I dieci anni del Pd? Per Veltroni, Gentiloni e Renzi null’altro che il cammino dei democristiani verso il potere. E la colpa sarebbe dei post-comunisti

I dieci anni del Pd? Per Veltroni, Gentiloni e Renzi null’altro che il cammino dei democristiani verso il potere. E la colpa sarebbe dei post-comunisti

Quando entra al teatro Eliseo, raccontano le cronache, Walter Veltroni, il vero fondatore dell’attuale Partito Democratico, dal discorso del Lingotto torinese in poi, riceve un lungo e caloroso applauso. In fondo, è l’unico leader storico presente alla cerimonia per il decennale. Non c’è Romano Prodi, il federatore dell’Ulivo edizione 1996, e non c’è il suo fedelissimo, Arturo Parisi, che in un’intervista ha esplicitamente parlato di giornata di lutto, non di festa, dopo l’approvazione con la fiducia del Rosatellum. Non c’è neppure Goffredo Bettini, leader della sinistra romana, che lavorò gomito a gomito con Veltroni nei mesi precedenti la nascita del Pd. E non c’è la minoranza del partito. Il ministro Andrea Orlando è dato febbricitante e Gianni Cuperlo è impegnato a Milano alla scuola di partito, o almeno così si dice. Così come assente, perché evidentemente non invitato, l’ultimo segretario del Pd prima del renzismo, quel Pier Luigi Bersani che ha dato vita ad Articolo1-Mdp. Restano in prima fila i fedelissimi dell’attuale governo, con i ministri Giuliano Poletti, Graziano Delrio, Valeria Fedeli, Dario Franceschini, Roberta Pinotti, Marco Minniti.

Veltroni apre il decennale del Pd, con una ricostruzione storica con troppi e voluti buchi di memoria

A Veltroni tocca il compito di aprire i lavori, un intervento tra passato e futuro. Certo, suona la ‘carica’ per la conquista dello ius soli, un obiettivo che incontra il convinto sostegno di Gentiloni e Renzi, ma è troppo facile dal momento che non si farà né ora né mai, con questo Pd. “Il Pd – ricorda – nacque con 10 anni di ritardo, doveva essere la naturale prosecuzione della storia dell’Ulivo. Con l’Ulivo tutta la sinistra governava l’Italia. Quel governo è stato il migliore della storia repubblicana, prima di tutto per l’autorevolezza di chi lo guidava, Romano Prodi. Poi per le personalità che ne facevano parte”. Incredibile, tessere gli elogi di Romano Prodi mentre il professore apertamente contesta l’ultima ferita inferta dal Pd renziano alla democrazia, e dopo che nel 2007 venne letteralmente fatto cadere proprio da Veltroni, vincitore delle primarie, appare davvero una gaffe da parte di Walter. Una esperienza durata troppo poco, continua l’argomentazione di Veltroni, “abbattuta in volo dai due mali storici della sinistra”. E qui il riferimento di Veltroni è al presente: “le divisioni e il massimalismo”. Va bene per il 1998, quando fu Bertinotti a tirarsi indietro dinanzi a un legge finanziaria lacrime e sangue per poter entrare nell’euro, ma nel 2007 di chi fu la colpa? Cosa fu quel discorso a Orvieto se non il benservito a Prodi? L’ex segretario continua a parlare di passato per spiegare il presente anche quando sottolinea che lui, da quando si è ritirato dalla politica, interviene pochissimo pubblicamente. Per Veltroni “l’elettore di sinistra aspetta questa notizia: un giorno, anche solo 24 ore, senza una scissione o una divisione, che rendono più deboli noi e più forti gli altri”. Ma non è solo agli ex compagni di partito (il fantasma di D’Alema, com’era prevedibile, si aggira sulle poltroncine del teatro Eliseo) che Veltroni riserva i suoi ‘rimproveri’. Si rivolge alla classe dirigente di oggi quando invita tutti a “non avere paura della parola sinistra” perché “sinistra è un’idea del mondo e della giustizia, cambiata nel tempo come è dovere farlo, la sinistra ci ha messo troppo a capire che libertà e giustizia non sono separate. Sinistra è libertà, per me sinistra era quel ragazzo cinese con le buste della spesa e non il carro armato”, sottolinea riferendosi a una celebre immagine di piazza Tien am men: “Non dobbiamo aver paura di essere sinistra riformista, democratica, di governo”. Tuttavia, Veltroni non dice come quel Pd abbia governato in questi anni, perché allora dovrebbe cambiare partito, dal momento che di sinistra, di libertà e di giustizia sociale, non c’è più neppure la parola.

Gentiloni s’impegna sullo Ius soli e difende le scelte di Marco Minniti. Poi, però, sostiene che il renzismo è la vendetta di coloro che furono messi da parte da Bersani e dagli ex comunisti

“Abbiamo introdotto le unioni civili in questo Paese e ne siamo orgogliosi. E spero che saremo orgogliosi di poter dire che un altro diritto, quello dei bambini che frequentano le nostre scuole, che sono nei nostri quartieri e giocano nelle squadre di calcio, ma che sono nati da genitori stranieri, possano avere il diritto alla cittadinanza. E’ questo l’impegno del governo e mio personale. Stiamo lavorando per poter approvare questa legge durante questa legislatura”, scandisce il premier Gentiloni. E, per rimanere in tema di diritti, difende l’operato del ministro dell’Interno, Marco Minniti, oggetto di critiche aspre da sinistra, dalle Ong, dall’Onu, e dalle organizzazioni umanitarie di mezzo mondo, per la sua politica sui flussi migratori e sulla Libia: “La sinistra di governo non spaccia paure o illusioni sul tema dei grandi flussi migratori. Si impegna a gestirli, a cercare di governarli se possibile. E ridurre del 30 per cento il numero dei morti nel Mediterraneo è una straordinaria politica di sinistra del governo, caro Marco”. Anche in questo caso si nascondono i fatti: nel Mediterraneo si continua a morire, come dicono le cronache di questi giorni, ma si muore soprattutto nei lager orribili della Libia, dove grazie a Minniti, vengono ricacciate quelle persone in cerca di asilo, aiuto, futuro. Ma la temeraria provocazione di Gentiloni non termina qui. Va oltre, fino a sostenere che in fondo l’egemonia degli ex comunisti nel Pd di Bersani aveva determinato la messa nell’angolo degli ex democristiani, che oggi invece dominano incontrastati. Ecco il ragionamento di Gentiloni: “questi non sono stati dieci anni facili. A tratti a qualcuno questa casa è parsa occupata da un manipolo di estranei”, (si osservi la terminologia, “manipolo”, che rinvia alla celebre frase di Mussolini sul Parlamento…) sottolinea Gentiloni con un riferimento che sembra diretto agli scissionisti di ieri, quando Rutelli lasciò il partito all’indomani della vittoria di Bersani, e di oggi, con lo stesso Bersani a uscire dalla ‘casa’ governata da Matteo Renzi. “Ma è acqua passata. Il Pd è il Pd. Frase storica…”, scherza Gentiloni per poi rimarcare: “Il progetto bene o male è riuscito, è vivo, lotta insieme a noi”. Un progetto avviato, dal quale non si torna indietro: “Alla fine l’alternativa che attraversa la sinistra è tra chi pensa possibile rifugiarsi nelle pantofole delle proprie biografie e chi accetta la sfida tempestosa e difficile del governo. Il Pd ha scelto dieci anni fa la via di una sinistra di governo e da lì non possiamo tornare indietro”. Siamo alle solite: il governo prevale su tutto, a prescindere da come si è governato, e nessuna autocritica è possibile in questa farlocca celebrazione, ad esempio sulla politica estera, o sulla politica economica, men che meno sulle riforme che hanno rovinato il Paese, dalla pessima “Buona scuola” al Jobs act alla eliminazione dell’articolo 18 ai tanti soldi versati alle imprese. Con Gentiloni la celebrazione del decennale è sembrata più un inno alla democristianità bella e buona che a un partito moderno, che accetta davvero le sfide del mondo contemporaneo.

Renzi trasforma la celebrazione del decennale del Pd in un inno democristianissimo: “senza di noi il diluvio”

Argomentazioni da inno democristiano urlate dal segretario del Partito democratico, Renzi: “Se non ci fosse stato il Pd, la sinistra italiana sarebbe irrilevante. Bisogna avere il coraggio di riconoscerlo”. Si tratta di capire quale sarebbe la rilevanza del Pd per la sinistra italiana ed europea, se si mettono in fila le scelte compiute e le alleanze sociali conquistate, prime tra tutte quelle di Marchionne e di Confindustria. Ma di questo Renzi non parla, anzi: “Il Pd non appartiene a chi è sul palco in questo momento. Noi abbiamo un debito straordinario e una grande gratitudine nei confronti di Veltroni, ma il Pd non appartiene a lui. Noi sosteniamo Gentiloni, ma il Pd non appartiene nemmeno a lui e men che meno a me”. E’ a questo punto, sul finire dell’iniziativa, che viene pronunciato per la prima volta il nome “dell’avversario”, come lo chiama Renzi: “Il M5S appartiene al figlio del fondatore, al nipote del fondatore e al commercialista del fondatore. La nostra è tutta un’altra storia”, dice, ricordando quanto visto in piazza nelle ultime ore. “Avete visto cosa è accaduto, qualcuno ha sbagliato piazza a fare le proteste. Ma a me preoccupano più quelli che hanno sbagliato secolo nelle proteste. Il nostro avversario è il centrodestra. Se passa come spero il Rosatellum abbiamo di fronte a noi un corpo a corpo in tutti i collegi con un centrodestra populista, che ci ha lasciato con lo spread e la più grande crisi economica del dopoguerra. O noi saremo nelle condizioni di capire che questa è la sfida o rischieremo di perdere non noi come Pd ma l’Italia”.

E il segretario difende Jobs act e cancellazione dell’articolo 18. E questo sarebbe il Pd di sinistra?

Il segretario Pd affronta il problema del lavoro, e invece di fare autocritica, sostiene a spada tratta, per chi ancora non lo avesse capito, che “non si difende mettendosi sulle barricate a difendere un totem ideologico, ma creando posti di lavoro e evitare le dimissioni in bianco”. Ovviamente il totem ideologico è l’articolo 18. Renzi usa esattamente le stesse parole pronunciate all’indomani della sua cancellazione. Non solo. Quali e quanti posti di lavoro veri sono stati creati col Jobs act? E quanti sono stati invece i licenziamenti disciplinari e per farlocche crisi aziendali? Ma di questo meglio tacere. Vero segretario Renzi? Infine, ecco la palla lanciata sugli spalti dell’ottimismo ciarlatano, con uno sguardo al futuro: “Dobbiamo superare questa fase di discussione con la voglia di costruire il futuro. Non è vero che va tutto male, i prossimi dieci anni saranno fantastici”. E annuncia: “Dobbiamo proporre che per lo meno per un mese l’anno, ciascun giovane uomo o giovane donna deve poter fare un servizio civile obbligatorio”. E che c’entra? Altro fumo, per celare la cenere di questi anni del suo penoso governo.

La durissima critica del prodiano Franco Monaco a Veltroni: “memoria selettiva”

“Veltroni sostiene che, fosse stato per lui, il Pd sarebbe nato molto prima e che il suo Pd non ha mai coltivato l’autosufficienza. Gli rammento che, nel gennaio 2000, da segretario Ds, oppose un urlato no dalla tribuna congressuale di Torino alla proposta avanzata da Arturo Parisi, segretario dei Democratici dell’Asinello, di dare vita già allora al Pd; che fu lui, neo leader del Pd, da Orvieto, alla vigilia delle elezioni del 2008, a proclamare “mai più alleanze”, annuncio che fu causa prossima della caduta del secondo governo Prodi; che, di lì a poco, ebbe un incontro a due con Berlusconi a Montecitorio per concordare, senza riuscirci, una legge elettorale che conducesse al bipartitismo. Una memoria selettiva, la sua. Non sono colpe, ma idee e scelte legittime. Perché esorcizzarle?”, scrive in una nota Franco Monaco, deputato del Pd, ma molto vicino a Romano Prodi.

Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana: “cos’avrà da festeggiare il Pd?”

“In questi 10 anni le diseguaglianze sono aumentate in modo indecente, i ricchi sono diventati sempre più ricchi, l’ambiente e il nostro patrimonio culturale sempre più a rischio. C’è meno scuola, meno salute, meno lavoro, meno reddito per la maggioranza degli italiani. La destra, l’egoismo e il razzismo avanzano dappertutto. Ma cosa mai avranno da festeggiare?!?…”, afferma Nicola Fratoianni segretario nazionale di Sinistra Italiana. Mentre Arturo Scotto rivendica la sua uscita dal Pd col drappello di Fabio Mussi già nel 2007. “Nel 2007 ero un giovane parlamentare dei Democratici di sinistra. Decisi di non aderire alla fondazione del Pd e di seguire Fabio Mussi e tanti altri nella fondazione di Sinistra democratica. Mi dissero in tanti: ti bruci! Stai sbagliando! Non me ne fregava niente, pur sapendo che la battaglia sarebbe stata difficile. Non mi convinceva l’idea che solo in Italia non potesse esistere un autonomo partito della sinistra, riformatrice, laburista e di governo”, scrive su Facebook Arturo Scotto, oggi parlamentare di Mdp. “Dieci anni sono passati – aggiunge – e tanti sono stati anche gli errori e le sconfitte che abbiamo collezionato. Ma non sono pentito. Non ho mai considerato il Pd un nemico, ma le politiche degli ultimi anni sono state nemiche della gente che avrebbe dovuto rappresentare”. “Credo che quel tema che ponemmo allora valga anche oggi, impegnati nella splendida avventura di Articolo Uno, dove ho ritrovato tante compagne e compagni che avevo lasciato allora. Per le sfide che sapremo vincere. Insieme per i molti e non per i pochi”, conclude.

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