Il pippone del venerdì/27. L’ondina nera della destra che cresce

Il pippone del venerdì/27. L’ondina nera della destra che cresce

Vi aspettate un bel pippone in difesa del soldato D’Alema dal cattivo Pisapia. Lo so. Si potrebbe dire che ci siamo rotti, confermare che è un sabotatore della sinistra e non già quel federatore che Bersani ci aveva annunciato. Tutto già scritto, già detto in tempi non sospetti. Continuo, dunque, con la mia linea: non mi occupo più di questi personaggi minori della politica italiana, è tempo perso. E ho detto tutto, diciamo.

In realtà, la sinistra questa volta voglio chiamarla in causa (come al solito) sia pur indirettamente. Impressionato da due episodi. Il primo: nel popolare quartiere di Magliana dove abito è stata aperta una sede di Forza Nuova, che si affianca a quella di Casapound che da un anno mi alberga praticamente sotto casa, sempre piena di robusti ragazzotti dallo sguardo truce. Il risultato è che tutta la zona, fino a qualche mese fa tappezzata di manifesti e striscioni dei centri sociali, è invasa da cupi addobbi murali che inneggiano alla razza e alla supremazia italica.

I suddetti fascisti del terzo millennio, e vengo al secondo episodio, si candidano alle elezioni municipali di Ostia, da soli, e vengono accreditati dai sondaggi di un risultato più che lusinghiero. C’è chi li dà addirittura al 10 per cento. Ora, sarà anche esagerato, ma dopo il successo di Casapound alle amministrative della primavera scorsa, quando sono riusciti a piazzare i loro esponenti in assemblee elettive di città importanti (si pensi a Lucca), si apprestano a entrare anche in un consiglio municipale romano: “Gli italiani sono pronti a una soluzione fascista ai problemi locali”, dichiara su un giornale nazionale il loro leader.

Personalmente ogni volta che passo davanti alla loro sede metto ben in vista la falce e martello che ho sempre appesa al collo. Ma mi sembra, come dire, una soluzione minimalista. Ti fa star bene per quei cinque secondi in cui ti guardano sconcertati da tanta sfacciataggine. Però resta intatto il mio sconcerto per quella ventina di ragazzi che si riuniscono in quella sede, discutono, preparano gli striscioni, vanno ad attaccare i manifesti, organizzano gli studenti nelle scuole  e all’università. Un po’ come facevamo noi trent’anni fa, verrebbe da dire, prima che i nostri ragazzi non si chiudessero in stanze dove esercitarsi a fare il verso agli errori dei grandi. Né tantomeno credo alla soluzione di una nuova legge per dichiarare fuorilegge tutti questi movimenti pseudo fascisti.

Torno a Ostia, questi ragazzotti il sabato organizzano la raccolta alimentare, che poi distribuiscono a circa 200 famiglie bisognose. Italiani, ci mancherebbe altro. “Agli immigrati pensa la Caritas”, rispondono. Come se l’associazione cattolica ne facesse una questione di cittadinanza. Li abbiamo fatti insediare nei nostri quartieri, nelle zone più popolari di Roma, dove il disagio è diventato più forte. Quartieri dove la sinistra non esiste più. Scomparsa nel giro di dieci anni. Penso a Tor Bella Monaca, dove alle scorse comunali abbiamo ottenuto il risultato più basso di Roma, appena sopra il 2 per cento. Alla stessa Ostia, a Corviale.

Che cosa succede nella nostra città? Questo dovremmo chiederci, più che rinchiuderci in discussioni asfittiche in cui ci parliamo sempre da soli, sempre con gli stessi interlocutori stanchi. Come torniamo a parlare a quelle periferie? Periferie non solo in senso fisico, inteso come distanza dal centro della città. Ma periferie in senso sociale. Le borgate romane  non erano così. Erano luoghi dove la solidarietà fra gli ultimi era pratica quotidiana. Dove c’era un tessuto sociale forte, fatto di luoghi, di partecipazione. Dove c’erano decine di sedi dei partiti della sinistra, del sindacato. Dove è nata la grande stagione del civismo romano, quella dei comitati di quartiere, dei consorzi delle borgate che davano voce agli ultimi, li rendevano protagonisti. Le borgate erano i luoghi più vivaci della nostra città. Quasi in contrapposizione ai quartieri bene, dove quasi non ti facevano nemmeno entrare.

E adesso il mondo si è capovolto. La sinistra vince ai Parioli, scompare a Tor Bella Monaca. La stessa conformazione urbanistica di queste nuove periferie, probabilmente, ha favorito questa deriva. Alle “borgate paese”, fatte di casette abusive strette intorno a pochi punti di aggregazione. Senza fogne e illuminazione, ma tutto sommato con una dimensione umana, si è passati agli sterminati quartieri cemento, dove ci siamo fatti guidare da urbanisti che dell’Italia non sapevano nulla e hanno progettato palazzi senz’anima, con i negozi chiusi in tunnel, senza piazze, senza giardini.  Questo elemento di spersonalizzazione è sicuramente alla base di quello che sta succedendo in questi anni. In questo panorama si va a sommare la convivenza con i migranti, sempre più complessa. La crisi economica che, malgrado tutti parlino trionfalmente di ripresa, qua morde ancora le caviglie dei poveracci. La somma dei due elementi (quartieri senz’anima e crisi) ha fatto da moltiplicatore. Aggiungiamoci anche l’abbandono da parte della pubblica amministrazione.

Càpito ormai di rado  a Ostia, ma ogni volta ho la sensazione che tutto stia a andando a rotoli sempre più velocemente. Le buche nelle strade (se di strade si può ancora parlare) sono un termometro preciso. Qua l’asfalto è diventato una rarità. Secondo me non è tanto la vicenda di mafia capitale e del commissariamento del Municipio (a mio avviso ancora inspiegabile). È la sensazione di abbandono che ti fa incazzare.

Alle ultime elezioni amministrative sono queste le zone dove i Cinque stelle hanno sfondato. Percentuali bulgare. Hanno sfiorato il 50 per cento al primo turno, al ballottaggio sono schizzati sopra al 70. Ma adesso anche nei loro confronti monta la sfiducia, si comincia a percepire, e lo vedremo il 5 novembre a urne chiuse, che quella che appena pochi mesi fa sembrava una corazzata è diventata una barchetta. Ci sarebbe tanto spazio, insomma, dove ricominciare a lavorare.

Proprio quello che fanno i ragazzi di Casapound. Lavorano, stanno sui territori, aprono sedi fisiche, non sui social. Sedi dove puoi andare, offrono servizi, anche luoghi dove sfogarsi, trovare ascolto. Una ricetta antica, togliattiana verrebbe da dire. Pescano nel nostro vuoto, insomma, gettano reti dove noi abbiamo rinunciato a stare. E certo che il loro messaggio è anche semplice da far passare, rozzo, elementare ma di facile penetrazione. L’Italia agli italiani. Incentivi per i figli. Reddito di cittadinanza. Canone sociale per gli affitti. Alcune parole d’ordine, se non ci fosse quella premessa di razza, sarebbero addirittura degne della sinistra anni ’70.

Io credo che per il momento sia soltanto un’ondina che si può ancora gestire. Ma sicuramente non sono più il fenomeno folkloristico di qualche anno fa. Non sono più qualche decina di reduci. Sono giovani, contemporanei. Si fanno poche pippe mentali e lavorano sui territori.

Ecco forse se stessimo meno a pensare a come farci del male da soli e cominciassimo a riaprire sedi politiche, spazi sociali, in tutta la città, potremmo cominciare a circoscrivere e limitare questa ondina. Poi crescerà e sarà tutto più complesso. Sarò divisivo anche io, ma la sinistra deve tornare a fare la sinistra. Sarà poco, non sarò originale.

Ora vanno di moda, le officine, i camp, le riunioni nelle librerie, gli spazi alternativi. A me piacciono i muri scrostati delle vecchie sezioni popolari.

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