Ilva. Il gruppo annuncia 4.000 licenziamenti e osa parlare di “rilancio”. Fiom, Fim e Uilm: subito la mobilitazione. Manifestazione a Genova. Solidarietà da Sinistra Italiana e Mdp. Nel frattempo Renzi e Padoan annunciano che la crisi è finita. Nuovi sviluppi della vicenda giudiziaria

Ilva. Il gruppo annuncia 4.000 licenziamenti e osa parlare di “rilancio”. Fiom, Fim e Uilm: subito la mobilitazione. Manifestazione a Genova. Solidarietà da Sinistra Italiana e Mdp. Nel frattempo Renzi e Padoan annunciano che la crisi è finita. Nuovi sviluppi della vicenda giudiziaria

Un fiorir di gorgheggi da parte di Renzi Matteo che alla direzione del  Pd si auto esalta per aver “risanato” il Paese, superato la crisi ed avviato l’Italia verso un radioso futuro. Il ministro dell’Economia e Finanza, Pier Carlo Padoan, non è da meno, anzi va oltre: annuncia che la più profonda, “profondissima “ crisi economica  è stata superata grazie alle politiche portate avanti dal governo in questi quattro anni. “Ora – dice – guardiamo avanti”. Il ministro per lo sviluppo, Calenda, addirittura dimentica di partecipare all’ultima fase di una trattativa con Nokia, il colosso finlandese delle telecomunicazioni, per dare la “garanzia “ del governo in merito alla intesa raggiunta quasi un anno fa per evitare il licenziamento di 115 lavoratori. L’incontro al ministero del Lavoro è stato rinviato al giorno 11, ultima data  per registrare l’intesa, altrimenti salta.

È in questo clima di festa, di “volemose bene” la “crisi è ormai alle nostra spalle” che il Pd e il suo governo, che si regge con i voti del clan di Verdini, stanno cercando di creare, che arriva la notizia, devastante, di un piano lacrime e sangue  che riguarda l’Ilva mentre anche sul piano giudiziario ci sono nuovi sviluppi della vicenda che vede coinvolti Fabio e Nicola Riva per i quali il gup di Milano ha respinto la richiesta di patteggiamento.

Una provocazione: la lettera  ai sindacati  due giorni prima dell’apertura della trattativa

La cordata Am InvestCo-Marcegaglia  ha una strana idea di cosa significa “rilancio”, tanto è vero che per “rilanciare” il gruppo ha  deciso di mandare a casa migliaia di lavoratori. In una lettera inviata ai sindacati la cordata annuncia che intende impiegare solo 9.930 dipendenti. Gli esuberi saranno circa 4.000. Nel dettaglio, 7.600 sarebbero i lavoratori impiegati a Taranto, 900 a Genova, 700 a Novi ligure, 160 a Milano, 240 in altri siti. Per un totale di 9.600 addetti. Quanto alle controllate sono previsti 160 dipendenti in forze AIsm, 35 a Ilvaform, 90 Taranto Energia. Inoltre sono previsti 45 dirigenti in funzione. A questi numeri si aggiungono i dipendenti francesi delle società Socova, Tillet che rientrano nel perimetro del gruppo. La lettera è arrivata in vista dell’incontro previsto per lunedì al Mise, il ministero per lo sviluppo economico, leggi  Carlo Calenda. Quello che si è dimenticato di partecipare all’incontro per la vertenza Nokia e che si dice molto affaccendato per la eventuale presentazione alle prossime elezioni politiche a sostegno di Renzi Matteo.

Durissime le reazioni immediate dei sindacati, Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm Uil che annunciano immediate mobilitazioni. “Quanto acquisito la scorsa settimana dalla riunione di Parigi di IndustriAll global union riguardo la totale inaffidabilità, arroganza e non rispetto degli impegni assunti da parte della multinazionale Arcelor Mittal viene confermato dalla comunicazione di oggi”, affermano Francesca Re David, segretaria generale Fiom e Rosario Rappa, responsabile siderurgia dei metalmeccanici Cgil.

Le assunzioni secondo il Jobs act, senza anzianità e integrativo aziendale

“Gli assunti – continuano -, dovranno rinunciare all’anzianità di servizio e all’integrativo aziendale e avranno un taglio salariale consistente e inaccettabile. Inoltre, l’azienda arriva ad ipotizzare anche l’assunzione in aziende esternalizzate controllate”. Praticamente chi verrà riassunto dovrà rinunciare all’Articolo 18 ed a tutte le altre tutele. I due dirigenti della Fiom parlano di “massacro sociale dei lavoratori dell’indotto  e – sottolineano – non ci sono le condizioni per aprire un tavolo negoziale. L’unica risposta possibile a tale provocazione è una forte azione conflittuale di tutte le lavoratrici e i lavoratori. Lunedì prossimo ci presenteremo all’incontro convocato al ministero dello Sviluppo economico unicamente per conoscere cosa vorrà fare il governo di fronte a questa inaccettabile posizione”. La Fiom di Genova, sempre per il 9 ottobre, ha già annunciato che “bloccherà la città per tutto il giorno”. Alle 5 del mattino si terrà l’assemblea davanti ai cancelli della fabbrica, poi un corteo sfilerà fino al centro città e “non si escludono gravi disagi al traffico”.

Sulla stessa lunghezza d’onda i segretari generali di Fim Cisl, Bentivogli e di Uilm Uil, Apa.  Il primo sottolinea che se “queste sono le condizioni di partenza il piede è quello sbagliato. Se tale approccio verrà confermato si prospettano presupposti  ancor più arretrati rispetto a quanto concordato in sede di governo. È chiaro in questa situazione che il ricorso alla mobilitazione generale diventerà immediato. Già in alcune aziende del gruppo sono state programmate”. Il segretario generale della Uilm, Apa, sottolinea: “Se la direzione del gruppo pensa di iniziare la trattativa con 600  esuberi già decisi per quanto riguarda lo stabilimento di Genova, se lo levi dalla testa, se lo possono scordare. Insieme alla mobilitazione dei lavoratori chiameremo in causa il governo per il rispetto dei vecchi accordi”.

La solidarietà e il sostegno di Sinistra Italiana e Articolo 1-Mdp

Da parte delle forze politiche si segnalano gli interventi di Articolo1-Mdp  con il deputato Arturo Scotto e Sinistra italiana, con Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro che esprimono solidarietà ai lavoratori impegnati in una dura e difficile lotta per salvare non solo il posto di lavoro ma un gruppo industriale che gioca un ruolo importante nell’economia del nostro paese. Fassina, in particolare definisce “irricevibile” il piano di  Arcelor Mittal per l’Ilva. “È un massacro sociale: oltre 4000 esuberi, da Taranto a Genova, e riassunzione dei circa 10.000 lavoratori residuali a condizioni contrattuali umilianti, agevolate dal Jobs Act”. E annuncia che “lunedì mattina saremo al Mise con i lavoratori e le loro rappresentanze. Presenteremo inoltre un’interrogazione urgente al governo per conoscere come intende fermare l’ennesimo colpo al lavoro e al settore manifatturiero italiano”. Da parte sua, Arturo Scotto in una nota scrive: “Come ci si può sedere a un tavolo con chi non rispetta gli impegni e arriva con la proposta di tagliare 4mila posti di lavoro? Non erano questi i patti ed è ormai evidente il gioco sporco che sta portando avanti la cordata Am Investco sia sulle teste dei lavoratori che per quanto riguarda le clausole ambientali. In più l’umiliazione di riassumere altri 10mila operai con contratti depotenziati figli del Jobs Act. Tutto questo è inaccettabile e se il Governo non interviene prima di lunedì rischia di avallare uno scempio sociale e di agevolare gli interessi particolari di una società che sta tradendo un accordo sottoscritto con le parti sociali e le istituzioni”.

Per il Gup di Milano pochi 5 anni di carcere per Fabio Riva e due anni per il fratello Nicola

Intanto sul versante giudiziario, come abbiamo detto all’inizio si segnalano nuovi sviluppi. Troppo pochi 5 anni di carcere per Fabio Riva e due anni per il fratello Nicola Riva. Il gup di Milano, Chiara Valori, ha bocciato le proposte di patteggiamento presentate dall’ex vicepresidente di Ilva e dal fratello perché “incongrue”. È il secondo no ai patteggiamenti chiesti dai due esponenti della famiglia ex proprietaria dell’Ilva dopo quello incassato a febbraio scorso dal gip Maria Vicedomini “per assoluta incongruità delle pene concordate a fronte dell’estrema gravità dei fatti contestati”. L’udienza preliminare che li vede imputati per bancarotta in relazione al crac dello stabilimento siderurgico di Taranto riprenderà il 17 novembre. Fabio e Nicola Riva sono entrambi nipoti di Adriano, che a maggio scorso a sua volta patteggiò 2 anni e 6 mesi di carcere per bancarotta, truffa ai danni dello Stato e trasferimento fittizio di beni, mettendo sul piatto un risarcimento record da 1,3 miliardi di euro destinato alla bonifica ambientale dell’impianto siderurgico di Taranto.

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