Il Pd celebra i 10 anni di vita all’insegna del Rosatellum. Uno sfregio alla democrazia e Renzi esulta. Dai media critiche alla legge. Ma c’è anche chi dice “meglio che niente”. Subito iniziative perché il Senato non voti un Porcellum bis

Il Pd celebra i 10 anni di vita all’insegna del Rosatellum. Uno sfregio alla democrazia e Renzi esulta. Dai media critiche alla legge. Ma c’è anche chi dice “meglio che niente”. Subito iniziative perché il Senato non voti un Porcellum bis

Dieci anni spesi male, ma, come si dice,  al peggio non c’è mai fine. Fa festa il Pd, ma alla “cerimonia” di compleanno, al teatro Eliseo a Roma, saranno assenti proprio coloro che più contribuirono alla nascita del partito, Romano Prodi, Arturo Parisi, cui si deve l’invenzione del nuovo soggetto politico, ideologo che inventò le primarie e tolse il trattino al centrosinistra, mettendo insieme Dc e Pci. Non ci sarà neppure Giulio Santagata, amico di Prodi, uno che ha preparato la campagna elettorale e, ricorda lui stesso, “ha sgobbato”. Oggi, rispondendo a Repubblica, dice: “Decennale di che? Non mi ha invitato nessuno eppure io mi sento un fondatore più di quelli del comitato dei 45”. Non ci sarà neppure Rosy Bindi. Dei fondatori solo gli amici più stretti parteciperanno al compleanno. Non si capisce bene se i soci “onorari”, chiamiamoli così, sono stati invitati oppure no. Comuque sia, Prodi fa sapere che per questo sabato aveva già preso impegni. In realta la sua “tenda” è rimasta distante dall’accampamento Pd che lui, forse, non riconosce più. Notava Ilvo Diamanti che in particolare dopo l’uscita di coloro che hanno dato vita ad Articolo 1-Mdp si perde l’idea originaria, la creazione di un polo unitario di centrosinistra, senza trattino e da Pd si passa al Pdr, il partito di Renzi, del capo. La riprova? Il progressivo spostamento verso destra dell’asse del partito, la scomparsa perfino di tracce di cosa dovrebbe essere una forza che ha nel suo dna la storia della sinistra italiana. La “due giorni” che ha portato alla approvazione di una pessima legge elettorale ne è la prova più evidente. Non bastava la forzatura che si chiama referendum per cambiare la Costituzione, la sconfitta del tentativo renziano, di fare carta straccia dell’atto fondativo della nostra Repubblica. Renzi aveva bisogno per tornare a galla, di una rivincita e se l’è presa con la complicità, molto interessata non solo della pattuglia degli alfaniani, sempre in sella malgrado contino quanto il due a briscola ma i loro voti fanno gruzzolo.

L’immagine di una Camera che  prende ordini e obbedisce ai capibastone

L’accordo con Berlusconi e Salvini, il soccorso di Verdini sempre disponibile, di altri gruppuscoli che fanno parte dell’accozzaglia, hanno prodotto un sfregio profondo al  sistema democratico, hanno dato al Paese l’immagine di un Parlamento, la Camera dei deputati, che obbedisce ai capibastone. Lo stesso presidente del Consiglio, in altre faccende affaccendato, ha alzato bandiera bianca, ammesso che in precedenza ne abbia alzate di colore diverso, ed è venuto meno anche a quanto da lui stesso promesso agli elettori al momento del suo insediamento: mai il voto di fiducia per approvare la legge elettorale. Mai, mai più perché era stato proprio Renzi Matteo a farne uso per approvare una legge poi definita incostituzionale dalla Consulta.  Sempre  Renzi si meraviglia, fa finta di essere indignato quando gli si ricorda che prima di lui a porre la fiducia su una legge elettorale era stato il ministro fascista Acerbo. Lui si difende dicendo che anche De Gasperi nel 1953 ricorse al voto di fiducia e chiamando in causa il leader democristiano, dice: “Non si può certo accusare De Gasperi di essere un fascista”. No, solo che tentò con una legge che non a caso si ricorda come la “legge truffa” di cambiare le carte in tavola, una legge simile al gioco dell’asso pigliatutto. Con il voto dei cittadini che, di fatto, non contava niente. E i cittadini non accettarono, respinsero un tentativo autoritario, uno sfregio alla democrazia, come è avvenuto nelle due giornate a Montecitorio con l’approvazione del “Rosatellum”.

Nei corridoi di Montecitorio se ne sono viste di tutti i colori

Nei corridoi di Montecitorio, quello che una volta si chiamava dei “passi perduti” se ne sono viste di tutti i colori. I deputati e le deputate venivano tallonati in  particolare dai dirigenti del Pd. Parola d’ordine lanciata da Renzi Matteo, terrorizzato  dei possibili franchi tiratori che avrebbero potuto far saltare il banco. Cosa in realtà impossibile, ce ne sarebbero voluti circa 130, forse più. Messaggini a getto continuo finiscono sui telefonini della truppa del Pd. “Il risultato è in bilico”. Abbiamo il 50 % di possibilità di farcela”, scrive il cronista di Repubblica, fa presente agli onorevoli, “non si sgarra”, “si gioca grosso”. Sempre il cronista del quotidiano di Largo Fochetti, quello che più di altri riferisce fra virgolette quanto i collaboratori del premier gli sussurrano, ci  fa sapere che il segretario del Pd fa sapere “a quelli che  dalle parti del Nazareno lavorano a un suo passo indietro e possono essere potenziali franchi tiratori” che “solo un matto può pensare che se non passa il Rosatellum mi dimetto. Anzi deciderei di rinnovare l’intera classe parlamentare del Pd, incapace di cambiare la legge e di essere leale”.

Quando il cronista fa da cassa di risonanza al segretario del Pd

Poi il cronista racconta che il segretario esulta parlando con uno dei suoi colonnelli: “Quando facciamo all-in vinciamo, basta avere coraggio”. Il cronista, è questo il caso di dire, si fa cassa di risonanza. Insomma si capisce che tifa per Renzi o, perlomeno, non dice no ai “suggerimenti” che gli arrivano dagli uffici stampa. Avviene così che  in fondo una cinquantina di parlamentari che non votano secondo gli ordini impartiti dal capo sono una bazzecola. Poteva andare peggio e si titola che il voto segreto non ferma la legge elettorale. Insomma, anche se non lo si dice apertamente, vedi anche cronache del Corriere della Sera, in fondo è andata bene, abbiamo una legge elettorale.  Quando vai a  leggere i commenti, gli editoriali, sui maggiori giornali le critiche emergono, non solo sul voto di fiducia ma anche nel merito. Però, però pur mettendo in mostra tutte le magagne del Rosatellum non si ha il coraggio di andar fino in fondo.

Leggi elettorali come i matrimoni: devi dormire ogni notte sotto le stesse lenzuola

Scrive Michele Ainis nell’editoriale “La stanca democrazia” che apre Repubblica: “Le leggi elettorali sono come i matrimoni, per scoprire chi hai sposato, devi dormirci ogni notte sotto le stesse lenzuola. E  il Rosatellum è davvero un buon partito? O il quadripartito che l’appoggia  finirà per lasciarci a mal partito? Lo sapremo presto, ce ne accorgeremo alle prossime elezioni ammesso che questo sposalizio verrà celebrato anche in Senato dopo il sì pronunziato a denti stretti dalla Camera. Ma il passo d’oca (il richiamo è ad altri voti di fiducia? ndr) con cui la giovin creatura incede verso l’altare non può che promettere notti turbolente”. Ci viene da dire che   ormai sono in pochi ad attendere il matrimonio per “andare sotto le lenzuola”. Più terra terra  il buongiorno si vede dal mattino e, in questo caso, non assicura niente di buono. Il consiglio ci permettiamo di farlo, conoscendone la professionalità, anche a Massimo Franco che sul Corriere della Sera parla di “un traguardo e alcune riserve”.

Forse non si poteva fare altrimenti. Il risultato è che la legge elettorale è stata fatta

Scrive l’editorialista: “Forse non si poteva fare altrimenti. È giusto incassare il risultato ma senza esagerare”. Il risultato principale, “forse unico dato positivo” è che è stata fatta, “sul suo contenuto e sul metodo usato sarà bene rifletterci”. Ma davvero c’è bisogno di riflettere? Non solo. Emerge un dato preoccupante: le critiche al Rosatellum, esclusi ovviamente i protagonisti di questa indegna sceneggiata, sono pressoché unanimi. Abbiamo ascoltato per esempio  Cacciari, intervistato da Piazza Pulita. Ha fatto a pezzi la legge approvata dalla Camera. Poi ha alzato le braccia, quasi dichiarando la resa, la sfiducia che senti crescere nel Paese. I sondaggi parlano di un astensionismo crescente. Ti verrebbe da chiedere, ma se è così bisogna reagire, non si può attendere un altro voto di fiducia al Senato, la posta in gioco è molto alta, occorre coinvolgere da subito i cittadini cui si vuol negare la possibilità, la libertà di eleggere i nuovi parlamentari. La sfiducia, la resa, non porta da nessuna parte. Questi dieci anni di Pd dovrebbero averci insegnato qualcosa. Il “meglio che niente” che viene sussurrato è fratello gemello del peggio.

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