Il biotestamento è legge. Ma in uno stato laico e democratico la regola è consentire la libertà di scelta. Sarà un successo vero solo con la legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio medicalmente assistito

Il biotestamento è legge. Ma in uno stato laico e democratico la regola è consentire la libertà di scelta. Sarà un successo vero solo con la legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio medicalmente assistito

Per poter comprendere meglio la posta in gioco nel dibattito culturale che si è aperto con l’approvazione – finalmente – del cosiddetto biotestamento, conviene approfondire due posizioni strategiche, quella della Chiesa luterana e quella della Chiesa cattolica. Entrambe Chiese cristiane, entrambe attente alla pratica e all’insegnamento dello stesso Libro sacro, e dello stesso Vangelo, eppure, anche in questa vicenda, così drammaticamente distanti. Due posizioni che spiegano il percorso storico attraversato dalle due Chiese nel corso di 500 anni, dalle Tesi di Lutero del 1517 ad oggi. Entrambe le Chiese convivono all’interno di uno stato laico, costituzionale, democratico e repubblicano, e nessuna delle due, come nessun’altra Chiesa di qualunque altra religione, può dire di godere del monopolio della verità assoluta, senza scadere in un pericoloso e antistorico dogmatismo o integralismo.

Il nesso tra stato laico e libertà di scelta messo in discussione dal dogmatismo cattolico

In uno stato laico, è la Costituzione, e le leggi che ne sono emanazione, che stabilisce la libertà delle persone e i suoi limiti, che consente a una donna che lo desideri di abortire, a una coppia di divorziare, a una coppia di omosessuali di convivere con gli stessi diritti e doveri consentiti alle coppie eterosessuali, e a ciascun individuo di accettare o rifiutare le cure. In uno stato laico, nessuna Chiesa ha il dominio culturale, morale, perfino medico o scientifico, di decidere della vita o della morte. Perfino illustri teologi nella storia della Chiesa cattolica, da Agostino a Urs von Balthazar, hanno dovuto rimarcare con forza che la libertà delle creature di Dio è una prerogativa divina che nasce nell’atto stesso della creazione, fatta a sua immagine e somiglianza. La libertà dell’uomo non sempre è orientata al bene? Forse, e la storia dell’umanità è piena di vicende tragiche, ma non per questo alcuni possono dire di disporre del diritto di decidere per  tutti gli altri, soprattutto in uno stato laico. La gestione culturale della libertà, nel corso della storia, è però una delle forme in cui si è manifestato il potere, ed ha attraversato gran parte della storia della Chiesa cattolica, che ha usato armi narrative per sorvegliare e punire, introducendo quella nefasta equazione tra peccato e reato, ovvero tra ciò che è da sempre – almeno in quelle religioni monoteiste – appannaggio del cielo, il giudizio sui comportamenti umani che contrastano con i comandamenti divini, e il giudizio su atti che contrastano con le leggi terrene. Non è un caso che ad un certo punto della storia religiosa, le leggi divine coincidano con le leggi terrene (le Tavole di Mosé che ancora oggi sono parte del catechismo cattolico). Ma questo prefigura uno stato confessionale, teocratico, non laico, e neppure democratico, nel quale il potere è nelle mani dell’ordine sacerdotale, come avrebbe detto Georges Dumezil. Nell’ultima fase del Novecento e negli esordi del XXI secolo la Chiesa cattolica ha perduto quel potere, e lo sa, di sorvegliare e punire, di giudicare il male e il bene, di dettare le condizioni culturali e morali della vita sociale. In Italia, dopo aver perso il controllo sulla famiglia, e quello ancora più orrendo sulla libertà di scelta delle donne di essere o meno anche madri, dopo aver incassato una sconfitta sonora nel caso delle unioni civili (che però non sono ancora un matrimonio civile), quella parte dogmatica e clericale e integralista della Chiesa cattolica si vede strappare l’ultimo baluardo del suo potere culturale, decidere lei per tutti quale sia il concetto autentico di disponibilità della vita umana. In realtà, la legge approvata sul biotestamento è fin troppo timida pur ammettendo alcune aperture, e non sono previsti né il suicidio medicalmente assistito, né l’eutanasia, che altri paesi di diversa tradizione religiosa ammettono. E nonostante la timidezza mite di questa legge, l’intransigenza morale di certi cattolici non ha smesso di frignare. A differenza del favore manifestato dalla Chiesa luterana.

La posizione aperta della Chiesa luterana, che esprime soddisfazione e apprezzameno per la legge sul biotestamento appena approvata

Infatti, la Chiesa Evangelica Luterana in Italia esprime soddisfazione per l’approvazione della legge sul ‘fine vita’. In particolare, il decano Heiner Bludau, in una nota, sottolinea: “la nuova legge riconosce un principio per noi fondamentale: quando la morte è inevitabile, è preferibile dare la priorità a una fine dignitosa rispetto a un artificiale prolungamento della vita. Quel vuoto normativo, peraltro, abbandonava alla propria solitudine non solo il morente e i propri familiari, ma anche medici e operatori di cura, proprio nel momento dell’assunzione di decisioni di enorme rilievo. Da oggi non è più così”. Parole dure come pietre, soprattutto in riferimento alla “fine dignitosa” e al rifiuto dell’accanimento terapeutico.  La Chiesa Evangelica Luterana in Italia, nello scorso marzo, aveva rivolto un appello affinché venisse presto colmato il vuoto normativo sul tema, proprio in occasione dell’avvio del dibattito sul disegno di legge alla Camera e in concomitanza con la pubblicazione del ‘Vademecum per il fine vita da una prospettiva cristiana’ elaborato dalla stessa Celi per offrire un orientamento sul tema delle direttive anticipate di trattamento da molteplici prospettive: teologica, etica, medica e giuridica. ”Sono davvero convinto che – come in tanti hanno sottolineato – oggi l’Italia abbia compiuto un grande passo di civiltà. Il Salmo 90,12 recita: ‘Facci capire che abbiamo i giorni contati, allora troveremo la vera saggezza’. Ecco, la concezione luterana è fondata sulla Bibbia da cui ha origine l’attitudine ad accettare il limite della vita e a integrare il poter-dover lasciar andare. Al contempo, era inevitabile che la regolamentazione normativa di una materia tanto complessa portasse spesso il confronto d’idee a sfociare in contrasti ideologici, talvolta anche esasperati. Ora è importante superare questi contrasti, comprendendo anche chi, oggi, si sente smarrito davanti a un cambiamento così rilevante per ciascun individuo, ogni famiglia, l’intera società”, conclude il decano Bludau.

Per il quotidiano Avvenire si tratta di una sconfitta, come l’invio dei soldati in Niger contro i migranti. Per il direttore, la legge è l’anticamera dell’eutanasia

Al contrario, il quotidiano dei vescovi Avvenire titola la sua prima pagina con un giudizio netto: “Biotestamento legge-sconfitta”. Il direttore del giornale Marco Tarquinio commenta, in un editoriale dedicato al doppio tema testamento biologico e alla decisione del governo italiano di inviare soldati in Niger, con il titolo “No, non è un bel giorno”. “Non è stato un bel giorno per l’Italia, questo giovedì 14 dicembre 2017. Proprio per nulla, anche se ci sono numerosi politici e opinionisti che lo definiscono – come ormai si usa sin troppo spesso – ‘un giorno storico’. Non è un bel giorno per l’Italia, perché – prosegue Tarquinio in merito al tema del fine vita – purtroppo nasce male la legge sul fine vita o sulle Dat o sul Biotestamento (chiamatela come volete), che anche su queste colonne di giornale e da diversi anni a questa parte avevamo chiesto di varare. Nasce, infatti, come frutto di un complesso (e anche benintenzionato) lavorìo e di un voto finale segnato dalla chiarezza di una vasta maggioranza parlamentare – imperniata per la prima volta sull’asse tra senatori del Pd e dei 5 Stelle -, ma senza la chiarezza normativa necessaria a scongiurare forzature e con un potenziale dirompente in grado di generare abbandoni terapeutici e forse persino incapace di evitare derive verso quell’eutanasia che, al pari del suicidio assistito, la legge in sé non prevede, ma che rischiano di essere innescate dall’incredibile e deresponsabilizzante esautoramento dei medici, dall’impostazione dirigista verso le strutture sanitarie pubbliche e private e dalla prevedibile spinta verso una nuova stagione di mirati contenziosi giudiziari. Questa legge, insomma, non convince e non può piacere, e chi si spella le mani senza averla letta farebbe meglio a informarsi a dovere. E dovrebbe anche cominciare a riflettere con giusta intensità sulla gravità del colpo che, con leggerezza infelice, viene assestato al bene essenziale dell’alleanza terapeutica tra il paziente (con la sua libertà, le sue fragilità, le sue umanissime attese) e i medici (che sono chiamati a curarlo, agendo in scienza e coscienza)”.

Il direttore di Avvenire propone una domanda retorica: “Dove mai è accaduta una simile assurdità se non nelle propagande pro-eutanasia o pro-suicidio assistito?”, come se entrambe fossero appunto un peccato da considerare come un reato, e la parabola narrativa torna al punto di partenza. La domanda giusta è un’altra: perché tanto accanimento contro la pratica del suicidio medicalmente assistito e l’eutanasia? Perché si considerano omicidi? Non lo sono. Sono atti di pietà, di misericordia, di dignitosa via verso la morte inevitabile. Quando anche in Italia suicidio medicalmente assistito e eutanasia saranno regolamentati e ammessi si potrà finalmente parlare di civiltà, e potremo dire che lo stato laico ha vinto sulla forma di oscurantismo più potente, quella del dogmatismo religioso, che confina spesso col fanatismo. Potremo finalmente affermare uno dei solidi principi dello stato laico: il punto è assicurare che chiunque lo desideri lo possa fare, senza il rischio di trasgredire ad una legge, e consentire a chiunque non lo desideri di non farlo. Questo è lo stato laico, questa è la libertà di scelta, contro ogni dogmatismo.

 

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