Gli Stati Uniti lasciano l’Unesco. L’accusa? Troppo filopalestinese

Gli Stati Uniti lasciano l’Unesco. L’accusa? Troppo filopalestinese

L’annuncio del ritiro americano dallUnesco è giunto nel giorno dell’accordo al Cairo tra i partiti palestinesi Hamas e Fatah. Nel notificare la decisione il dipartimento di Stato americano ha sostenuto la “necessità di una fondamentale riforma dell’organizzazione per i suoi persistenti pregiudizi anti-Israele”. Gli Stati Uniti avevano già smesso di finanziare l’UNESCO dopo la scelta dell’organizzazione di accogliere la Palestina come membro nel 2011. Washington ha comunicato che dopo il ritiro, effettivo dal prossimo 31 dicembre, manterrà lo status di osservatore. “Questa decisione non è stata presa alla leggera e riflette le preoccupazioni degli Stati Uniti per i crescenti ritardi nei pagamenti nell’Unesco, la necessità di una riforma fondamentale nell’organizzazione e la tendenza anti Israele nell’Unesco”, ha affermato la portavoce del dipartimento di Stato americano, Heather Nauert. Nel comunicato, il dipartimento non fornisce ulteriori spiegazioni.

Nonostante il ritiro come membro, il governo di Washington ha espresso il desiderio di stabilire una missione permanente come Paese “osservatore” nell’agenzia Onu. La portavoce ha spiegato che la direttrice dell’Unesco, Irina Bokova, ha ricevuto notifica della decisione degli Stati Uniti di ritirarsi, così come della volontà di istituire una missione permanente di osservazione. Il governo ha espresso a Bokova il desiderio di continuare a collaborare come Stato osservatore e “contribuire con opinioni, prospettive e conoscenze specializzate” su questioni come “la protezione del patrimonio mondiale, sostenendo la libertà di stampa e promuovendo la collaborazione scientifica e l’educazione”. Nauert ha aggiunto che il ritiro degli Usa dall’Unescosarà effettivo dal 31 dicembre.

“Mi rammarico profondamente per la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dall’Unesco, di cui ho ricevuto notifica ufficiale con una lettera del segretario di stato americano, Rex Tillerson”, si legge in un comunicato della direttrice generale dell’Organizzazione con sede a Parigi, Irina Bokova.  “E’ una perdita per l’Unesco. E’ una perdita per la famiglia delle Nazioni Unite. E’ una perdita per il multilateralismo – continua la Bokova – il compito dell’Unesco non è finito e continueremo ad andare avanti per costruire un Ventunesimo secolo più giusto, più pacifico e più equo, e per questo l’Unesco ha bisogno dell’impegno di tutti gli stati”.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (Unesco) è stata fondata a Parigi il 16 novembre del 1945 per incoraggiare i Paesi dell’Onu a collaborare nei settori dell’educazione, della scienza e della cultura. Una delle attività dell’Unesco è di stilare una lista di patrimoni dell’umanità, ma tra i suoi principali obiettivi vi è lo sviluppo di programmi scientifici, la promozione dell’alfabetizzazione nel mondo e del rispetto dei diritti umani. L’Unesco è stata al centro di controversie, soprattutto durante gli anni ’70 e ’80, che raggiunsero l’apice con il ritiro degli Stati Uniti nel 1984 e del Regno Unito nel 1985 (che vi sono rientrati rispettivamente nel 2003 e nel 1997). L’accusa mossa nei confronti dell’Unesco era di essere politicizzato e anti-occidentale. In quel frangente l’Unesco aveva sviluppato un piano chiamato “Nuovo Ordine Internazionale dell’Informazione”, per fermare le presunte bugie e la disinformazione che veniva diffusa nelle nazioni in via di sviluppo. L’occidente lo respinse come un tentativo del terzo mondo e di alcuni regimi comunisti di distruggere la libertà di stampa.

Soprattutto però è la questione della risoluzione su Gerusalemme quella che ha suscitato le controversie più profonde, se non la vera e propria furia di Israele. I fatti risalgono a due anni fa, quando l’apposito Comitato dell’Unesco approva con 24 voti a favore (tra cui Russia, Cina e Paesi arabi proponenti), 6 contrari (Usa, Gran Bretagna, Lituania, Olanda, Germania, Estonia) e 26 astensioni (tra cui Italia e Grecia) un documento sulla Città Santa. A far indignare Tel Aviv il fatto che nella risoluzione i luoghi sacri di Gerusalemme, inseriti dall’Unesco nei patrimoni storici da proteggere, siano stati denominati usando solo il termine arabo ‘Al Haram al Sharif’ (in italiano ‘Spianata delle Moschee’).

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