Gerusalemme. Il bilancio degli scontri comincia a essere tragico: 2 morti, 727 feriti tra i palestinesi. L’Onu stigmatizza le decisioni di Trump, ma appare impotente, come la Ue e l’Italia

Gerusalemme. Il bilancio degli scontri comincia a essere tragico: 2 morti, 727 feriti tra i palestinesi. L’Onu stigmatizza le decisioni di Trump, ma appare impotente, come la Ue e l’Italia

Nel primo giorno della nuova Intifada dopo la decisione degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, negli scontri due palestinesi sono rimasti uccisi a Gaza dal fuoco dei militari israeliani. Il bilancio aggiornato degli scontri avvenuti oggi in Cisgiordania, a Gerusalemme e a Gaza è di 727 dimostranti feriti, secondo le stime fornite dalla Mezzaluna Rossa palestinese. Di essi, 61 stati sono stati colpiti da armi da fuoco; 479 intossicati da gas lacrimogeni; 200 contusi da proiettili rivestiti di gomma; e altri 27 da cause diverse.  I palestinesi sono scesi in piazza a Betlemme, Hebron, Qalqilya, Ramallah, Nablus e a Beit Khanun e hanno lanciato pietre contro i soldati israeliani, che hanno risposto con lanci di lacrimogeni, proiettili di gomma, e in alcune circostanze fuoco vivo. Intanto montano le proteste in diversi Paesi arabi: manifestanti in piazza dall’Egitto alla Giordania, dall’Iraq alla Turchia, dal Bahrein al Sudan, in Indonesia, Afghanistan, Pakistan, Malaysia e anche a Tunisi. E in un comunicato affidato all’agenzia ufficiale egiziana Mena, il Grande Imam di al-Azhar, Ahmed Al Tayyib, massima espressione dell’islam sunnita, ha chiesto ai paesi del mondo islamico, alla Lega Araba, all’Organizzazione della Cooperazione Islamica e alle Nazioni Unite una azione immediata e decisa per “bloccare l’applicazione della decisione Usa di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme”. Trasferimento per il quale ci vorranno più di 2 anni, ha spiegato il segretario di Stato Usa Rex Tillerson nel ribadire che lo status finale di Gerusalemme sarà definito dai negoziati tra israeliani e palestinesi. Il Grande Imam di al-Azhar ha fatto poi sapere che si rifiuterà di incontrare il vicepresidente Usa Mike Pence, la cui missione nella regione è stata annunciata dal presidente Donald Trump.

Bilancio tragico: due palestinesi uccisi dai soldati israeliani, nel primo giorno della terza Intifada

Secondo quanto riferito dal ministero della salute palestinese, la prima vittima è Mahmoud al-Masri, 30 anni. Un secondo palestinese, ancora non identificato, ha perso la vita in circostanze simili. Entrambi sarebbero stati uccisi dai soldati israeliani a colpi d’arma da fuoco. L’esercito israeliano, da parte sua, ha riferito che centinaia di palestinesi hanno lanciato pietre, pneumatici in fiamme e altri oggetti contro i militari oltre il confine. “Durante i disordini – si legge in un comunicato – i soldati dell’Idf hanno sparato contro due principali istigatori che sono stati colpiti”. L’esercito israeliano ha confermato che a Khan Younis i militari hanno sparato contro due persone al confine, accusandole di essere “principali istigatori” delle “rivolte violente”. A Gerusalemme decine di migliaia di persone si sono radunate sulla Spianata delle Moschee, dove ci sono stati solo alcuni tafferugli e circa 200 manifestanti sono stati manganellati dalla polizia. Centinaia i soldati israeliani schierati a presidio dei luoghi sacri della città santa e inviati in rinforzo in Cisgiordania, dove, secondo il quotidiano Haaretz, sono in tutto approssimativamente 3.000 le persone scese in piazza. Proteste anche nelle città israeliane di Umm al-Fahm e Kalansaua.

Le mosse diplomatiche: Putin ad Ankara. L’Anp fa sapere che il vicepresidente americano Mike Pence è persona non gradita in Palestina, mentre Trump continua a provocare

Il presidente russo, Vladimir Putin sarà lunedì ad Ankara per incontrare Recep Tayyip Erdogan. Il presidente turco sembra essere stato individuato come il principale alfiere della causa palestinese e nei Territori cresce la sfiducia nel presidente Abu Mazen, che nonostante i toni accesi espressi dopo l’annuncio di Donald Trump, è visto da molti come una figura sempre più debole. Abu Mazen è stato invitato da Trump alla casa Bianca ma intanto il consiglio legislativo palestinese ha chiesto all’Anp di annullare il riconoscimento dello Stato di Israele su qualsiasi territorio occupato a partire dal 1948. L’Anp ha ribadito che il vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence, la cui missione nella regione è stata annunciata da Trump, non è il benvenuto nei Territori. “Non lo riceveremo nei territori palestinesi” ha dichiarato un esponente, Jibril Rajoub, secondo quanto riportato da al Jazeera. L’alto rappresentante per la politica estera europea, Federica Mogherini, che oggi ha incontrato il ministro degli Esteri giordano Ayman Al Safadi, ha annunciato che Abu Mazen parteciperà alla riunione del Consiglio dei ministri degli Esteri Ue il 22 gennaio. Il presidente francese Emmanuel Macron ha lanciato un nuovo appello “alla calma e alla responsabilità”. Trump invece si vanta su Twitter scrivendo che “ho mantenuto la promessa elettorale. Altri, no”.

Hamas invoca la terza Intifada e chiama alla guerriglia, “pronti a immolarci per Gerusalemme”

”Né Trump né alcun altro potrà cambiare la verità storica e geografica e la identità della Città Santa. Sogna chi pensa che tutto si esaurirà con le manifestazioni”, ha affermato a Gaza il capo dell’ufficio politico di Hamas Ismail Haniyeh. ”La santa intifada di oggi ha inoltrato due messaggi: il primo, che respingiamo la decisione del presidente Trump (su Gerusalemme, ndr), e il secondo che siamo pronti ad immolarci per difendere Gerusalemme”.

L’Onu preoccupata, ma nel Consiglio di Sicurezza prevale la paura degli Usa

Le Nazioni Unite sono “particolarmente preoccupate per i rischi di un’escalation violenta” dopo la decisione di Donald Trump di riconoscere unilateralmente Gerusalemme come la capitale di Israele, ha detto il bulgaro Nickolaj Mladenov, coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, durante una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. “Dal 6 all’8 dicembre” sono annunciati “tre giorni di rabbia”, ha aggiunto Mladenov durante un collegamento video da Gerusalemme, mettendo in guardia contro il rischio che questa decisione alimenti il “radicalismo religioso”. Il funzionario delle Nazioni Unite ha invitato i leader di tutto il mondo “a mostrare saggezza” per riportare la calma nella regione.

L’ambasciatore egiziano alle Nazioni Unite, Abdellatif Aboulatta, ha invece scelto un intervento durissimo contro gli Stati Uniti durante la riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: “tali decisioni unilaterali sono una violazione della legittimità internazionale e quindi non hanno alcun impatto sullo status giuridico su Gerusalemme, città sotto occupazione, e non è legalmente lecito intraprendere azioni che possano alterarne lo status quo”, esprimendo preoccupazione per le violenze che potrebbe comportare la decisione del presidente degli Stati Uniti. Pronta la replica, altrettanto dura e penosa, dell’ambasciatrice americana all’Onu, Nikki Haley, per la quale “il presidente Donald Trump ha riconosciuto l’ovvio, che Gerusalemme è capitale di Israele. Ma gli Usa non hanno preso una posizione sui confini, che devono essere ancora decisi da Israele e Palestina”.  Nikki Haley ha poi chiarito che “gli Usa non hanno preso una decisione sullo status finale, sosteniamo la soluzione dei due stati se raggiunta d’accordo dalle parti”, ribadendo che l’amministrazione americana “rimane impegnata per il processo di pace”. Processo di pace che sic stantibus rebus avverrà quando l’ultimo palestinese sarà stato ucciso o cacciato via in una nuova diaspora. Perché questo è ciò che già sta avvenendo. La stampa americana se n’è accorta e lo dice e lo scrive, mentre la Casa Bianca continua a farfugliare menzogne, per mere ragioni di politica interna.

Gran Bretagna, Francia, Germania, Svezia e Italia invitano gli Stati Uniti a presentare proposte dettagliate per la pace tra Israele e palestinesi e si dicono in disaccordo con la decisione del presidente Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. In una dichiarazione congiunta dopo la riunione che si è tenuta oggi, i cinque Paesi Ue, hanno affermato che la decisione degli Stati Uniti, che prevede di spostare l’ambasciata statunitense a Gerusalemme da Tel Aviv, è stata “inutile in termini di prospettive di pace nella regione”. “Siamo pronti a contribuire a tutti gli sforzi credibili per riavviare il processo di pace, sulla base di parametri concordati a livello internazionale, portando a una soluzione a due Stati”, hanno detto, aggiungendo: “Incoraggiamo l’amministrazione degli Stati Uniti a presentare proposte dettagliate per un accordo israelo-palestinese”. Classica dichiarazione diplomatica: non fa altro che confermare l’impotenza dell’Europa. La soluzione a due Stati è possibile solo se la Ue e questi stessi paesi riuscissero a riconoscere lo stato di Palestina.

Il governo italiano in mezzo al guado. Gentiloni e Alfano sono del tutto afasici. L’ira di Giulio Marcon, capogruppo di Liberi e Uguali, Sinistra Italiana

“Gentiloni martedì in Aula a Montecitorio ci dica qual è la posizione italiana sulla scellerata decisione americana di spostare l’ambasciata a Gerusalemme che sta infiammando il Medio Oriente. Fino ad ora il silenzio del governo è imbarazzante”, afferma il capogruppo di Sinistra Italiana-Possibile Giulio Marcon, esponente di Liberi e Uguali. “Di fronte all’aggravamento della situazione in Palestina Gentiloni si dissoci nettamente dalla decisione di Trump. E’ necessario – aggiunge – che il nostro Paese chieda di mettere all’ordine del giorno del Consiglio Europeo del 14 dicembre prossimo la condanna europea della decisione americana e il riconoscimento dello Stato di Palestina. Basta ambiguità, basta attese. L’Italia faccia la sua parte, subito, per la pace in Medio Oriente, sulla base del principio ‘due popoli due stati’ riconoscendo lo Stato di Palestina”.

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