Lo scontro politico tra Pd e Articolo1 segna la giornata parlamentare. E il futuro prossimo. D’Attorre vittima designata del Pd dice la verità, ma viene insultato sui media da Carbone. Le dimissioni del viceministro Bubbico

Lo scontro politico tra Pd e Articolo1 segna la giornata parlamentare. E il futuro prossimo. D’Attorre vittima designata del Pd dice la verità, ma viene insultato sui media da Carbone. Le dimissioni del viceministro Bubbico

La notizia politica, una vera bomba, arriva in serata, dopo una giornata parlamentare contrassegnata da molti incidenti e conflitti, soprattutto tra Partito democratico e Articolo1-Mdp: Filippo Bubbico si è dimesso da viceministro agli Interni, dopo che il gruppo di Mdp a cui appartiene ha annunciato la decisione di non votare la relazione sulla nota di aggiornamento al Def. Bubbico, secondo quanto viene riferito, ha comunicato la propria decisione con una lettera al presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. “La mia posizione sul Def – ha spiegato Bubbico – è perfettamente coincidente con quella espressa dai gruppi Mdp alla Camera e al Senato. Per questi motivi, dopo avere informato il presidente Gentiloni e il ministro Minniti, che apprezzo e ringrazio per la fiducia accordatami – ha concluso Bubbico – ho rassegnato le mie dimissioni dal governo”. La solidarietà di Arturo Scotto, deputato di Mdp, nei confronti di Bubbico è praticamente immediata: “Non si può votare una nota di aggiornamento al Def che non mette un euro su investimenti, formazione e che non elimina il superticket nella sanità pubblica. Il governo sceglie la linea della continuità guardando a destra. Da Filippo Bubbico un gesto di grande serietà e coerenza. Merce rara nella politica di oggi”. Come si è arrivati a questo epilogo?

Lo scontro in Commissione Affari costituzionali sulla legge elettorale e la bocciatura dei 3 emendamenti Mdp

Oltre quattro ore di lavori servono ai commissari per bocciare tre proposte di modifica presentate da Mdp sull’introduzione della doppia preferenza di genere e il ritorno a un sistema proporzionale o sistema simil tedesco. Per il resto la partita sulla legge elettorale rimane di fatto congelata. Emanuele Fiano, relatore di maggioranza, accantona infatti la gran parte degli emendamenti presentati all’articolo 1. Rimangono in stand by, per ora, temi chiave quali voto disgiunto, pluricandidature, soglie, variazione del numero collegi plurinominali, questioni che riguardano il capo della forza politica (in una proposta di Forza Italia, lo diventa automaticamente il leader del partito più votato). Da definire anche i dettagli su raccolta, numero e data di presentazione delle firme, così come la partita dell’equilibrio di genere e la ripartizione proporzionale per il voto del candidato uninominale. Nessun problema all’orizzonte, assicura chi nel Pd e in Forza Italia lavora al dossier. Né preoccupano i toni utilizzati da Mdp. Sulla legge elettorale si è formata “una maggioranza che spacca la maggioranza di governo per isolare Articolo 1 – attacca Alfredo D’Attorre, capogruppo di Mdp i Commissione e presentatore dei 3 emendamenti bocciati -. In più si esclude la principale forza di opposizione, il M5S, che stando ai sondaggi è la prima forza del Paese”. Gianni Cuperlo prova a riaprire il dialogo con gli ex compagni di partito e la sinistra di Giuliano Pisapia. Cuperlo chiede di accantonare tutti gli emendamenti sul voto disgiunto in vista di una possibile mediazione. Secco, però, è il no che arriva dai dem. I punti chiave della legge devono rimanere quelli, altrimenti salta l’intesa con Forza Italia, alfaniani e Lega, è la linea, che verrà ribadita anche nella riunione del gruppo che si terrà domani sera e nella direzione nazionale convocata da Matteo Renzi per venerdì al Nazareno.

L’ondata di insulti contro Alfredo D’Attorre e Mdp da parte di esponenti del gruppo dirigente del Pd

Dopo lo sfogo in Commissione di D’Attorre, che ha solo detto a voce alta una verità nota a tutti, ovvero che si è formata una maggioranza di comodo sul Rosatellum bis, che ieri è stato definito del tutto incostituzionale da illustri giuristi, da Zagrebelsky ad Alessandro Pace a Domenico Gallo (quelli che hanno contribuito alla vittoria del No il 4 dicembre), e che il Pd, come Andreotti, usa la tattica dei due forni, proprio mentre si discute di Def e di legge di bilancio. Due membri della segreteria renziana attaccano frontalmente D’Attorre. Il responsabile del dipartimento Sviluppo del Pd, Ernesto Carbone (già tristemente noto alle cronache per aver scritto su twitter il ciaone per il mancato quorum al referendum sulle trivelle, manifestando spregio per la democrazia) attacca: “Votano contro il governo 4 volte su 10 e poi accusano noi di dividere la maggioranza. Le barzellette di D’Attorre non fanno ridere nessuno. Il nostro Paese ha bisogno di una nuova legge elettorale e noi ce la metteremo tutta per giungere a questo importante risultato”. Due gli elementi contestabili in questa contestabilissima dichiarazione: 1. Sostenere che le posizioni politiche di un alleato sono barzellette (ma perché non l’ha mai detto sulle posizione dell’altro alleato, Alfano, che ha bruciato leggi importantissime per lo sviluppo civile del paese?) è una grave scorrettezza, ed è un insulto, che colpisce chi lo invia, non chi lo riceve; 2. Non importa quale legge elettorale (e il Rosatellum è una schifezza), l’importante è votarla. Ora, gli emendamenti di D’Attorre andavano proprio nella direzione di verificare la volontà del Pd di emendare le brutture e le cialtronerie inserite nel Rosatellum, a partire dal rischio di tornare nuovamente a un Parlamento di nominati da un’oligarchia di una mezza dozzina di signorotti. La responsabile del dipartimento Mezzogiorno, Stefania Covello, affonda a sua volta il coltello: “Le parole di Alfredo D’Attorre, che accusa il Pd di spaccare la maggioranza di governo sulla legge elettorale, appaiono veramente stupefacenti e ipocrite. Soprattutto se pronunciate da un esponente di una forza politica che ha votato centinaia di volte contro le decisioni assunte da quella maggioranza di cui oggi dice di far parte. In pochi mesi la lista dei voti contrari è già molto lunga, nonostante si trattasse di provvedimenti migliorativi e determinanti nella positiva azione dell’esecutivo. Solo alcuni esempi: dal Def alla manovra economica, dalla direttiva Bolkestein alla delega al governo per riorganizzare il personale delle forze armate”. Ora, su ciascuno di questi esempi si potrebbe dire che il Pd ha scritto leggi coi piedi e che erano invotabili. Ma il punto vero è che il Partito democratico guidato da Renzi non sopporta la critica, un altro punto di vista, posizioni più ragionevoli e razionali. È così da sempre nella storia del renzismo, dal Jobs act, che ha regalato miliardi alle imprese senza creare posti di lavoro stabili, all’abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che ha abbassato tutele e diritti in fabbrica, alla pessima riforma della scuola. Sempre la stessa regia, sempre la stessa regola: non ascoltare nessuno, andare avanti secondo le convenienze del momento. E così è adesso in occasione della discussione parlamentare sulla legge elettorale, il Rosatellum bis.

Cosa nascondono gli insulti del Pd contro D’Attorre e Mdp

In realtà, la batteria di insulti contro D’Attorre e Mdp, che tentano, oramai inutilmente, di raddrizzare una legge elettorale sbagliata e incostituzionale viene spiegata da un’agenzia Ansa che rivela un retroscena dal Pd. Secondo quanto scrive l’Ansa, “ora i deputati di Mdp sanno che se prendono il 3% dei voti, eleggeranno 11 deputati sui 45 attuali. Ma se passerà il Rosatellum arriveranno le coalizioni e i singoli parlamentari faranno le loro valutazioni: vedrete come si spaccheranno”, sibilano fonti Pd. Il partito di Renzi in serata picchia duro sul piano comunicativo, accusando i bersaniani di voler far scattare le clausole di salvaguardia Iva: l’obiettivo è schiacciarli su posizioni “bertinottiane”. L’altra speranza Pd resta quella di “recuperare” Pisapia separandolo dagli alleati. Non è la conferma che si sta confezionando una legge elettorale contro qualcuno, in particolare M5S e Mdp, piuttosto che puntare al famigerato riequilibrio tra rappresentanza e governabilità? Una tattica punitiva che non porterà a nulla di buono. Anzi, si presenta come una torsione antidemocratica. L’hanno capito perfino alcuni ambienti minoritari del Pd. Secondo fonti interne, la minoranza dem prova a ricucire e tende una mano agli ex compagni di partito: “Tutti si rendono conto che, così com’è oggi, la legge è irricevibile per Mdp che, se si andasse a votare con questo meccanismo, sarebbe tagliato fuori dal Parlamento”. Domani sera, quando si riunirà il gruppo del Pd alla Camera, “arriveranno segnali” di apertura, è la convinzione della sinistra interna. Ma i renziani lasciano pochissimi spiragli: “la nostra posizione non cambia, no al voto disgiunto”, tema caro a Mdp. Come volevasi dimostrare, come dicono i matematici.

Share