Il passato che si fa presente. Riflessioni canore sulla manifestazione della CGIL

Il passato che si fa presente. Riflessioni canore sulla manifestazione della CGIL

CGIL in piazza per cambiare il sistema previdenziale, per sostenere sviluppo e occupazione e per garantire futuro ai giovani: così si legge sullo striscione che fa da sfondo al palco della manifestazione odierna in piazza del Popolo. E che i conti sulle pensioni non tornino, come si legge nello slogan scelto per l’evento, è cosa nota. Assai più sorprendenti sono state, invece, le scelte canore che hanno scandito il corteo.

Al concentramento in piazza Esedra, infatti, si aveva l’impressione di essere a bordo della macchina del tempo: 1975 o giù di lì. C’era l’inno degli oppositori cileni, con l’invocazione del popolo unito che non sarà mai vinto, e “L’Internazionale”, c’era “Contessa” di Pietrangeli, con i compagni esortati ad abbandonare campi e officine per scendere in piazza con falce e martello e abbattere il sistema, e quasi veniva da chiedersi per quale motivo non partisse “Bandiera rossa”.

All’arrivo, dalle parti del Pincio, prima di scendere in piazza del Popolo per assistere al comizio della Camusso, suonava, al contrario, la ben più laica “Another brick in the wall” dei Pink Floyd, quasi a voler sottolineare i tanti varchi che devono essere ancora aperti nel muro barbaro dell’ingiustizia e della privazione di diritti fondamentali.

Mezzo secolo di storia della musica e della sinistra fuse in un abbraccio, in una manifestazione dal sapore antico e moderno al tempo stesso, quasi poetica nel suo voluto anacronismo, assolutamente essenziale, e attualissima, nelle sue rivendicazioni e nelle richieste di una giustizia sociale da troppi anni assente nel nostro Paese. “Bella ciao”, poi, è immarcescibile: la conoscono tutti, la scandiscono tutti, la amano tutti. Profuma di Resistenza, di lotta, di passione politica e civile, di amore per il prossimo e di rispetto per la dignità della collettività nel suo insieme. Ed ecco che all’improvviso, grazie a cinque canzoni, la sinistra ritrova il senso della propria missione, della propria ragion d’essere, del proprio destino. Il tutto in un percorso relativamente breve, grazie a volti puliti come quello dell’agente della Polizia Municipale di Modena con cui ho conversato prima della partenza del corteo, determinato a rivendicare il diritto di poter andare in pensione da vivo e magari di godersela anche un po’.

Non aveva in mano né la falce né il martello: era un pacifista. Non voleva abbattere il sistema ma cambiarlo: era un riformista. Però l’idea di poter stare finalmente uniti, l’idea che il popolo ritrovi voce e insieme pensi di poter aprire una breccia nel muro della cattiveria, per giunta nella città che grazie a una breccia in quel di Porta Pia pose fine al potere temporale della Chiesa, gli suonava bene. E io me ne torno a casa fischiettando “Bella ciao”, con le narici ancora piene di quel profumo di sigaro che in certe occasioni non manca mai, perché in fondo, mi dico, in quella piazza oggi c’era davvero un popolo.

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