Senato approva il Def. Un’accozzaglia, meglio un caravanserraglio, con Verdini in grande spolvero, e qualche “pisaniano” d’accatto vota un documento impresentabile. Alla Camera si ripete la sceneggiata

Senato approva il Def. Un’accozzaglia, meglio un caravanserraglio, con Verdini in grande spolvero, e qualche “pisaniano” d’accatto vota un documento impresentabile. Alla Camera si ripete la sceneggiata

Un’accozzaglia. Con il Pd ad approvare il Def, il Documento di economia e finanza, messo a punto dal ministro Padoan, c’è di tutto, di  più. Il tocco finale l’ha dato Denis Verdini che, dopo alcune condanne, sembrava aver preso qualche giorno di riposo. Invece no, eccolo di nuovo pimpante e far pesare i voti dei “suoi” parlamentari sparsi in varie liste, rinnovando così il suo rapporto con il Pd. Dice il parlamentare toscano: “Non potevamo andar via, non potevamo far mancare i nostri voti”. Accozzaglia, ancora meglio, un caravanserraglio, il luogo in cui nei paesi del Medio Oriente si ricoverano le carovane, occupato da parlamentari, transfughi da questo o quel partito di origine che mettono i loro voti a disposizione del maggiore offerente. Niente fanno a gratis, quando salutano ti dicono a “buon rendere”. Sono tornati in grande spolvero proprio su uno degli atti più importanti della legislatura che volge al termine, la nota di aggiornamento al Def che poi darà origine al Bilancio dello Stato. Ma, prima del voto sul Def, occorre mettere a punto un documento in cui si autorizza il governo allo scostamento dal pareggio di bilancio per 1,6 punti di Pil come previsto dalla nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza. Per l’approvazione di questo documento serviva la maggioranza assoluta  dei senatori, cioè 161 voti. Articolo1-Mdp, con un voto unanime del gruppo aveva assicurato l’approvazione di questo documento, l’autorizzazione, ma, al tempo stesso, non condividendone il contenuto aveva annunciato che non partecipava al voto sulla nota di aggiornamento del Def, un documento impresentabile in cui fra l’altro neppure una parola sulle pensioni, i contratti del pubblico impiego sui quali il governo Renzi aveva sottoscritto intese con Cgil, Cisl, Uil, lasciate in eredità a Gentiloni e ai ministri che fanno passare, invano, il tempo. Imbarazzante, per il governo, se il voto dei 16 senatori di Articolo1-Mdp fosse risultato determinante.

La ciambella di salvataggio per il Pd nella prima e nella seconda votazione

La ciambella di salvataggio per il Pd era già pronta. Alcuni senatori pisapiani collocati nel gruppo Misto non attendevano altro per manifestare il loro dissenso nei confronti di Mdp e si accodavano alla accozzaglia. Pisapia ne era al corrente? Certo è che uno dei suoi collaboratori più fidati, Tabacci,  che fa parte di un altro gruppo e non di Campo progressista, già aveva annunciato che  era in disaccordo con Mdp nel silenzio del leader di Campo progressista che aveva “guidato” la delegazione che incontrava il presidente Gentiloni. Con lui erano i capigruppo di Mdp alla Camera e al Senato. Un incontro su cui sono state scritte diverse versioni, in particolare una riguardava la mancata presenza del coordinatore di Mdp, Roberto Speranza, non portava ad alcuna novità rispetto al documento messo a punto dal ministro Padoan, in continuità con la politica economica del governo Renzi. Si arrivava così al voto sulla autorizzazione al governo sullo scostamento. L’aula del Senato approvava con 181 sì, 107 no, nessun astenuto. Cori di gioia da parte dei renziani più scatenati. I voti di Mdp, diceva Giachetti, parlamentare sempre pronto ad attaccare qualsiasi persona o cosa in odor di sinistra, non sono determinanti. È vero, perché prima della votazione e nei giorni precedenti la seduta del Senato, gli scout renziani si erano dati daffare per rintracciare i vecchi amici che erano già pronti alla bisogna, sapevano come dovevano comportarsi. E il risultato del voto era eloquente: 98 del Pd (il presidente Grasso non vota), 24 di Ap, 16 di Mdp, 12 di Ala (il gruppo è di 14), 3 di Gal (che sono D’Onghia, Naccarato, Villari), 12 del Misto e 16 del gruppo Autonomie.  La zampata di Verdini era evidente e lui non lo nascondeva, gongolava.

Ancora più chiaro il suo “effetto” nella seconda votazione, quella che riguardava le risoluzioni sulla nota di aggiornamento al Def. Da parte del Pd venivano esercitate pressioni nei confronti dei senatori di Mdp. Facevano presente che nella risoluzione che portava le firme Zanda, presidente dei senatori Pd, Laura Bianconi (Ap) e Karl Zeller (Autonomie) si parlava di “rivedere gradualmente il meccanismo del cosiddetto super ticket al fine di contenere i costi per gli assistiti che si rivolgono al sistema pubblico” è uno degli impegni che la maggioranza chiede al governo nella risoluzione sulla nota di aggiornamento al Def. Nel triennio 2018-2020 la risoluzione chiede “un complesso di interventi in materia sanitaria” compreso un incremento delle risorse in conto capitale per gli investimenti in sanità. L’abolizione del superticket era una delle richieste avanzate dai senatori di Mdp intervenuti nel dibattito. Richiesta avanzata anche a Gentiloni. Ma nella relazione di Padoan non aveva trovato spazio, così come molti altri problemi, a partire da quello delle pensioni.  Da Mdp la risposta non si faceva attendere. “Aspettiamo di vederlo nella legge di Bilancio. Noi non modifichiamo il nostro atteggiamento. Se fosse bastato l’impegno nella risoluzione avremmo partecipato allora alle riunioni per la sua stesura”. Con queste parole il senatore di Mdp Federico Fornaro, in Transatlantico al Senato, aveva tagliato la testa al toro, in merito al voto . “Abbiamo dato – diceva – un segnale politico. Vedremo se gli impegni saranno concretizzati negli atti della legge di bilancio”. Gli faceva eco Maria Cecilia Guerra, capogruppo di Mdp al Senato: “La disponibilità” sui super ticket e sulla sanità “nella risoluzione di maggioranza non basta se non c’è una vera disponibilità del governo, disponibilità su cui non sono ancora arrivati segnali veri”.

D’Attorre: nella nota di aggiornamento è scritto che la spesa sanitaria deve diminuire

Alfredo D’Attorre, deputato di Articolo1-Mdp dalla Camera dove il Def veniva discusso nel pomeriggio, dopo l’approvazione del Senato, ribadiva: “Non cambia la posizione di Mdp sulla relazione al Def, nonostante l’apertura del governo sull’abbattimento del superticket in manovra. Per il momento nella nota di aggiornamento al Def  è scritto che la spesa sanitaria  addirittura diminuisce. Questo è messo nero su bianco e su questo confermiamo che non parteciperemo al voto. Dopo di che, prendiamo atto delle parole di Padoan, ma le giudicheremo in manovra”.

 Nel corso del dibattito era intervenuta per Articolo 1 la senatrice Nerina Dirindin. “Ad aprile il Governo si era impegnato ad avviare un processo di riallineamento del rapporto spesa sanitaria/Pil e invece la Nota di aggiornamento al Def va nella direzione esattamente opposta. E già nel 2014 il Governo si era impegnato a rivedere complessivamente il sistema dei ticket  e ad oggi il Ministro della Salute ha solo costituito un tavolo di lavoro. Sono necessari fatti; gli impegni a parole non bastano più”.

Nella seconda votazione l’accozzaglia si manifestava in tutta la sua portata

Si passava al voto, ancor più chiaro, se ce ne fosse stato bisogno, l’accozzaglia messa insieme dal Pd, dal governo, si manifestava in tutta la sua portata. La maggioranza semplice per far passare la nota era di 137 senatori. I favorevoli sono stati 164 e i contrari 108. I no sono stati 36 di Forza Italia che oggi aveva 8 assenti. Così come assenti, lo avevano annunciato, risultano i 16 di Mdp. Compatto il Pd con 98 sì. Da Gal, con 12 votanti su 17, sono arrivati 8 no, tre sì e un astenuto. Su 35 senatori, oggi in Aula erano 30 i votanti di M5S, tutti compatti per il no, tranne “l’errore materiale” di Nicola Morra che ha votato sì. Tutti e 24 i senatori di Ap si sono espressi per la maggioranza così anche i 16 senatori, su 18, delle Autonomie, presenti oggi alla votazione. Dieci sì sono arrivati dal gruppo Misto dove, su un totale di 31, hanno votato in 27: Bondi, Repetti, i pisapiani fra cui Uras e Stefàno, tre senatori di Idv, Bencini, Romani, Molinari, hanno dato voto favorevole e lo hanno fatto anche il senatore a vita Mario Monti, Maurizio Rossi, il sottosegretario Benedetto della Vedova. Dodici sì da Ala e zero dalla Lega che vede il voto contrario dei 9 senatori presenti. Il movimento Federazione della libertà di Quagliariello ha votato contro (9 no su 9 presenti).

Gotor: un  mediocre patto all’insegna del trasformismo più deteriore

Durissimo il giudizio sull’esito del voto da parte del senatore di Articolo1-Mdp Miguel Gotor: “Il voto di oggi sul Def al Senato fotografa una situazione imbarazzante andata avanti per tutta la legislatura: l’esistenza di una ‘maggioranza fantasma’ che include Denis Verdini e il suo gruppo parlamentare”. “Questo patto si è svolto all’insegna del trasformismo più deteriore e di un mediocre patto di potere toscano con Renzi e Lotti, che non ha riguardato la politica, ma si è consumato all’ombra della vicenda Consip: del resto chi si assomiglia si piglia”. Interviene anche la deputata di Articolo 1-Mdp Elisa Simoni: “Come volevasi dimostrare, Verdini non ha fatto mancare i suoi voti al governo. Un apporto, quello di Ala, che non era determinante per la salvezza dell’esecutivo, oggi in Senato, ma che ha un significato politico indubbio e imbarazzante per il profilo di governo e maggioranza. D’altra parte, parliamo di una storia di sintonia politica che viene da lontano e passa attraverso il progetto ancora in essere del Partito della Nazione”.

De Petris:  ennesima occasione persa. Risorse buttate al vento spese in mancette

Loredana De Petris capogruppo di Sinistra italiana al Senato intervenendo in Aula ha affermato: “Questo Def è l’ennesima occasione persa. Era lecito aspettarsi, arrivati al termine della legislatura, uno scatto di reni, qualche segnale d’inversione di tendenza. Invece niente: solo l’elenco entusiasta di dati che, se letti correttamente non hanno nulla di entusiasmante e tutto di deprimente. Nessun aumento della produttività e dei salari, depressione perdurante del mercato interno, record negativi a livello europeo su tutti gli indicatori sociali, dal tasso di povertà alla disoccupazione, dal precariato alla diminuzione delle ore effettivamente lavorate. L’esangue ripresina è stata prodotta da fattori esogeni, non alle scelte di questo governo e di quello precedente. La cosa più grave – prosegue –  è che in questi cinque anni le risorse derivanti da un ciclo internazionale positivo sono state letteralmente buttate al vento, sprecate in mancette e incentivi inutili se non sul breve periodo. Neppure su questo fronte il Def segnala un cambio di marcia: la maggior parte della manovra servirà a evitare l’aumento dell’Iva, il resto andrà sprecato in decontribuzioni”. “Sarebbe ora di rendersi conto che senza politiche concrete di investimenti pubblici, senza impiegare almeno un punto di Pil nel risanamento e nella messa in sicurezza del territorio e – conclude – comunque in interventi di pubblica utilità, oltretutto necessari e urgenti, questo Paese continuerà a soffrire come sta soffrendo nonostante il falso trionfalismo del governo”.

Fratoianni: il governo non cambia rotta, i temi di fondo della crisi sempre ignorati

Interviene anche il segretario di Sinistra italiana, Fratoianni, intervistato a Montecitorio. “Tutto quello che ci sarebbe dovuto essere non c’è. Non c’è un piano di investimenti pubblici per dare lavoro buono e qualificato, non ci sono risorse sufficienti nemmeno per mettere in sicurezza il fragile territorio del nostro Paese. Nel Def – afferma – non ci sono quei massicci investimenti necessari per la scuola, l’università e la ricerca degne di questo nome. Non ci sono investimenti per rendere la salute dei cittadini un diritto per tutti e per tutte, in un’Italia dove 12 milioni di persone hanno smesso di curarsi perché non se lo possono più permettere. Un Def totalmente inadeguato, quindi Sinistra Italiana voterà convintamente contro. I temi di fondo della crisi economica e sociale del nostro paese vengono come al solito sempre rinviati. Il governo non cambierà rotta. Bisogna cancellare il pareggio di bilancio dalla Costituzione, rimuovere la modifica dell’articolo 81 e affrontare il tema del Fiscal Compact, cambiando i Trattati europei con più coraggio di quanto si sia fatto in questi anni”.

Sulla falsariga il dibattito alla Camera. La strada era segnata dal voto del Senato. Via libera allo scostamento di Bilancio e  la risoluzione della maggioranza alla Nota di aggiornamento al Def. Ancora una accozzaglia cui non hanno partecipato, come al Senato i deputati di Articolo 1. Contrari, come annunciato da Fratoianni, i parlamentari di Sinistra Italiana. I voti a favore sono stati 318, i contrari 135. Lapidario il giudizio del presidente dei deputati di Mdp, Francesco Laforgia: la posizione assunta da Mdp risponde “ad un tema di politica economica ma anche a un tema politico. Secondo qualcuno noi saremmo un soprammobile di una maggioranza in cui qualcuno ha più dignità di quella che meriteremmo noi. Si è fatto appello alla nostra responsabilità, ma in Senato sono arrivati altri responsabili…”.

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