Fake news: il problema è quello del diritto umano e civile della conoscenza

Fake news: il problema è quello del diritto umano e civile della conoscenza

Fake news: fuck you, viene da replicare, con tipico eloquio oxfordiano, ai tanti che in queste ore si baloccano con queste due parole che vorrebbero dire tutto, e non dicono nulla. Ora si scopre la cattiva informazione, ora ci accorge che “sapere è potere”, ma – anche – che il “potere” considera il “sapere” un nemico mortale? Ma infine vorrà pur dire qualche cosa che la Bibbia inizia con la condanna di Adamo ed Eva, cacciati dall’Eden, colpevoli di aver voluto il vietato frutto della conoscenza. Prometeo, il titano che sfida il potere degli dei, ruba loro il fuoco (principio della conoscenza, del progresso), viene punito come sappiamo: sprofondato nel Tartaro, incatenato a una rupe, un’aquila che gli divora incessantemente il fegato. Ma conviene tornare alle fake news. Non c’è dubbio che costituiscono un problema vero, un problema serio. Ma non è un problema nuovo; ed è illusorio credere, pensare che lo si possa risolvere con normative come quelle che si vagheggiano, si propugnano, spesso da incompetenti, spesso da coloro che hanno contribuito a creare la situazione che ora stigmatizzano e denunciano.

Il problema delle fake news è che al massimo di possibilità di informazione, attraverso una pluralità di strumenti comunicativi, corrisponde un minimo di conoscenza reale. Sempre valido, purtroppo, il vecchio principio liberale (nella sua accezione più autentica ed estesa) formulata da Luigi Einaudi nelle prime pagine delle sue celebri “Prediche inutili”: il principio per il quale elemento costitutivo del diritto di poter decidere (e contare) è la possibilità di poter realmente conoscere le varie opzioni in campo. Questo è il tempo degli annunci, del beau geste, del molto fumo e del poco (e cattivo) arrosto. Finirà anche questo tempo, perché alla fine è sempre attuale il succo del discorso che Abramo Lincoln tenne a Clinton nel 1858: “Potete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre”. Un monito che i pifferai, i demagoghi e i venditori di fumo di oggi dovrebbero tener presente. Tanti grilli bercianti, in questi giorni, mettono in guardia dai centri di potere “duri”, quelli reali: che vanno al di là e al di sopra delle istituzioni; che influenzano e condizionano informazione, conoscenza, “sapere”. La scoperta dell’acqua calda. Da sempre i centri di potere cercano di influenzare e condizionare gli strumenti cosiddetti di informazione. In Italia, e ovunque.

Spesso si evoca lo spettro della censura, o meglio: dell’autocensura. Più propriamente si dovrebbe parlare di eccesso di zelo, che travalica nel servilismo. Di questo, in fondo, hanno beneficiato i dittatori e potenti/prepotenti di ogni epoca: di cattivi giornalisti e cattivi scrittori disposti ad andare ben al di là di quello che viene chiesto loro (ho parlato di “cattivi”; ma lo hanno fatto e lo fanno, anche i “buoni”). Se tutti i maggiori quotidiani e settimanali dimezzano le copie vendute, se gli indici di ascolto (non parliamo del gradimento) dei programmi radiotelevisivi di informazione hanno percentuali da prefisso telefonico non è il risultato di un’informazione e di un “sapere” veicolato e sottratto da internet e simili. È perché si è persa la fiducia in quegli strumenti di comunicazione e di “sapere”, e in chi in quegli strumenti opera; cosicché si cercano fonti, “alternative”, crogiolandosi nell’illusione di averle trovate. Proviamo a tracciarlo l’identikit dell’editore, del direttore e del giornalista ideali: l’editore ideale è quello che vuole guadagnare dal suo “prodotto”; il direttore ideale è quello che fa un giornale che da lettore acquisterebbe ogni giorno; il giornalista ideale non è quello che racconta la verità assoluta; “semplicemente” racconta il fatto nel momento in cui gli “appare”, e risponde alle cinque classiche domande: chi, dove, quando, come, perché. Il giornalismo è la verità del momento.

Se ne ricava che di giornalismo ce n’è molto poco, a disposizione. Poi si accompagna il meccanismo della mistificazione, dell’utilizzo per altri fini: fenomeno vecchio quanto il mondo. Per quel che riguarda carta stampata e televisivi, molto è stato “descritto”, anni fa, da un lucido osservatore francese, Jean- François Revel, autore de “La connaissance inutile”, pubblicato anche in Italia: un volume del 1988 dove, per esempio, si racconta di come venne a suo tempo diffusa la “bufala” dell’Aids fabbricato in un laboratorio militare americano, e sfuggito di mano come un Golem: una branca del Kgb fa pubblicare la notizia da un quotidiano indiano filocomunista; agenzie di stampa sovietiche la rilanciano, e la “bufala” si propaga per la felicità di tutti i dietrologi e i boccaloni dell’universo. Lettura anche oggi consigliabile, magari recuperando un non troppo datato “Homo videns” di Giovanni Sartori. Le cose non sono cambiate di molto: magari i mezzi usati si sono raffinati, ma le “bufale”, si tratti delle stragi alle Twin Towers volute e pianificate da Mossad e Cia, o le venefiche strisce bianche nel cielo, i microchip sottocutanei applicati a nostra insaputa o altre simili scempiaggini, trovano sempre dei gonzi che non chiedono di meglio che abboccare. Indubbiamente ora con gli strumenti messi a disposizione dal web, i processi di mistificazione sono facilitati e più veloci. Un saggio di Raffaele Simone (“Come la democrazia fallisce”) lucidamente “descrive” come la democrazia ci sia sfuggita di mano; come il massimo di informazione corrisponda a un livello infimo di conoscenza; come la pretesa partecipazione (“con internet siamo tutti uguali”, secondo la favola bella dei sacerdoti del web), corrisponda a un inquietante e pericoloso vuoto fatto di inconcludenti scambi di mail che nessuno legge.

Un “qualcosa” che non è solo peculiarità italiana; un “qualcosa” di totalitario, che si muove nell’aria e penetra nelle coscienze. Lo si può misurare, questo “qualcosa” nelle piccole, apparentemente insignificanti cose, basta prestare una briciola di attenzione a quello che accade intorno a noi. Produce una melassa uniforme che incombe su tutti, e tutto avvolge: una minaccia totalitaria da intendere non come qualcosa che attiene ai regimi autoritari e violenti già conosciuti. È piuttosto un “qualcosa” tra Orwell e Kafka, il livellamento delle idee, la loro cancellazione. Una favorita pigrizia mentale che lascia spazi vuoti destinati a essere occupati da questo “qualcosa” caratterizzato da assenza di memoria, conoscenza, “sapere”. Ci si muove, bisogna esserne consapevoli, su un crinale delicatissimo, un terreno scivoloso: si pongono mille problemi relativi alla libertà di espressione e di comunicazione; i “paletti” di garanzia facilmente si possono mutare in strumenti di ulteriore censura e manipolazione.

Devono essere gli editori, i direttori, i giornalisti a conquistarsi credibilità, meritare la fiducia che chiedono. Malati di zelo, di servilismo, si raccoglie quello che per anni si è seminato; è il “vuoto” che consente spazi alle corbellerie di grilli bercianti, e di conseguenza ad “antidoti” destinati ad essere più dannosi dei mali che intendono curare. Le conseguenze della post-verità: “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”. La frase che sembra diventata la bibbia della politica contemporanea è nata da un personaggio tutt’altro che amabile, il gerarca nazista Joseph Goebbels che di propaganda ne sapeva. Se questa “verità” è valida per i regimi totalitari e sanguinari, lo è ancora di più nell’epoca di internet, della crisi delle ideologie, nell’epoca in cui è stato teorizzato il concetto di post verità, cioè una cosa non vera che, appunto, a forza di ripeterla diventa reale… Basta un click. Anzi, basta scrivere una fesseria, prendere di mira qualcuno, mettere il tutto in rete e il popolo odiatore sarà pronto a condividere quel contenuto ripetendolo cento, mille, un milione di volte. La campagna elettorale americana che ha visto gli sfidanti Trump e Clinton contendersi la Casa bianca è stata caratterizzata dall’uso di fake news. Ma ormai nessun Paese è immune e una inchiesta del “New York Times” dimostra come anche in Italia il problema sia molto radicato e che nessun frequentatore di siti, social e web in generale sia immune dall’incontrare delle bufale. La novità, se di novità in senso stretto si tratta, è la quantità di odio che queste false notizie diffondono. I due fenomeni sono strettamente correlati: più si odia, più si producono fake news; più si producono fake news, più si odia. È un cortocircuito pazzesco che colpisce soprattutto le forze politiche populiste che sul sentimento dell’odio e di identificazione quasi carnale con il capo hanno costruito il loro successo elettorale.

La crisi delle grandi ideologie, con i loro disastri ma anche il loro portato di idealità e socialità, ha lasciato il campo libero ai sentimenti primari: odio o amore, amico o nemico, stai con me o contro di me. E la linea di demarcazione è costruita con le notizie false, destinate a prendere di mira soprattutto il diverso, il migrante, l’altro da sé. Spesso il confine tra menzogna e verità è veramente labile, difficile da identificare. Matteo Renzi sembra essere particolarmente sensibile alla faccenda e annuncia che durante la campagna elettorale il Partito Democratico diramerà un report ogni 15 giorni per denunciare le balle più clamorose ed evidenti. Il suo stretto amico e collaboratore, l’imprenditore Marco Carrai, esperto di cybersicurezza, fa sapere che lavora con uno scienziato di fama internazionale alla realizzazione di un algoritmo della verità in grado di verificare l’attendibilità di una notizia in Rete e smascherare le fake news. Tutto bene, salvo che anche il PD, e Renzi, i paladini della lotta alle fake news possono benissimo essere accusati d’esserne dei creatori. E così in una spirale infinita e senza uscita. Per dire: perché non si dovrebbe considerare una fake news l’annuncio di Carrai della prossima uscita del citato algoritmo? L’unica vera arma è il buon senso, la conoscenza e l’affidabilità che si conquista con anni di paziente e continuo rigore.  Prima di finire, una doverosa domanda: ridicoli sicofanti, dove eravate quando in pochi, con Marco Pannella, si lottava per il diritto civile e umano alla conoscenza? Cosa facevate, cosa avete fatto? Perché quello che era in vostro potere fare, non l’avete fatto? Facce di tolla, ora mostrate di accorgervi della sistematica menzogna eretta a sistema?

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