Sicilia e Ostia, continua lo sciopero degli elettori. I riflessi sullo scenario politico. Con il “rosatellum” un Parlamento di nominati

Sicilia e Ostia, continua lo sciopero degli elettori. I riflessi sullo scenario politico.  Con il “rosatellum”  un Parlamento di nominati

Il risultato più evidente, sebbene non inatteso, del voto siciliano e di quello di Ostia a Roma, è che continua lo sciopero degli elettori. In Sicilia ha votato il 46,7% leggermente meno della volta precedente, il 2012, ma sempre sotto il 50%. Il nuovo governatore Musumeci e la di lui coalizione governeranno con il consenso di meno del 20% dell’intero corpo elettorale: 19 elettori su 100. Non sono i primi e non saranno gli ultimi. Nella zona litoranea della Capitale, già martoriata dalle vicende di “Mafia capitale” e dal predominio di clan del malaffare e criminali, il voto è stato una sorta di Caporetto della partecipazione: solo il 36% si è presentato alle urne.

Naturalmente questo dato di calo, da una parte, e vero e proprio crollo, dall’altra, dell’affluenza alle urne dovrebbe essere in cima ai pensieri, alle preoccupazioni, alle valutazioni e ai commenti di politici e giornalisti. Infatti è già stato dimenticato. Così come furono dimenticati i precedenti segnali di disaffezione politica e di sfiducia verso partiti e personaggi che li popolano, manifestatisi copiosamente nelle tornate di voto sia in grandi e piccoli comuni sia in significative regioni come l’Emilia-Romagna; regione “rossa” che nella graduatoria della partecipazione elettorale era sempre stata all’avanguardia. Tutta l’attenzione del mondo politico e giornalistico già si concentra su chi ha vinto e chi ha perso fra i partiti e i vari leader, e sui riflessi che le due consultazioni avranno sullo scenario politico in vista delle prossime e vicine elezioni parlamentari.

 La crisi drammatica della democrazia partecipata non  interessa granché

Della crisi drammatica della democrazia partecipata a nessuno interessa granché, salvo poche eccezioni. Così come non interessano altri aspetti, più istituzionali, di una “democrazia regrediente” qual è quella che si sta via via decomponendo in una rissa continua fra un establishment consunto e arroccato in se stesso, autoreferenziale, assai simile a tutte le consorterie che non sanno intendere ciò che ribolle nel corpo sociale e una protesta ribellistica segnata dal rancore sociale. Una protesta che nasce da una mancanza di prospettive e dalla vista sempre più insopportabile del contrasto fra i privilegi e le prebende di lor signori – politici, banchieri, padroni della finanza, grandi magnati dell’economia e della comunicazione, ceti borghesi benestanti in genere – e la condizione di sofferenza sociale di gran parte della classe lavoratrice, dei pensionati, delle famiglie sotto la soglia di povertà, dei giovani disoccupati o precari. Una protesta che sta prendendo strade sempre più inquietanti – vedesi i risultati di Casa Pound a Ostia e non solo – sullo sfondo di una massiccia desertificazione delle urne, nel vuoto della sinistra e, in particolare, del PD, il cui sgarrupato leader, pur di tenersi in sella, non disdegna, anche lui, di assumere pose e iniziative populistiche.

Il rosattellum figlio legittimo di  un Parlamento dominato dal trasformismo

Nei giorni scorsi si è parlato molto di legge elettorale. Il “rosatellum”, figlio legittimo di un parlamento dominato dal trasformismo, è stato approvato, come sappiamo, a colpi di fiducia incostituzionale, visto l’oggetto, una legge elettorale, su cui era stata apposta. Una legge il cui merito, d’altronde, sia dal punto di vista politico che giuridico, appare quanto mai obbrobrioso. Il risultato sarà di avere un nuovo parlamento di nominati dediti ai cambi di casacca. Al di là di questo, quasi nessuno di quelli che contano nella vita istituzionale e politica e fra gli opinion maker, ha messo in primo piano che, praticamente, da 12 anni a questa parte il luogo più alto della rappresentanza popolare motore di tutto il sistema istituzionale, è stato formato sulla base di una legge elettorale, il cosiddetto “porcellum”, incostituzionale. Tre parlamenti, nel 2006, nel 2008 e nel 2013 hanno tratto vita da questa legge. L’ultimo, dopo la pubblicazione della sentenza dell’Alta Corte nel gennaio del 2014, invece di essere impegnato dal Presidente Napolitano appena rieletto a grande maggioranza come “salvatore della patria” e perciò onusto in quel momento di un grande autorevolezza politica – a fare subito una legge elettorale decente ed essere sciolto per consentire la formazione di un parlamento politicamente legittimo, fu addirittura mantenuto in vita e caricato del compito di riformare la Costituzione. Non è qui il caso di ripercorrere tutte le contorte vicende politiche e partitiche che hanno segnato questi 12 anni. Sta di fatto che in questo lasso non piccolo di tempo il processo politico nazionale è stato determinato da una legge illegittima. In quale altro paese democratico e liberale dell’occidente può accadere un’enormità di questo genere? E in quale altro dei suddetti paesi può accadere che una sentenza così importante dell’Alta Corte arrivi dopo nove anni dalla promulgazione della legge in oggetto? E in quale altro paese, sempre del medesimo ambito euro atlantico, può accadere che un parlamento politicamente illegittimo si faccia bocciare, sempre per illegittimità, dalla Corte costituzionale un’altra legge elettorale, l’ ”italicum”, e poi si acconci a farne ancora un’altra, il “rosatellum”, sempre in odore d’ irregolarità costituzionale?

Il rischio di una nuova sceneggiata che riproduca un’altra legge elettorale illegittima

Insomma, dopo 12 anni di illegittimità politica, potremmo continuare ad avere un parlamento di nominati eletto con una legge che potrebbe essere di nuovo bocciata dall’Alta Corte. Sarebbe il IV. E potrebbe pure continuare ad accadere che il suddetto alto consesso di rappresentanti depositario della sovranità popolare, invece di dedicarsi a fare una legge elettorale costituzionale e quindi essere sciolto per ricondurre, tramite una nuova elezione, il processo democratico su basi di legittimità politica e costituzionale, continui fino alla fine del prossimo quinquennio per dare luogo, poi, a una nuova sceneggiata che riproduca un’altra legge elettorale come le precedenti. Teoricamente si potrebbe continuare così all’infinito. Di fronte a questa prospettiva di normale anormalità, segno dell’assoluta mancanza di ogni senso del pudore che alberga nell’establishment politico e non, qualcuno ha detto che siamo diventati una repubblica delle banane.

Un modo per dire che siamo alla frutta.

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