Referendum in Lombardia e Veneto. Emergono due diverse strategie. Zaia cerca lo statuto speciale per il Veneto, e Maroni invece punta sul residuo fiscale. Per Enrico Rossi, è un trucco. Renzi invita a non sottovalutarli

Referendum in Lombardia e Veneto. Emergono due diverse strategie. Zaia cerca lo statuto speciale per il Veneto, e Maroni invece punta sul residuo fiscale. Per Enrico Rossi, è un trucco. Renzi invita a non sottovalutarli

Referendum di domenica 22 ottobre in Lombardia e Veneto: l’affluenza alle urne lombarde, al 99,5% delle sezioni scrutinate, si attesta al 38,4%, e 3.022.017 i votanti. In Veneto, al 100% delle sezioni scrutinate, l’affluenza è stata pari al 57,20%, e 2.317.923 votanti. I sì al 96% in Lombardia e al 98% in Veneto, com’era ovvio.  Interessante la netta differenza nel comportamento elettorale, in Lombardia, tra le città e le zone rurali. Infatti, è di appena il 26,41% la partecipazione degli elettori di Milano città che, considerando l’area metropolitana arriva a un’affluenza del 31,2%, si conferma quindi tra i comuni con l’affluenza più bassa. Nell’area milanese spicca il 48,8% di affluenza di Boffalora Sopra Ticino e il 48,2% di Nosate, mentre a Pieve Emanuele hanno votato un quarto degli aventi diritto (25,3%). Nel confronto di Milano con gli altri capoluoghi di provincia, a Bergamo ha votato il 35,97% (contro il 47,37% considerando anche la provincia); a Brescia città il 33,74%, a Como il 31,85%, a Cremona 33,07%, a Lecco il 40,20%, a Lodi 36,37%, a Mantova 29,53%, a Monza 34,73%, a Pavia 29,72%, a Sondrio 36,16%, Varese 37,07%. Insomma, tranne Lecco, in tutte le città capoluogo della Lombardia gli elettori hanno risposto con un’affluenza decisamente minore rispetto alla media regionale, e forse alle attese del governatore leghista Roberto Maroni.

L’istituto Cattaneo analizza i flussi elettorali del referendum in Veneto. A sorpresa, votano all’unanimità i leghisti ma anche i grillini. Forte astensione nel Pd e nel Pdl

Sul piano dei flussi elettorali, invece, l’Istituto Cattaneo di Bologna si è concentrato sul Veneto, dove gli elettori della Lega Nord hanno votato unanimemente sì al referendum e lo stesso hanno fatto gli elettori del Movimento 5 stelle, mentre parte di quelli del Popolo delle libertà hanno disertato le urne, così come la maggior parte degli elettori del Partito democratico. L’indagine statistica è stata realizzata sui dati dei comuni di Treviso, Padova e Venezia. Secondo l’indagine, a Treviso il 20,5% degli elettori del Pdl ed il 64,6% di quelli del Pd non è andato a votare. A Padova, invece, non ha votato il 66,4% degli elettori Pd ed il 28,3% di quelli del Pdl. A Venezia, dove l’indice di affidabilità è inferiore ed i dati vanno quindi presi “con le pinze”, si è astenuto il 57,4% degli elettori Pd ed il 67,6% degli elettori del Pdl. La sinistra di Sel e Rivoluzine civile si è invece astenuta, facendo registrare un 100% di astensione a Venezia, che diventa 99,2% a Padova e 96,3% a Treviso. I cosiddetti centristi, infine, ovvero gli elettori che nel 2017 hanno votato la “Coalizione Monti”, si sono per lo più astenuti, andando a votare sì per l’8,1% a Padova, per il 28,7% a Treviso e per il 31,7% a Venezia.

Ancora il Cattaneo conferma che in Lombardia il voto è stato sostenuto dalle zone rurali,  a più forte presenza leghista

I numeri contano anche sul piano politico, se si considera che il referendum in Lombardia è stato “salvato” dalle zone rurali, mentre a Milano è stato letteralmente “snobbato” (pur in presenza di una martellante campagna propagandistica, praticamente ad ogni angolo della città), e come scrive il Cattaneo “la distribuzione geografica dell’affluenza presenta alcune significative particolarità sul territorio regionale. Nello specifico, la partecipazione alle urne è più elevata nelle province del nord-est, in particolare nei territori di Bergamo, Brescia e Sondrio (zone, per inciso, di maggior radicamento della Lega nord). Invece, l’affluenza si affievolisce spostandoci verso sud, con riferimento soprattutto alle province di Mantova, Cremona e Pavia. Rispetto al Veneto, dove l’alta partecipazione ha avuto un carattere fortemente trasversale, nel caso della Lombardia l’affluenza sembra essersi maggiormente caratterizzata, almeno a livello geografico, dal traino – non esclusivo ma significativo – della Lega nord”.

Due sfide diverse per Zaia e Maroni. Il Veneto chiede di diventare Regione a statuto speciale, mentre la Lombardia punta tutto sul cosiddetto “residuo fiscale”

Quali dunque le sfide che emergono all’indomani del voto referendario? Forte dell’ampio consenso registrato Zaia rilancia e annuncia che il Veneto chiederà il riconoscimento di Regione a statuto speciale, come la Valle d’Aosta, ma per il quale è necessaria una modifica della Costituzione. Mentre Maroni corregge il dato diffuso ieri sera (affluenza al 38,4%, e non superiore al 40%, con 95,3% di sì) e assicura di aver avuto garanzie da Paolo Gentiloni, sentito al telefono, sulla sua “disponibilità” ad avviare la trattativa su “tutte le 23 materie” per le quali è concesso alle Regioni, in base all’articolo 116 della Costituzione, di negoziare maggiore autonomia. Si dice soddisfatto Matteo Salvini, leader della Lega nord. “E’ una vittoria del popolo”, commenta il segretario leghista, “una lezione di democrazia a tutta Europa”. “Abbiamo vinto sui poteri forti cinque a zero”, festeggia, smentendo divisioni interne alla Lega (“Sorrido quando leggo certe ricostruzioni”). Salvini trova il tempo anche di criticare il “particolare silenzio” di Beppe Grillo e Matteo Renzi di questi giorni. E di lanciare un monito agli alleati più scettici: “E’ chiaro che nel programma” della futura coalizione di centrodestra il tema dell’autonomia “dovrà essere centrale: magari qualcuno non si è accorto di che aria tira”. Il riferimento indiretto sembra essere a Giorgia Meloni, la quale, infatti, non esulta per i referendum e tiene a puntualizzare come sia “evidente che i quesiti referendari non hanno affascinato i 14 milioni di cittadini chiamati al voto: meno della metà di loro si è recata ai seggi, respingendo di fatto questa impostazione plebiscitaria”. Berlusconi, invece, si dice “soddisfatto” dell’esito di consultazioni che “non vanno contro l’unità nazionale”. Mentre, sull’altro fronte, il Pd affida la linea a Maurizio Martina, numero due del Pd e ministro delle Politiche agricole, che, in un’intervista a ‘Repubblica’, sostiene che “Zaia e Maroni potranno avviare lo stesso percorso di confronto aperto dal presidente emiliano Stefano Bonaccini” e che, quindi, non comprende le materie fiscali.

Incassato il voto, anche se con percentuali diverse, i due governatori del Carroccio hanno chiarito che hanno in programma di intraprendere strade diverse per ottenere maggiore autonomia. In Lombardia, dove fino alla conferenza stampa di Maroni tiene banco il ‘giallo’ sui dati a rilento, si opterà per una risoluzione da far approvare al Consiglio regionale in cui si chiede al governo (che ha 60 giorni per rispondere) di avviare la trattativa. In Veneto, Zaia ha in cantiere una “proposta di legge statale, da tramettere al Parlamento”: questa legge sarà il “contratto”, spiega, sulla cui base trattare con Palazzo Chigi. Inoltre, il governatore veneto punta a una proposta di legge costituzionale – con i tempi che quest’ultima comporterebbe – che inserisca la sua Regione nella lista di quelle a statuto speciale. Infine, il governatore lombardo ha chiarito che, per lui, il tema del “residuo fiscale” resta sul tavolo della trattativa col governo. “Gentiloni mi ha detto che, se si vuole parlare di questa cosa, bisogna coinvolgere il Mef, che sarà un osso duro, ma anche da questa parte c’è qualcuno che ha le spalle larghe”. Se Maroni chiederà di far entrare il tema del residuo fiscale nella trattativa, ha già fatto sapere che non ci starà il Movimento 5 stelle. Domani informativa del governatore e dibattito in Consiglio regionale lombardo. “Non è detto che non bloccheremo i lavori del Consiglio regionale se Maroni chiederà” di trattare sul residuo fiscale, “perché questo non si può toccare neanche dopo il referendum”, ha annunciato il consigliere 5 stelle Stefano Buffagni.

Le reazioni. Severo il giudizio di Enrico Rossi, governatore della Toscana, “voto che rischia di mettere parti del paese contro altre”

“Questo è un trucco: hanno chiesto ‘volete maggiore autonomia?’ ma poi la questione è spostata sul piano fiscale”, ha detto il presidente della Toscana, Enrico Rossi, uscendo dalla sede nazionale di Mdp-Articolo 1. Inoltre ammonisce: “Guai a noi se viene meno un quadro nazionale di tenuta del paese. Questo voto rischia di dividere il paese, di mettere parti del paese contro altre e invece c’è bisogno di unità. L’Italia può contare in Europa e nel mondo se è unita nelle politiche, nel fisco, nei diritti”. Certo, ha ammesso: “la politica deve dare delle risposte a una questione settentrionale che sicuramente esiste”. Si rischia un effetto domino? “Sarebbe gravissimo. Dobbiamo riaffermare il principio di un federalismo cooperativo e solidale” ha concluso.

Le reazioni. Renzi: “soprattutto in Veneto, il risultato non va minimizzato”

“Il risultato in Lombardia e, soprattutto, in Veneto non va minimizzato”. Così il segretario del Pd Matteo Renzi commenta con un post su Facebook il voto di domenica nelle due regioni, dove ha prevalso, in modo schiacciante, la volontà dei cittadini per un cambiamento. “Certo – prosegue Renzi -: i quesiti erano banali, la gestione lombarda dei dati dell’affluenza è stata sorprendentemente goffa, la pubblicità referendaria ingannevole. Ma la sostanza è che tanta gente, soprattutto in Veneto, ha votato per dare un messaggio. E il messaggio non è la deriva catalana o la secessione padana come chiedono pochi invasati. Il messaggio è serio: si chiedono più autonomia e più efficienza, maggiore equità fiscale, lotta agli sprechi a livello centrale e periferico”.

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