Il caso dj Fabo. Un significativo precedente che dovrebbe e potrebbe fare scuola

Il caso dj Fabo. Un significativo precedente che dovrebbe e potrebbe fare scuola

Più che toccante, la testimonianza della madre e della fidanzata di Dj Fabo nel processo nei confronti di Marco Cappato, accusato di aiuto al suicidio l’uomo. Immobilizzato in un letto a seguito di un incidente, Fabiano Antoniani è morto in Svizzera a fine febbraio con il suicidio assistito. “Vai Fabiano, la mamma vuole che tu vada”. Così la madre di Fabiano racconta le ultime parole dette al figlio prima che “schiacciasse” con la bocca il pulsante. Carmen Carollo piange in aula e il Pubblico Ministero Tiziana Siciliano si alza e le porge un fazzoletto. Già dopo l’incidente stradale, dice la madre del Dj, quando seppe di essere diventato cieco, decise di “andare a morire” in Svizzera. “Non voleva morire soffocato interrompendo le cure. Speriamo che sia la volta buona per avere una legge sul biotestamento, mio figlio ha lottato tanto per questo”.

“Non devi sentirti sconfitta”, le ultime parole di Fabiano alla fidanzata Valeria. Lo racconta lei stessa nel corso delle due ore di deposizione: “Per me questa è una vittoria”. Fabiano, aggiunge, in questo modo si è sentito di nuovo “vivo e utile”. A Valeria, prima di andarsene, dice: “Ora sarò energia nell’universo”. Un simile processo lo si sarebbe dovuto evitare. Una analoga vicenda avrebbe potuto costituire precedente di cui tenere conto. Non viviamo, è vero, in un paese di tradizione anglosassone; e però sentenze già emesse e passate in giudicato un peso dovrebbero, potrebbero averlo. Il precedente è costituito dalla storia di Angelo Tedde e di Oriella Cazzarello, che si può ritrovare pubblicata dal “Corriere veneto” del 14 ottobre 2015: “Assolto perché il fatto non sussiste. Così ha sentenziato, nel pomeriggio di mercoledì, il giudice Massimo Gerace nei confronti di Angelo Tedde, 60enne ligure di Chiavari, che era finito a processo per aver portato a morire l’amica Oriella Cazzanello, 85enne di Arzignano, per averla accompagnata – nel gennaio 2014 – in una clinica in Svizzera, in cui le era stata praticata l’eutanasia. Il pubblico ministero Gianni Pipeschi aveva chiesto tre anni e quattro mesi per l’ex portiere d’albergo accusato di aver istigato al suicidio la benestante vicentina, che gli ha lasciato una bella fetta dell’eredità, circa 800 mila euro. «Oriella era convinta, non ha voluto sentire ragione, non c’era modo di farla rinunciare all’eutanasia, ci ho provato fino all’ultimo» ha sempre sostenuto Angelo Tedde, che l’aveva già fatta desistere una volta. Oggi, al termine del processo con rito abbreviato, dopo circa due ore di camera di consiglio, il giudice ha pronunciato la sentenza di assoluzione piena dell’uomo”.

Ancora una volta la magistratura arriva prima della politica. O meglio: sopperisce alle lacune, alle omissioni, ai ritardi, alle indifferenze di certa politica. Gli stessi che poi lamentano “invasioni di campo” da parte dei giudici.

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