizio di Damiano: “Il risultato finale è che il Pd arriva in campagna elettorale con il fianco sinistro scoperto. Queste proposte erano state avanzate sul tavolo del confronto con Mdp e altre forze di sinistra. Saltata la possibilità di formare una coalizione si è deciso di ritirare tutto. Ma il lavoro non è materia di scambio, deve caratterizzare l’identità del Pd. Così sembra si dica che questo tema non ci appartiene, sembra che il Pd non sia un partito di sinistra”.

Le strabilianti promesse elettorali della Pd Titti Di Salvo che vuole  più  jobs act

Non sconfortata ma sconfortante, la giustificazione della deputata PD Titti Di Salvo, ex dirigente Cgil, ex Sel oggi renziana senza se e senza ma. “Gli emendamenti sono saltati perché questi sono temi troppo importanti per discuterne negli ultimi, concitati passaggi in Commissione”. Ah la concitazione! In una legge che alla fine è diventata di 1247 commi in un unico articolo, dove dentro c’è stato messo di tutto, pure l’ennesima proroga per il commissario al terremoto dell’Irpinia, costo 200.000 euro, e che, per venire incontro alle “marchette” elettorali dei vari deputati dei vari partiti, è lievitata da 20 miliardi a 27, non si è trovato il tempo, fra tante regalie natalizie, di almeno lenire ai lavoratori qualche ferita. E tutto questo in un paese dove in pochi giorni si trovano, senza battere ciglio, 20 miliardi per salvare banche e banchieri. Ma Titti, sulla questione, ha aggiunto: “È tema da programma elettorale, dove rafforzeremo il Jobs Act e la lotta al precariato, con più formazione, equo compenso e salario minimo dove non c’è contrattazione collettiva”. Insomma, la poveretta pensa di giocarsi il problema in termini di promesse elettorali. Non accorgendosi che quel suo “Rafforzeremo il Jobs Act” più che una promessa suona alle orecchie dei lavoratori come una minaccia.Non mancava nulla alla Titti: né il gesto dell’ombrello né il pernacchio.

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