Ilva, Calenda, “ministro operaio” disponibile a discutere dei 4mila esuberi, operai, secondo il piano industriale. Una vicenda tutta da chiarire. Landini (Cgil): nel capitale intervenga Cassa depositi e prestiti a tutela dell’interesse nazionale. Melegatti e Perugina: vertenze aperte, scioperi e manifestazioni

Ilva, Calenda, “ministro operaio” disponibile a discutere dei 4mila esuberi, operai, secondo il piano industriale. Una vicenda tutta da chiarire. Landini (Cgil): nel capitale intervenga Cassa depositi e prestiti a tutela dell’interesse nazionale. Melegatti e Perugina: vertenze aperte, scioperi e manifestazioni

Ovviamente fa notizia l’Ilva, il grande gruppo che produce acciaio o meglio produceva, diventa titolo da prima pagina con cronache del tavolo della trattativa  fra i  nuovi padroni, ma ora in forse, della  azienda, la cordata Am Investco, guidata all’85%,dagli indiani di Arcelor, il plurimiliardario Mittal con partecipazione della Marcegaglia, sì, quella che è stata presidente di Confindustria. Fa notizia un tavolo che non si è aperto. Perché il ministro del Mise, Carlo Calenda, un ultraliberista in predicato di dar vita ad una lista a sostegno di Renzi Matteo per le prossime elezioni politiche, ha preso cappotto e cappello, si diceva una volta, ha sbattuto la porta ed il tavolo è rimasto chiuso. Non ha accettato di aprirlo perché, con un gesto degno di un grande attore di teatro, non poteva trattare in presenza di una azienda che, venendo meno agli accordi dice lui, ha messo come condizione la rinuncia da parte dei lavoratori che saranno licenziati e poi riassunti a significative indennità, premio di produzione, inquadramento, diritti. Insomma l’applicazione del jobs act di cui Calenda è stato ed è un sostenitore, una perdita secca di circa cinquemila euro. Sempre Calenda, però dichiarava che “sugli esuberi”, circa quattromila, si poteva trattare. Insomma il protagonista del “bel gesto” si prendeva i titoloni dei grandi giornali, grande spolvero nei tg e nei radiogiornali. Addirittura un quotidiano on line, non facciamo il nome perché ci vergogniamo per questa testata, definiva Calenda il  “ministro operaio”. Al gioco non stavano i sindacati di categoria, Fiom, Fim, Uilm che non la bevevano. Certo ringraziavano il ministro ma  ponevano subito il problema degli esuberi.

Non sono solo i lavoratori dell’Ilva a perdere il posto. A rischio anche migliaia dell’indotto

 Un no secco ad una operazione devastante non solo per quei lavoratori dell’Ilva che perdevano il posto ma anche per altre aziende, altre città, come Piombino, Terni che vivono di acciaio, per i lavoratori dell’indotto, edili, commercio, elettrici, più di quattordicimila persone in carne e ossa. Cronache e commenti si sprecavano attorno al nuovo “eroe”, il ministro del governo Gentiloni, che osava sfidare un colosso dell’acciaio, un plurimiliardario indiano che si era aggiudicato l’Ilva battendo un altro miliardario indiano che ora pare interessato allo stabilimento di Piombino. La delegazione  in rappresentanza della Am Investco che era arrivata a Roma convinta che  la trattativa si sarebbe conclusa positivamente e rapidamente mentre il “tavolo” non veniva neppure aperto dopo un primo approccio con la vice di Calenda, la Bellanova in  cui   si “scopriva” che esisteva una “questione salariale”. Le cronache raccontano che il ministro non ha avuto un attimo di incertezza. Il tavolo si chiude subito. Ma la storia non finisce così. La delegazione padronale  parla di “sconcerto” e fa capire che il ministro era a conoscenza dell’intesa raggiunta. E qui il mistero che forse non è un mistero e il ministro non è dalla parte degli operai. Quando è stato deciso di accettare il piano degli indiani nessuno era a conoscenza del detto piano? I sindacati, dice Maurizio Landini, segretario confederale della Cgil, che ha seguito la vicenda Ilva come segretario generale della Fiom prima di passare  alla segreteria della Confederazione, non sono mai stati messi a conoscenza di alcun piano. Dalla delegazione aziendale si fa sapere che era stato proprio il ministro a porre il problema degli esuberi chiedendo che venisse aumentato il numero degli assunti e ciò era avvenuto, passando da 8400 proposti dalla azienda a 10 mila.

Il ministro conosce bene il sistema Marchionne, licenzia e riassume  a costo zero

Possibile che non si sia mai parlato dei livelli retributivi? Calenda che non è l’ultimo arrivato conosce bene il “sistema” Marchionne, che licenzia e riassume. Possibile che prima di dare il via libera all’acquisto a nessuno del ministero, Calenda in primo luogo, non conoscesse le condizioni? Si dice che la “scoperta” è avvenuta con il piano industriale, la materia da discutere al tavolo  della trattativa.  “Su questo  Calenda non ha chiarito – sottolinea  Maurizio Landini – non basta dire che i livelli retributivi non si toccano. Quanto a Mittal sappiamo che utilizza modelli di relazioni sindacali molto pesanti dappertutto. Non ha nulla da imparare da Marchionne”. La protesta degli operai è stata massiccia, in tutti gli stabilimenti del gruppo. Secondo la Fiom, proprio la lotta sindacale ha messo in guardia il ministro. Il quale replica a proposito dello “sconcerto aziendale” che è proprio “quello sconcerto ad essere incomprensibile, visto che gli impegni sottoscritti erano diversi”. Insomma pacta sunt servanda dicono a Via Veneto la sede del Mise. Sarebbe interessante se quei “pacta” venissero resi noi.

Ora torna in discussione il futuro dell’azienda? C’è al Mise chi parla di richiamare gli indiani di Jindal  che sembrano ora interessati agli impianti di Piombino ed erano rimasti sconfitti dal compatriota Mittal. Cosa difficile anche a pensarsi. Landini, in una intervista rilasciata a La Stampa, parla di un piano MIttal consegnato formalmente al ministero che prevede la produzione di 9,5 milioni di tonnellate di acciaio. Per fare questa  produzione  non ci devono essere esuberi, non si capisce proprio “perché devono esserci esuberi”. Sottolinea che l’accettabilità del piano è stata firmata dai commissari e parla di “un minimo di relazioni sindacali”. Si chiede cosa abbiano firmato i commissari che hanno condotto la trattativa con    l’azienda. Il governo – prosegue – cosa ha trattato, quali impegni ha preso?”

Problemi aperti, occupazione, salari, investimenti industriali, ambientali, ruolo dell’industria siderurgica

Non  c’è solo la questione salariale, ci sono i problemi relativi all’occupazione, agli investimenti industriali, ambientali, alla presenza dell’industria siderurgica in Italia, presenza indispensabile. Landini, a questo punto, parla degli interessi del nostro paese che vanno difesi e ricorda quello che ha fatto Macron quando è stato siglato l’accordo fra il cantiere navale di Saint-Nazaire, che è stato nazionalizzato e Fincantieri. Così come hanno fatto Germania, Stati uniti per difendere gli interessi nazionali. Da questa valutazione Landini ha avanzato la proposta dell’intervento nel capitale del gruppo Ilva della Cassa depositi e prestiti, capitale pubblico italiano che dovrebbe svolgere un ruolo essenziale in una operazione così importante per l’economia italiana. Per ora non ci sono segnali da parte del ministro Calenda, del governo.

Ilva tiene le pagine dei quotidiani, fa notizia. Non si può nascondere come avviene per altre aziende in crisi di cui è bene non parlarne per non disturbare il manovratore, presidente del Consiglio e ministri, Calenda in primo luogo, i quali, proprio mentre le elezioni si avvicinano, la campagna elettorale è già iniziata, sono impegnati a  nascondere la realtà della situazione economica, dello stato della nostra industria.

Non fanno notizia tante crisi aziendali, fra  cui  due capofila del dolciario

Sono centinaia le vertenze di cui è chiamato ad occuparsi il ministero per lo sviluppo economico. Forse andrebbe chiamato in altro modo, visto che il suo compito principale è quello dei salvataggi, quando possibile, di assicurare la  cassa integrazione. Addirittura non si conosce neppure quante vertenze siano in corso. Si parla di centocinquanta, alcune in piedi da anni. Non fanno notizia, a volte bisogna sfogliare le pagine locali dei quotidiani per apprendere che, tanto per fare un esempio, ci sono due aziende del settore dolciario, una è la Melegatti, l’azienda veronese dove 23 anni fa venne inventato il pandoro. La produzione è quasi ferma, i fornitori non vengono pagati, i lavoratori, settanta, dei due stabilimenti di San Giovanni Lupatoto e San Martino Buon Albergo, oltre a non aver ricevuto gli stipendi da agosto, sono in cassa integrazione ordinaria (per complessivi 30 giorni) da giovedì 5 ottobre. Due giorni di sciopero, presidio organizzato da  Flai Cgil, Fai Cisl, Uilia Uil. I sindacati sostengono che la Melegatti avrebbe contattato individualmente alcuni lavoratori stagionali per produrre dolci per un marchio concorrente. Niente pandoro per Natale. Sempre nel settore dolciario si segnala una grande manifestazione che si  è svolta giorni fa a Perugia dove i sindacati chiedono alla azienda, la Perugina, di “togliere” dal tavolo di trattativa 364 esuberi che la multinazionale vorrebbe imporre allo stabilimento di San Sisto, la fabbrica dalla quale si sforna il Bacio Perugina. Con i lavoratori si è schierata la città con una manifestazione nel centro storico per riportare, affermano  i sindacati Cgil, Cisl, Uil del settore “il lavoro al centro”. Con i lavoratori della Perugina quelli di altre aziende che si trovano in difficoltà e dove i posti di lavoro sono a rischio, dall’Ast di Terni (“buona lotta compagni, noi saremo al vostro fianco”) alla Colussi, alla ex Merloni, la ex Novelli. C’erano anche i segretari nazionali della Flai Cgi e della Uila Uil. Con loro Maurizio Landini, segretario confederale della Cgil nazionale: “Sono venuto perché questa non è una vertenza locale, ma parla all’intero paese – ha detto ai giornalisti dopo aver ascoltato gli interventi dei delegati – e questi lavoratori hanno il sostegno della Cgil nazionale. C’è bisogno che il governo insieme a noi e insieme a tutti i lavoratori chieda alle Nestlé di cambiare posizione, di far applicare gli accordi e di fare investimenti che garantiscano una prospettiva e il lavoro”.

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