C’È POCO DA RIDERE… Le parole hanno un senso (1)

C’È POCO DA RIDERE… Le parole hanno un senso (1)

Paolo era non vedente da ormai 10 anni. Un terribile incidente gli aveva tolto l’utilizzo delle gambe e il piacere della vista. Il non poter guardare aveva ampliato lo spazio che la sua vita dedicava all’ascolto e alla fantasia. Era cresciuta la sua capacità creativa, cercava di immaginare cosa non poteva vedere, ascoltava molto e nella sua mente trasformava le parole e i suoni in immagini.

La musica gli trasmetteva enormi sensazioni, si trasformava in lui in paesaggi, colori, stati d’animo.

La sua cultura l’aveva alimentata di audiolibri, ascoltava le rassegne stampa per “leggere” i giornali, si teneva informato passando da un giornale radio a un telegiornale. La radio era la sua migliore compagnia.

In famiglia però oltre che durante le cene, si stava tutti insieme la sera, di fronte alla TV. Non sempre lui amava seguire i programmi, anche se rigorosamente ascoltati sulla pagina 777 per i non vedenti. Odiava il calcio e non aveva mai seguito una partita.

Domenica però era un evento speciale. Il cugino Luigi esordiva in serie A nella squadra del Pietruolo che affrontava la capolista Senectus e quindi davanti al televisore, affollati su sedie, poltrone, divani, puff, tappeti, si erano ritrovati zii, nipoti, cugini, fratelli, familiari di ogni genere e grado. Oltre una ventina di persone nel salotto di casa.

Paolo, pur non vedendo nulla, aveva avuto riservato il posto più comodo nella poltrona di fronte al televisore.

Non conosceva le regole del calcio, non aveva mai seguito una partita, non conosceva i protagonisti del campionato, né le squadre, né i calciatori. Sapeva solo che c’era suo cugino Luigi che tra l’altro lui ricordava ragazzino.

Si concentrò sull’ascolto, cacciò dalla sua mente ogni distrazione e accese la sua fantasia per trasformare la telecronaca in immagini visibili nella sua mente.

Con grande stupore però si imbattè in un problema che non aveva considerato. Al posto della telecronaca le sue orecchie assistettero ad un bombardamento di parole in libertà che non gli fecero assolutamente capire cosa stava accadendo dentro quello schermo televisivo. Due chiacchieroni sgrammaticati, parlavano in libertà.

Come la vista di qualcosa di molto sgradevole fa accapponare la pelle e genera disgusto, per Paolo l’ascolto continuato di frasi senza senso e senza sintassi creava un fastidio quasi fisico.

“Se quella palla entra, stiamo a parlare di un’altra partita”, “un calciatore così me lo prendo tutta la vita”, “vuole l’angolo”, “se quella traversa sarebbe entrata…”, “se la tira di piatto, non la prende mai”.

Assorbito il disgusto, cercò comunque di seguire ciò che stava accadendo sul campo.

Il telecronista con voce agitata sostenne: “i due fanno a sportellate!”. Incredulo, il povero non vedente, non riusciva a capire che razza di sport fosse quello e dove si svolgesse.

Non capendone il motivo, Paolo si immaginò che, nel bel mezzo del campo, due atleti se le davano di santa ragione con due sportelli dell’armadio, raccolti non si sa bene dove. Forse le squadre si trovavano nei pressi di una discarica. In cuor suo sperò che il cugino Luigi non fosse coinvolto in questa barbara scena.

Ma subito la scena cambiò di segno: dalla violenza alla dolcezza.

“C’è una penetrazione improvvisa” gridò il telecronista con fare concitato. Qui Paolo invece sperò fosse Luigi che, in un angolo seminascosto del campo, stesse portando a compimento un amoroso rapporto con la sua adorata e, sul più bello, fosse stato scoperto dal telecronista un po’ guardone. La romantica visione perse subito la sua privacy e si trasformò in orgia: “mucchio selvaggio!”. La fronte di Paolo si imperlò di sudore.

In un saliscendi di emozioni la scena nel suo immaginario si fece di nuovo cupa. “Devono metterci più cattiveria!”, sentenziò la seconda voce della telecronaca, quella un po’ più sgrammaticata, spesso monosillabica, fatta di “dai, su, forza, no!”

La cattiveria rimandò subito la fantasia di Paolo a una scena medioevale, immaginò orde barbariche che scalciavano, devastavano, mettevano a soqquadro. Come in un film d’animazione, gli oggetti presero vita: “salgono le torri”. La seconda voce poi aggiunse colore a questa visione: “Sciabolata!!”

Paolo era lontanissimo dal capire cosa stesse avvenendo dentro quel rettangolo di gioco, anzi tutto riusciva a percepire meno che un gioco.

Per fortuna nel bel mezzo di queste scene cruente arrivò una figura pastorale. “L’arbitro l’ha battezzata fuori”. In un’atmosfera divenuta celestiale, avvolto da musiche soavi, fuori dal campo l’arbitro celebrava il rito del battesimo.

Paolo ormai era in una confusione totale, un enorme mal di testa gli cominciava a salire dalle tempie fino al centro della nuca. Come nei televisori di una volta, quando difettava la sintonia e le immagini cominciavano a scorrere verticalmente, alternandosi a delle strisce orizzontali e perdendo così la vista del programma, nella mente di Paolo non si riusciva più a mettere a fuoco nessun fotogramma.

Come in un quadro di Magritte, immagini surreali traducevano le parole del telecronista: “pettina il pallone”, “da del tu alla palla”. Nella sala d’attesa del barbiere, seduti uno accanto all’altro, Paolo e il Pallone, chiacchieravano amichevolmente, mentre un’altra sfera, comodamente sbragata nella poltrona allungabile in ceramica, si faceva pettinare dopo essersi fatta fare un taglio di capelli all’Umberto.

Ad aggravare e confondere ancora di più l’immagine contribuì la descrizione di una sventurata frase: “colpisce con il sinistro, ma non è il suo piede”. Qui il pensiero, da Magritte va a Pieter Bruegel il Vecchio, alla sua descrizione pittorica de “Gli storpi”.

Basta! Non ce la faceva più!

Quasi come risvegliandosi da un sonno che gli stava ottenebrando la mente, sazio oltremisura di scemenze incomprensibili che uscivano da quello schermo, Paolo si alzò di scatto e con un gesto stizzoso rovesciò un tavolino che era accanto a lui facendo cadere e rompere bicchieri e bottiglie che vi si poggiavano sopra. Cadendo, il tavolino schiacciò la mano di un telespettatore seduto in terra che per reazione allungò il piede assestando un calcione allo zio Beppe seduto di fronte a lui.

In tutto questo bailamme di urla imprecazioni rumori di bicchieri rotti, la voce del telecronista sovrastò tutti: “Fallo ben speso!”

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