Come previsto, Mattarella ha sciolto le Camere. Si voterà il 4 marzo 2018. In mattinata, inutile conferenza stampa di Gentiloni: molta propaganda, va tutto bene, l’Italia veleggia quasi come la Cina

Come previsto, Mattarella ha sciolto le Camere. Si voterà il 4 marzo 2018. In mattinata, inutile conferenza stampa di Gentiloni: molta propaganda, va tutto bene, l’Italia veleggia quasi come la Cina

“Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – si legge nel comunicato diffuso dal Quirinale- dopo aver sentito i presidenti dei due rami del Parlamento, ai sensi dell’articolo 88 della Costituzione, ha firmato il decreto di scioglimento del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati, che è stato controfirmato dal presidente del Consiglio dei Ministri. Subito dopo, il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica, Ugo Zampetti, si è recato dai Presidenti del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati per comunicare il provvedimento di scioglimento delle Camere”. Tutto come ampiamente previsto da settimane, dunque: superato lo scoglio del voto definitivo al Senato della legge di Bilancio, la XVII legislatura è dichiarata ufficialmente conclusa con l’atto di scioglimento delle Camere del Presidente Mattarella. A nulla sono serviti gli appelli di movimenti e associazioni di cittadini italiani senza diritto di cittadinanza, né di parlamentari, soprattutto della minoranza del Pd, che avrebbero voluto tentare l’approvazione della legge sullo ius culturae, ferma al Senato da ben due anni. D’altro canto, già in mattinata, lo stesso presidente del Consiglio Gentiloni, durante la conferenza stampa di fine anno, aveva confermato che non c’erano i numeri sufficienti per superare lo scoglio, e che non avrebbe certo potuto presentarsi al Quirinale dopo una eventuale bocciatura. Così, le Camere si sciolgono nonostante i molti problemi irrisolti e alcune spine da vagliare attentamente, come ad esempio i contratti per i lavoratori del pubblico impiego (ministeri, istruzione, sanità ed enti locali) i cui tavoli sono stati solamente attivati, per ora, dopo la firma della pre-intesa sui 247mila dipendenti delle funzioni centrali e degli enti non economici.

I passaggi elettorali e istituzionali che si avviano da giovedì 28 dicembre, giorno di chiusura delle Camere

Con lo scioglimento delle Camere parte la lunga campagna elettorale che portera’ al voto il 4 marzo, all’insediamento delle nuove Camere della XVIII legislatura e alla ricerca di una maggioranza che dia vita al nuovo governo per il Paese. Da questo momento, ecco, passaggio per passaggio, tutti gli appuntamenti e gli snodi principali che attendono la politica e le istituzioni: i simboli dei partiti vanno depositati al Viminale tra il 44esimo e il 42esimo giorno (entro le 16) prima del voto (dunque tra il 19 e il 21 gennio). Le liste dei candidati devono essere presentate tra il 35esimo e il 34esimo giorno prima del voto (dunque tra il 29 e il 31 gennaio). Per legge, mentre la campagna elettorale politica di fatto è già cominciata e comincerà ufficialmente da oggi, lo svolgimento dei comizi elettorali può svolgersi solo dal 30esimo giorno prima del voto. Questa norma riguarda in particolare gli spazi di affissione e l’autorizzazione all’uso delle piazze e dei luoghi pubblici. Nelle 24 ore prima del voto si deve rispettare il silenzio elettorale.  Il presidente del Consiglio uscente, in questo caso Paolo Gentiloni, dopo le elezioni si dimette, per cortesia istituzionale, ma viene confermato dal presidente della Repubblica per il disbrigo degli affari correnti. Non esiste infatti la possibilità di una vacatio di poteri esecutivi. Il ‘vecchio’ governo resta in carica fino al giuramento di quello ‘nuovo’. Il nuovo governo, in caso di risultato chiaro alle elezioni, non potrà quindi entrare in carica prima della prima settimana di aprile, nella più rosea delle previsioni. Va ricordato che il governo, per legge, deve presentare alle Camere il Def entro il 10 aprile. Molti osservatori, comunque, sondaggi alla mano, temono che non si possa individuare una maggioranza stabile anche ben oltre la data di aprile.

La conferenza stampa di Gentiloni già in campagna elettorale: due ore e mezza di propaganda e di “spero che vinca il Pd”

L’Italia “non si mette in pausa” e il governo “non tira i remi in barca”. Con questa doppia metafora il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, conferma nella tradizionale conferenza stampa indetta dall’Ordine dei giornalisti, che la legislatura è al termine, e che il premier resterà lui fino al governo successivo e il Paese, nel frattempo, non si fermerà. Nella conferenza stampa di fine anno, Gentiloni – da non dimissionario – ha rivendicato, come fosse il primo comizio della nuova campagna elettorale, i risultati raggiunti in quella che definisce una legislatura “fruttuosa” nonostante sia nata “in modo strano”. “Il mio governo – sottolinea – ha fatto pochi annunci, ma non ha preso poche decisioni”. In modo molto astuto, che ricordava l’eloquio dei grandi leader democristiani, parlare senza dire niente, sul piano politico, Gentiloni si è posto sulla scia di Enrico Letta e Matteo Renzi, suoi predecessori e testimoni di una “sinistra di governo”, su cui il premier insiste molto in vista delle prossime politiche. Sul piano dei contenuti, ha elencato i progressi fatti: dalla crescita, ai posti di lavoro aumentanti fino al deficit su cui, dice, “l’Italia è più che in regola”. Gentiloni ha insistito anche sulla questione migranti – meno arrivi equivale a meno morti in mare, secondo lui, ma ovviamente si è guardato bene dal rammentare i lager libici – passando per la missione in Niger, “sacrosanta per gli interessi nazionali” – il resto sono soltanto “illazioni spettacolari”. Il premier si è detto perfino “orgoglioso” poi di avere approvato da ministro il provvedimento sulle unioni civili e, in veste di presidente del Consiglio, quello sul biotestamento. Unico neo, la mancata approvazione della legge sullo Ius soli su cui Gentiloni condivide la stessa “delusione” espressa dalla Chiesa cattolica. “Pur avendo la volontà di approvare lo Ius soli, non siamo riusciti a mettere insieme i numeri per approvare questa legge”, ammette. E taglia corto sulle polemiche degli ultimi giorni: “Non vi erano incertezze da parte del governo sulle decisioni da prendere. Purtroppo c’era la certezza che mancavano i numeri che non ci sarebbero stati anche se in aula ci fossero stati i senatori del Pd e di Liberi e Uguali”. Secondo Gentiloni, il modo perfetto per fare archiviare la legge sulla cittadinanza sarebbe stato farla bocciare in aula al Senato in questa legislatura, mentre così facendo resta aperta una porta nella prossima.

La scissione nel Pd e la questione delle banche

Rispetto al Partito democratico, Gentiloni – che, assicura, farà campagna elettorale da qui al voto, ma già la conferenza stampa sembrava un comizio con quel richiamo insistito al risultato del Pd – riconosce che con la nascita di Liberi e Uguali è avvenuta una scissione che spera non lo penalizzerà nelle urne, ma invita il Pd a mostrarsi per quello che è “una forza tranquilla di governo”. Da premier per la prima volta si esprime anche sul lavoro della commissione d’inchiesta sulle banche, ribadendo che è stato lui a confermare il ruolo di Maria Elena Boschi nel governo ed esprimendo “sollievo” per la fine delle audizioni che, a suo dire, non si sono mostrate “utilissime” rispetto allo scopo che si era data la Commissione bicamerale d’inchiesta. “Può darsi che alcune di quelle assenze avesse significato politico, l’importante è che il gesto sia stato fatto nell’interesse del Paese”, ha risposto ai giornalisti in merito all’assenza dei ministri renziani al Consiglio in cui confermò Ignazio Visco alla guida di Banca d’Italia. Insomma, un atto politicamente rilevante contro le sue scelte, e quelle del Quirinale, di alcuni ministri renziani, passa in sordina come una sorta di questione irrilevante.

Alitalia e Ilva: ferite ancora aperte nel nostro sistema produttivo. Gentiloni ricorda il referendum della Compagnia aerea e chiede responsabilità ai lavoratori

Due passaggi sono poi dedicati alle questioni economiche ancora aperte in Italia, quella dell’Ilva e di Alitalia. Il governo auspica che per Alitalia “le offerte che sono sul tavolo possano essere anche migliorate: per certi versi è anche necessario”. Gentiloni ha altresì auspicato “da parte dei dipendenti, dei lavoratori un grande senso di responsabilità” e ha rievocato l’offerta di Air France che fu rigettata e portò il governo Prodi II a discutere, alla sua ultima riunione in Consiglio dei ministri del 2008, un prestito ponte. “Se oggi avessimo sul tavolo quell’offerta – sbotta -, la prenderemmo al volo… ma proprio al volo”, e fa pesare sui sindacati – cosa storicamente non vera – quella scelta. Sull’Ilva, il premier invita a ritirare il ricorso al Tar presentato dal Comune di Taranto e dalla Regione Puglia, ma si dice certo che si troverà una via d’uscita. Ma su due punti Gentiloni ha sfiorato letteralmente il ridicolo: quando un giornalista di una testata ebraica ha chiesto spiegazioni sul rientro della salma di Vittorio Emanuele III e quando Marco Conti del Messaggero ha chiesto se si è mai posto il problema delle inquietudini dei millennials che voteranno a marzo prossimo per la prima volta, Ebbene, alla prima domanda, Gentiloni ha risposto che si è trattato di un “gesto umanitario”, come se per essere umani occorreva far rientrava un re già condannato dalla storia, e alla seconda, invece di replicare sul tema più scottante di questi anni, i giovani, ha intrattenuto i giornalisti su quanto è bello fare i volontari, in giro per il mondo, in Italia, a Roma, con la Comunità di Sant’Egidio. Risposte che confermano la sensazione di un democristiano che ha attinto alla più ferrea tradizione dei premier democristiani (Andreotti era un maestro nel parlare senza dire, nascondendo le cose più toste e inquietanti, com’è noto).

Nessun cenno da Gentiloni su scuola, istruzione, sanità, welfare. Tutta la spazzatura delle disuguaglianze sociali letteralemente sotto il tappeto, eppure ormai è noto anche i sanpietrini di Roma che 12 milioni di italiani non possono pagarsi le cure mediche, che 5 milioni vivono al di sotto della soglia di piovertà (e non basta la miseria di 200 euro medi mensili a sollevarne le sorti), che centinaia di migliaia di famiglie vivono questo Natale con l’ufficiale giudiziario alla porta per lo sfratto, solo per citarne alcune. Ma la reticenza, il silenzio su scuola, università, ricerca e cultura appare davvero inspiegabile. Non erano priorità del suo governo, per lo sviluppo dell’Italia? Non si è fatto vanto, la ministra Fedeli, delle risorse investite nella legge di Bilancio? Non si è fatto vanto, il ministro Franceschini, delle risorse per la cultura? Ma se fosse così, perché Gentiloni non ne ha parlato, pur avendo concentrato tutto il suo lunghissimo comizio sui successi del suo governo, e di quello di Renzi? Allora, ci è sorto un dubbio: forse anche Gentiloni ha capito che se tocchi la scuola, la cultura, il welfare non puoi truccare le carte, perché la loro condizione si è fatta drammatica durante il governo Renzi e il suo. E questo gli italiani che hanno assistito al comizio di Gentiloni a reti unificate lo sanno benissimo, perché quella condizione la vivono ogni minuto sulla loro pelle.

Il commento di Nicola Fratoianni, leader di Sinistra Italiana ed esponente di LeU

Scrive Nicola Fratoianni a commento della conferenza stampa di Gentiloni che “Al netto del trionfalismo scontato quanto infondato, il suo governo come quelli che lo hanno preceduto in questa legislatura non hanno fatto nulla per combattere la diseguaglianza. Anzi, le scelte sul lavoro, sul fisco, sulla scuola e in materia di politica economica hanno contribuito ad allargare la forbice tra una minoranza sempre più ricca e privilegiata e una enorme maggioranza sempre più in difficoltà. Servono politiche pubbliche di redistribuzione, nuovi e massicci investimenti per generare buona occupazione e per ricostruire un welfare capace di garantire a tutti i cittadini diritti fondamentali a partire da quello alla salute. Insomma serve una proposta diametralmente diversa – conclude – da quelle che hanno caratterizzato questi anni”.

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