Bilancio. La Camera approva un’accozzaglia di interventi. Laforgia: manovra fatta di bonus. Marcon: manca un progetto, un disegno generale. Gentiloni sembra l’Istat ed esulta

Bilancio. La Camera approva un’accozzaglia di interventi. Laforgia: manovra fatta di bonus. Marcon: manca un progetto, un disegno generale. Gentiloni sembra l’Istat ed esulta

La Camera approva. È l’ultimo atto di quella che si dovrebbe definire una farsa. Basterà dire che dei 630 deputati che siedono nei banchi di Montecitorio, ne erano presenti solo 447. I voti a favore 270, contrari 172, astenuti 5. E gli altri? Date le regole della Camera per approvare  un provvedimento è sufficiente la maggioranza dei presenti che assicurano la validità della seduta. Ma non è un bel vedere .Così come il fatto che ancora un volta  il governo ha posto la fiducia. Per non parlare dei tempi stretti assegnati alla Camera per approvare la legge che sarà trasmessa al Senato, altro voto di fiducia e conclusione della legislatura.

 Purtroppo, invece si tratta  della legge  di Bilancio, il documento più importante che dovrebbe definire il quadro economico entro il quale trovano posto tutti i provvedimenti che riguardano direttamente  le condizioni di vita e di lavoro dei cittadini. Una farsa, sì perché tutto era già stabilito, il Parlamento svuotato dei suoi poteri fondamentali. Un esempio? Erano stati presentati due emendamenti da parte di parlamentari del Pd, la Commissione bilancio li aveva approvati. Riguardavano l’aumento della indennità dovuta al lavoratore nel caso di licenziamento dichiarato illegittimo. Il governo ha detto no e l’emendamento è tornato nel cassetto. Identica sorte per quanto riguarda la riduzione da 36 mesi a 24 per i contratti a termine. Confindustria ha detto no e no è stato. Ancora: il presidente della Commissione Bilancio, Boccia, ha annunciato che erano stati approvati provvedimenti per le pensioni secondo l’intesa con il governo approvata dai sindacati. Ha dimenticato di dire che la Cgil, il più grande sindacato, non era d’accordo. Non solo ha dimenticato di ricordare per dovere di correttezza che la Cgil aveva promosso un campagna di mobilitazione con cinque grandi manifestazioni e che ora, come ha fatto presente il segretario confederale Nino Baseotto, “la battaglia sulla previdenza andrà avanti. Il  nostro obiettivo è cambiare la legge Fornero  ed è questa la prima  cosa che diremo al prossimo presidente del Consiglio. Così come continueremo a batterci per la carta dei diritti”.

Seguendo gli interventi nel dibattito si scopre, anche se si tratta di cose note, una realtà politica frantumata. Palano esponenti di gruppuscoli che si sono creati in questi mesi, tutti provenienti dal Centro e dalla destra, dagli alfaniani ai verdiniani, tutti arrivati a supporto del governo Gentiloni. Il loto voto a favore della legge di bilancio è stato motivato dal via libera dato dal governo ad emendamenti nel segno sfacciato della clientela in vista delle elezioni. Solo nell’ultimo giro di lavori ne sono stati approvati centinaia, microstanziamenti, creazione di fondi. Gentiloni si dice soddisfatto: “La Camera approva la manovra. Incentivi per assumere giovani. Sostegno alle imprese che innovano. Anticipo della pensione per alcune categorie. Risorse per i contratti pubblici. E niente nuove tasse. Grazie a deputate e deputati”. I fatti lo smentiscono, ma che importa, ormai è l’ultimo giro di valzer. È perfino difficile  descrivere  il contenuto di questa manovra. Un dato certo: viene consegnato un debito di 19 miliardi al prossimo governo che dovrà vedersela con la commissione Ue. Non emerge un progetto, un disegno complessivo, vengono elusi tutti i problemi di fondo, da quello del lavoro, con la pratica del precariato diventata ormai l’unica fonte di lavoro per i giovani in particolare, sfruttamento e lavoretti. Si ignora che ci sono 11 milioni di persone non in grado di pagarsi cure mediche e analisi, che circa cinque milioni di italiani sono a rischio povertà. Un’accozzaglia di interventi a pioggia. Ci viene da dire che la manovra è stata messa a punto tenendo conto delle statistiche Istat che annuncia in continuazione una ripresa folgorante. La realtà è che fra i paesi dell’euro siamo l’ultima ruota del carro.

Il governo rende fragile anche la democrazia picconando alcuni principi

Commenta Francesco Laforgia, capogruppo di Mdp a Montecitorio ed esponente di Liberi e Uguali nelle dichiarazioni di voto finale sulla legge di bilancio.”Ci eravamo illusi che il nuovo corso del governo con Gentiloni aprisse nuove prospettive, ma il governo sta rendendo fragile anche la democrazia picconando alcuni principi. Diritti civili e diritti sociali, il tema della rappresentanza e quella della vita sociale delle persone, devono essere il pilastro. Avremmo preferito qualche bonus in meno, e magari risolvere la questione dei precari del Cnr, restituire la progressività al fisco, inaugurare un grande piano di investimenti pubblici: è questo quadro d’insieme che è mancato, l’assenza di un disegno”. Marcon, capogruppo di Sinistra Italiana, esponente anch’egli di Liberi e Uguali, ricorda “le promesse che aveva fatto il governo, interventi per il lavoro ai giovani, per le pensioni, la sanità quando la maggioranza aveva respinto gli emendamenti che riguardavano l’articolo 18, il jobs act. Promesse non mantenute”. Manca un progetto, un disegno generale. Una prima valutazione generale arriva dalla Cgil con l’intervista della segretaria confederale Gianna Fracassi a radio Articolo1.

Fracassi (Cgil) a Radio Articolo1: Una manovra frammentata in tantissimi interventi senza una strategia di fondo. Un arretramento sul pacchetto lavoro. Pensioni, la fase due non è mai partita. La vertenza rimane aperta

La legge di bilancio è ormai in dirittura d’arrivo ed è tempo di giudizi, purtroppo non positivi. “I due passaggi parlamentari non hanno modificato il quadro di riferimento generale. Sono intervenuti su quelle pochissime risorse collocate per la sterilizzazione dell’Iva, e che poi si sono ulteriormente frammentate. Il tratto che possiamo disegnare è di una manovra che non è mutata nei saldi e nel quadro macroeconomico generale, ma che è frammentata in tantissimi micro interventi senza una strategia di fondo”. A delineare il quadro è Gianna Fracassi, segretaria confederale della Cgil, dai microfoni di RadioArticolo1.

“L’assalto alla diligenza paventato dal ministro Padoan non ci poteva essere, perché le risorse erano molto poche, però è avvenuta una proliferazione di interventi più che minimali”. In casa Cgil i punti di disaccordo riguardano l’insistenza, nella manovra, sulla logica dei bonus, e la mancanza di interventi di ampio respiro rispetto a fisco e lotta all’evasione. “C’è un intervento interessante rispetto alla tracciabilità degli stipendi – ammette Fracassi -, con uno stop al pagamento in contanti, però il punto è che manca un intervento serio e pesante sul contrasto all’evasione fiscale. Servirebbe un intervento strutturale, qui invece abbiamo solo piccole misure, sebbene non negative”.

Altra nota dolente il capitolo che riguarda la sanità pubblica. Da qui al 2020 è prevista una riduzione della quota di Pil destinata alla sanità. Inoltre non c’è stata l’abolizione del superticket ma solo una parziale rimodulazione. Mancano infine le risorse per il contratto di lavoro del comparto sanità. Un quadro allarmante, “alla luce di un dato incontrovertibile – spiega la dirigente Cgil -, ossia che nel Paese c’è una larga fetta di persone che rinunciano a curarsi, perché non possono più permetterselo. Non riescono neanche a far fronte ai pagamenti previsti per i servizi sanitari pubblici. Su questo versante la legge di stabilità non dà risposte. Ma sarebbe stato importante dare un segnale forte. Negli ultimi anni le risorse destinate alla sanità sono state progressivamente ridotte. Sul superticket – osserva Fracassi – è stata fatta un’operazione positiva ma minimale, modulando un’operazione che purtroppo non riguarda tutti gli italiani”.

“Inoltre, per quanto riguarda le norme sul pacchetto lavoro, annunciate in Commissione bilancio ma che poi non sono passate, c’è stato un arretramento”, osserva la segretaria. Per i precari nulla di fatto. La proposta di ridurre a 24 dai 36 mesi la durata dei contratti a tempo determinato passata in Commissione lavoro non è stata accolta nel testo della manovra, nemmeno ammessa in Commissione bilancio. Così come non è stato accolto l’aumento degli indennizzi per i lavoratori illegittimamente licenziati. “Dobbiamo verificare con un certo stupore – commenta Fracassi – che anche a fronte di un pacchetto lavoro che era stato proposto in commissione, non si è trovato poi l’accordo politico. Di fatto hanno dovuto ritirare l’emendamento. Lo stesso governo non è riuscito a imporre una posizione condivisa. Sarebbe stato un segnale che si tornava a mettere mano sul Jobs Act e sul tema della precarietà”.

Nella legge mancano anche misure che rendano più oneroso, alle imprese, licenziare invece che accedere agli ammortizzatori sociali. Prosegue Fracassi: “Il ministro Poletti aveva preso tanti impegni sul lavoro in questi mesi. Purtroppo il dato di fatto è che di questi impegni non è rimasta traccia. Abbiamo visto una profonda distanza da parte del governo nella definizione della manovra: sul versante dell’ordinamento generale non c’è stato cambio di rotta”.

Anche alla voce ‘giovani e lavoro’ la manovra non dà segnali importanti. “I dati ci dicono sempre lo stesso: permane una disoccupazione costante, e non scenderà. Lo ammette lo stesso governo nel Def. C’è una precarietà legata al tipo di occupazione e alla qualità del lavoro che i giovani riescono a trovare. Su questi temi l’unica risposta in legge di bilancio è la decontribuzione. Abbiamo detto spesso che non può essere l’unico strumento di contrasto. Perché non dare una risposta di altro tipo? – si chiede Fracassi -. Si è scelto di non farlo, sbagliando. Già le leggi messe in campo non hanno ridotto la precarietà. Il Jobs Act non l’ha ridotta ed è peggiorata persino la qualità del lavoro: perché non cogliere un tema reale, seppure senza ‘abiurare’ alle leggi precedenti?”.

Del resto è anche inutile illudersi coi dati sulla ripresa economica. Perché, rileva Fracassi, “nella crescita attuale c’è una contraddizione: non determina una maggiore qualità del lavoro, non determina aumenti salariali, mentre si allargano invece le disuguaglianze e le polarizzazioni nel lavoro e nella società. È un dato non solo italiano. È evidente però che l’inazione peggiora le cose. Non si danno risposte su nulla: disuguaglianza, lavoro, redistribuzione salariale. Neppure si interviene con gli strumenti di natura fiscale. A fronte di questo, anche il piccolo bonus non risponde alla sfida che il Paese deve affrontare. E la preoccupazione aumenta se pensiamo che nei prossimi mesi entreremo in una situazione di stallo politico. Questa è la critica di fondo che facciamo alla legge di bilancio. Al di là delle piccole misure anche positive, il quadro complessivo ci dice che la legge di stabilità non risponde ai bisogni del Paese nel suo complesso”.

Sul capitolo pensioni, la vicenda è nota. Il tavolo col governo è saltato. La fase due non è mai partita. Gli automatismi sull’aumento dell’età pensionabile non sono stati disinnescati. La Cgil ha manifestato il 2 dicembre in cinque piazze, e la sua mobilitazione prosegue. Aver portato a 15 le categorie di lavori gravosi per l’Ape sociale non compensa la mancata risposta generale sulla previdenza. Riepiloga Fracassi: “È una misura che riguarda un numero molto basso di persone. Il governo ha fatto aggiustamenti che non colgono i problemi dei giovani (la pensione di garanzia), né la questione della flessibilità in uscita. Prevedere e non stoppare il meccanismo dell’aumento dell’età pensionabile vuol dire che non si vuole affrontare le conseguenze della legge Fornero sul mercato del lavoro. Non introdurre nessuno di questi temi nella legge di bilancio è stato un gravissimo errore. Ma per la Cgil – conclude Fracassi – la vertenza rimane aperta, non si chiude con la legge di bilancio”.

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