Russiagate. La spy story che potrebbe portare Donald Trump all’impeachment. In pericolo la democrazia americana

Russiagate. La spy story che potrebbe portare Donald Trump all’impeachment. In pericolo la democrazia americana

C’è ancora parecchio da sapere e da scoprire sul cosiddetto Russiagate, lo scandalo scoperchiato dall’FBI che sta letteralmente mettendo in ginocchio la Casa Bianca e potrebbe condurre ad un atto di impeachment nei confronti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Una spy story dai contorni ancora oscuri, che vede coinvolti alcuni dirigenti della campagna presidenziale di Trump, alcuni dei quali finiti agli arresti, e disposti a collaborare. Lunedì, l’FBI ha reso noti alcuni dei documenti messi a disposizione dalle persone interrogate, veri e propri pezzo da novanta della Casa Bianca, dal consigliere speciale Mueller, ai capi della campagna, Manafort e Gates. Sullo sfondo, la torbida vicenda della costruzione degli scandali falsi contro Hillary Clinton, la consegna delle sue mail allo staff di Trump, le relazioni pericolose con faccendieri russi. Vediamo intanto cosa finora è stato reso pubblico dell’inchiesta.

Ciò che si sa del Russiagate

Uno dei consiglieri della campagna presidenziale di Donald Trump, George Papadopoulos, ha intrattenuto molti colloqui con persone legate al governo russo sulle migliaia di mail di proprietà di Hillary Clinton che la Russia era riuscita ad ottenere. I russi gli avevano comunicato si essere “aperti alla collaborazione” con la campagna presidenziale di Trump, secondo quanto riferito da Papadopoulos agli investigatori della FBI.

Si scopre in seguito che Papadopoulos era molto più che un banale volontario, come invece era stato presentato dalla Casa Bianca. Nel marzo del 2016, intervistato dal Washington Post, mentre si vantava della qualità dei suoi consiglieri in politica estera, Trump citò Papadopoulos come terzo in ordine gerarchico, un “amico eccellente”. Tuttavia, Papadopoulos non sembra fosse un elemento centrale della campagna presidenziale, e piuttosto che assumere decisioni in autonomia, chiedeva sempre di essere autorizzato dai dirigenti della campagna di Trump. Solo che alcuni di questi, gli chiesero esplicitamente di parlare con i russi. La documentazione resa pubblica ieri dall’FBI dice esattamente questo. Documentazione in cui si aggiunge che il colloquio con un avvocato russo venne effettivamente svolto dal figlio di Donald Trump, al quale vennero promesse rivelazioni su Hillary Clinton.

Per il momento, queste conversazioni sembra siano state divise dalle accuse mosse contro Paul Manafort, l’ex direttore della campagna presidenziale di Trump, e Rick Gates. Manafort e Gates sono stati accusati di aver prestato servizio come agenti di uno stato estero (sostenuto dai russi) per anni, nascondendo i loro redditi e mentendo agli investigatori federali. Certamente è possibile che Manafort fosse colluso con la Russia durante la campagna presidenziale. Ed è anche probabile che gli inquirenti stiano utilizzando le altre accuse di attività illecite come leva per costringere Manafort a collaborare.

Paul Manafort, il consigliere della campagna elettorale di Donald Trump coinvolto nel Russiagate, guadagnava 600 mila dollari al mese quando, tra il 2010 e il 2014, forniva consulenze in Ucraina durante la presidenza di Viktor Yanukovych, leader del Partito delle Regioni e vicino a Mosca. In totale incassò 28 milioni e mezzo di dollari. Lo riferisce Usa Today che spiega che “gli Stati Uniti non sono l’unica nazione che sta indagando su Manafort”. “Una investigazione interna in Ucraina ha verificato che Manafort ha guadagnato somme maggiori di quelle riportate in precedenza per la sua attività di consulenza politica nel Paese dell’Europa orientale: almeno 28,5 milioni di dollari, molto più dei 12,5 milioni di cui si era scritto lo scorso anno, provenienti da fondi oscuri del Partito delle Regioni”, ha rivelato una fonte investigativa al sito d’informazione statunitense.

Ciò che ancora non si sa

I dirigenti della campagna presidenziale di Trump erano collusi con gli agenti russi a proposito della consegna delle mail di Clinton? Non vi sono ancora prove per cui la conversazione tra i dirigenti della campagna e gli agenti russi abbia portato a qualcosa di concreto. Forse, l’atteggiamento della Russia verso la campagna pro Trump non portava da nessuna parte e la Russia consegnò comunque le mail per finalità proprie e ancora ignote. Finalità che avrebbero avuto però come conseguenza una serie meno schiacciante di eventi per Trump e i suoi collaboratori.

Quali dirigenti della campagna di Trump erano a conoscenza dei colloqui di Papadopoulos con gli agenti russi? O addirittura vi avrebbero preso parte? Nella documentazione relativa al patteggiamento di Papadopoulos trovano riscontro molteplici riferimenti ai suoi dialoghi con un supervisore della campagna, rimasto ancora ignoto. “Grande lavoro”, pare che gli abbia detto il supervisore, a proposito dei colloqui coi russi. Quanto sapevano i dirigenti della campagna di Trump, e cosa hanno fatto?

Qual è il rapporto, se vi è, tra i colloqui di Papadopoulos e l’incontro successivo del figlio di Trump con l’avvocato russo? L’avvicinamento a Trump, che è stato successivo, non è sembrato dare avvio ai colloqui di Papadopoulos, stando a ciò che è noto. Sembra invece che si sia trattato di un’iniziativa slegata e del tutto autonoma. Forse perché i colloqui con Papadopoulos non portavano da nessuna parte?

Il presidente Trump sapeva? E quale fu il suo coinvolgimento? Domande decisive, che sembrano giustificare la campagna di confusione dei media trumpisti

Cosa sapeva il presidente Trump e quando l’avrebbe saputo? Intanto, l’inchiesta dell’FBI ha pubblicamente collegato Trump e i colloqui di Papadopoulos in un singolo incontro in cui c’era tanta gente. Nell’incontro, Papadopoulos ha detto a Trump che avrebbe potuto organizzare un vertice tra Trump e Putin. Non si sa come Trump abbia risposto, se l’ha fatto, e cos’altro sapeva dei legami tra la sua campagna presidenziale e la Russia. Tuttavia, è noto che Robert Mueller, il consigliere speciale di Trump, sapeva molte cose che non ha mai rivelato. Nella documentazione resa nota lunedì, compaiono molti dossier su Mueller, che aveva informato della sua agenda, per evitare che essa fosse invece rivelata attraverso fonti anonime. E il ruolo decisivo di Mueller si comincia a intravvedere solo ora. Intanto, prosegue quella che i quotidiani liberal americano giudicano la “campagna mediatica di confusione” messa in atto dai media di proprietà di Trump. Brian Stelter della CNN ha esplicitamente denunciato l’intervento di “depistaggio e di negazione della verità che procurano problemi alla Casa Bianca. Al contrario, dicono a telespettatori e lettori di odiare Hillary Clinton”. È “una campagna di confusione. Una delle cose più importanti che stanno accadendo oggi nella politica, ha detto Stelter. La conferma giunge proprio lunedì quando i media di Trump hanno cercato di dirottare l’attenzione verso i falsi scandali che avevano per protagonista Clinton.

E non è un caso che la linea di Trump di screditare e minimizzare il ruolo che Papadopoulos ha avuto nella campagna elettorale, è stata seguita oggi da suoi collaboratori e sostenitori apparsi negli show televisivi. “I capi dell’ufficio di Washington della campagna non sapevano neanche chi fosse fino a quando il suo nome non è apparso sui giornali, potete chiamarlo consulente di politica estera, ma era un ragazzo che portava i caffè”, ha detto alla Cnn Michael Caputo, ex membro della campagna di Trump. “Se gli avessero messo un microfono nascosto, avremmo saputo se voleva un macchiato invece che un americano regolare, non aveva niente a che vedere con la campagna”, ha aggiunto con un riferimento alla possibilità che Papadopoulos – il cui arresto ed il conseguente inizio della cooperazione con Mueller sono stati tenuti segreti fino a ieri – abbia indossato un “wire”, un microfono, come hanno ipotizzato diversi commentatori.

Share