Parte il treno renziano, mentre alla Camera il Pd spezza l’autonomia di Bankitalia e al Senato impone i tempi per l’approvazione del Rosatellum. Mdp: “fuori dalla maggioranza, andiamo da Mattarella”

Parte il treno renziano, mentre alla Camera il Pd spezza l’autonomia di Bankitalia e al Senato impone i tempi per l’approvazione del Rosatellum. Mdp: “fuori dalla maggioranza, andiamo da Mattarella”

Matteo Renzi parte per il viaggio in treno che toccherà tutte le province italiane e lancia l’obiettivo del Pd per le prossime elezioni politiche: arrivare al 40% dei voti per poter governare da soli, senza larghe intese. Il convoglio del tour ‘Destinazione Italia’ è partito martedì mattina alle 10 dalla stazione di Roma Tiburtina. Centocinquanta metri, 5 carrozze (di Freccia bianca e Intercity), un equipaggio formato da una ventina di Millennials, il treno, viaggiando sulle linee lente, ha toccato oggi le città di Fara Sabina, Civita Castellana, Spoleto e Narni, prima di arrivare, nella tarda serata, a Fano. A bordo, alla partenza, c’erano, tra gli altri, il capogruppo alla Camera Ettore Rosato, la vice Alessia Morani, il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, quello dell’Agricoltura Maurizio Martina, il portavoce della segreteria Matteo Richetti, il tesoriere Francesco Bonifazi. Tra loro anche il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, che, accanto ai due ministri, tradisce lo spirito istituzionale che deve sempre superare gli interessi di partito.

Renzi ai giornalisti: “Vogliamo superare il 40% ed evitare la grande coalizione”. Poi però ecco la gaffe: “non poniamo veti nella coalizione”. Il sarcasmo di Bersani: “coi rancorosi e i gufi…?”

Incontrando i giornalisti nella sala stampa allestita a bordo del convoglio, Renzi ha tracciato il percorso per i prossimi mesi. “Con questa legge elettorale – ha detto – immaginiamo che se una coalizione raggiunge più o meno il 40%, questa forza politica avrà la maggioranza. Abbiamo preso il 40% alle europee, il 40% al referendum, vediamo se riusciamo a ottenere il terzo 40%: non c’è due senza tre. Sono convinto che ci possa essere. Io vorrei vincere le elezioni: vorremmo escludere la grande coalizione perchè vinciamo noi”. Come, alleati con chi, Renzi ancora non lo dice, ma tiene la porta aperta sul lato sinistro del partito: “Il Pd è pronto ad aprirsi al dialogo con tutti. Non abbiamo veti verso nessuno”. Certo però il Pd deve essere il “perno” di qualsiasi alleanza e, è il messaggio che sembra rivolto in particolare a Mdp, “la cosa fondamentale è portare la discussione sui problemi degli elettori. Abbiamo dato gli 80 euro, chi li vuole eliminare? Chi vuole licenziare 100 mila insegnanti della buona scuola? Chi si lamenta dei posti di lavoro creati? Lo dicano”. La “mezza” apertura di Renzi, però, non convince Pier Luigi Bersani, che risponde con il sarcasmo: “Coi traditori, coi gufi, coi rancorosi? Cavolo! Sarebbe una bella novità…”. Ma il tema del giorno, per Renzi, non è l’attualità politica ma il “viaggio” iniziato oggi. Un viaggio che, ha detto, “non è campagna elettorale ma campagna di ascolto” per “uscire dal chiacchiericcio del Transatlantico ed entrare nei problemi veri degli italiani”. Il viaggio del treno proseguirà domani a Fano, Osimo, Recanati, Montegranaro, Arquata del Tronto, Ascoli, per spostarsi poi nei giorni successivi in Abruzzo, Molise e Puglia. In totale il viaggio durerà 8 settimane e si concluderà entro Natale. Le ultime tappe saranno in Sicilia e Sardegna, dove l’iniziativa deve confrontarsi con i problemi logistici causati dalla rete ferroviaria. “Ma io vorrei girarle in treno”, ha assicurato Renzi.

Mentre Renzi va in treno, in Transatlantico il Pd celebra la fine dell’autonomia di Bankitalia. Duro intervento di Mattarella

Il Pd muove contro il governatore della Banca d’Italia, arrivato alla scadenza del mandato. La mozione del Pd, approvata dalla Camera, spiazza il governo; ma desta preoccupazione anche al Quirinale. Il richiamo di Sergio Mattarella, riferito da fonti parlamentari, è netto: le scelte riguardanti la Banca d’Italia “devono essere ispirate a esclusivi criteri di salvaguardia dell’autonomia e indipendenza dell’istituto nell’interesse della situazione economica del nostro Paese e della tutela del risparmio degli italiani”. A questi principi, viene spiegato, devono “attenersi le azioni di tutti gli organi della Repubblica, ciascuno nel rispetto del proprio ruolo”. La mozione del Pd arriva a sorpresa: fino a pochi minuti prima l’inizio del dibattito, erano depositate solo mozioni delle opposizioni, tra cui quelle molto dure di M5s e Lega che chiedevano esplicitamente al governo di non riproporre Visco per un secondo mandato. Non un problema, per il governo, visti i numeri di Montecitorio. Ma a sorpresa arriva anche la mozione Pd, che in una prima versione chiede anch’essa esplicitamente “una prospettiva di discontinuità” nella guida di Bankitalia. Solo l’intervento del governo – in stretto contatto col Quirinale – fa eliminare l’inciso. Ma le accuse alla gestione Visco restano, nella mozione depositata: tanto che il sottosegretario Baretta deve chiedere una riformulazione per poter dare parere favorevole. Richiesta accolta, ma è chiaro che il Pd voleva mettere nero su bianco – ufficialmente – il suo giudizio. Che Renzi ribadisce in serata: “Se vogliamo dare un giudizio sul passato, in questi anni il Pd non è certo responsabile della crisi delle banche”. E invece “tante responsabilità che hanno avuto anche i vertici di Bankitalia, sono argomenti che per il passato devono essere esaminati”. Negli stessi minuti il Quirinale fa filtrare il pensiero di Mattarella, il netto richiamo all’interesse del Paese e al rispetto dei ruoli. Poco dopo, anche da palazzo Koch arriva la replica: prima rivendica di aver “limitato i danni” al sistema, inevitabili in un periodo così turbolento, e poi arriva la stoccata all’ex premier: “Nella sua azione l’Istituto ha agito in continuo contatto col Governo”. Per poi dare la disponibilità del governatore ad essere audito nella Commissione banche. Insomma, lo scontro istituzionale è deflagrato. Ma come uscirne? Perché il dubbio che in molti esprimono è che dopo Visco non c’è pronta una figura altrettanto autorevole. A meno di non togliere dalla guida dell’Economia Pier Carlo Padoan, dice qualcuno nel governo. La soluzione interna a palazzo Koch potrebbe essere Fabio Panetta. Ma una scelta il governo ancora non l’ha fatta: “Certo, ormai su Visco c’è un problema anche di opinione pubblica. Ma tecnicamente oggi il Parlamento ha respinto tutte le mozioni che espressamente ne impedivano la riconferma…”, nota un altro esponente dell’esecutivo. “Sarebbe opportuno che l’attuale governo rimandasse il rinnovo di una carica importante come quella di governatore di Bankitalia fino all’entrata in carica del Parlamento rinnovato. Questa è la richiesta contenuta nella nostra mozione. Sinistra Italiana ritiene che non sia opportuno procedere a sei mesi dal voto, tanto più in una legislatura tanto travagliata”, afferma il deputato di Sinistra Italiana-Possibile Giovanni Paglia.

Il Rosatellum approda al Senato. Si voterà in Aula il 24 ottobre, grazie a un colpo di mano di Pd-Fi-Lega-Alfano. Mdp esce dalla maggioranza e chiede udienza a Mattarella

La legge elettorale approderà in aula al Senato il 24 ottobre alle 11. Il voto sulle pregiudiziali di costituzionalità è previsto per le 17. Si punta a chiudere entro il 27 ottobre, per poi passare alla legge di Bilancio. La commissione Affari costituzionali ha dunque tempo una settimana per discutere e votare gli emendamenti e per svolgere le audizioni. La legge però arriverà all’esame dell’assemblea nella data stabilita anche se non sarà finito l’esame delle proposte di modifica, quindi anche senza il mandato al relatore, incarico affidato al senatore di Ap Salvatore Torrisi. Tempi più stretti, invece, per l’approvazione in aula: appena tre giorni e mezzo, se – come stabilito in capigruppo – la legge di bilancio deve arrivare a Palazzo Madama il 27 ottobre. E il M5S ha già ipotizzato che la fiducia sia il “convitato di pietra” del dibattito in aula. Sulla questione è intervenuto il capogruppo Pd Luigi Zanda che ha richiamato i senatori alle loro responsabilità, sottolineando come “dipenda anche dall’aula” – e, sottinteso, dalla capacità dei parlamentari di non fare ostruzionismo – “se il governo deciderà o meno di porre la fiducia”. Il suo discorso è stato più volte interrotto da parte delle opposizioni, salite sulle barricate. M5S, Mdp e Sinistra italiana hanno chiesto al presidente Pietro Grasso di togliere dal calendario dei lavori la legge elettorale per introdurvi, per i Cinquestelle, la legge per l’abolizione dei vitalizi, e per la sinistra lo Ius soli. M5S, Mdp e Si sono anche i tre gruppi politici che hanno presentato due pregiudiziali di costituzionalità alla legge. La protesta dei Cinquestelle è cominciata prima della riunione dei presidenti dei gruppi con un flash mob in cui deputati e senatori pentastellati hanno alzato cartelli con la scritta ‘Tagliatevi i vitalizi, non la democrazia’. Per stemperare la tensione, scaturita fin dal primo giorno dell’incardinamento del provvedimento a Palazzo Madama, la conferenza dei capigruppo è stata spostata nell’anticamera dell’ufficio di presidenza di Grasso, così da evitare lo scontro diretto. Ma i Cinquestelle non si sono accontentati e hanno alzato i cartelli anche in aula, a beneficio di telecamere e obiettivi. Ala, a eccezione del senatore Ciro Falanga, ha assicurato il suo sostegno alla legge. E così pure Forza Italia che, attraverso il capogruppo Paolo Romani, ha affermato: “In Senato siamo sfortunati perché non abbiamo la possibilità di votare il provvedimento come alla Camera quindi dovremo trovare il modo di manifestare il nostro parere favorevole alla legge”. Il presidente dei senatori azzurri considera anche lui possibile che sulla legge l’esecutivo metta la fiducia: “Abbiamo soltanto il problema che ci sarà difficile votare la fiducia al Governo, anche trattandosi di una fiducia ‘tecnica’. Ma faremo in modo di agevolare il fatto che questa legge venga comunque approvata”. Sulla legge elettorale pende anche un’altra questione: il testo della Camera è diverso da quello del Senato. All’articolo 1, il richiamo ‘di cui al comma 5’ è diventato ‘di cui al comma 6’. La dicitura è stata corretta dalla presidente della Camera Laura Boldrini, ma non attraverso un emendamento ad hoc. Decisione che ha suscitato le critiche del M5s e di Alfredo D’Attorre, deputato di Mdp, che per primo aveva segnalato la differenza nei testi. “La presidente della Camera ha sbianchettato una legge passata così al Senato con un testo diverso, senza che nessuno dica nulla: neanche si fosse in una Repubblica delle banane”, ha dicharato il capogruppo Cinquestelle alla Camera, Simone Valente. “Una violenza costituzionale che non ha precedenti in cui una Camera viene messa di fronte alla impossibilita di discutere la legge elettorale. Senza Mdp il governo qui un Senato non ha la maggioranza”. Queste le parole della capigruppo di Articolo 1-Mdp, Maria Cecilia Guerra, parlando con i giornalisti a Palazzo Madama in merito alla calendarizzazione della legge elettorale.

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