Turchia. Sotto processo giornalisti accusati di terrorismo. Sono colpevoli di aver pubblicato articoli sgraditi a Erdogan

Turchia. Sotto processo giornalisti accusati di terrorismo. Sono colpevoli di aver pubblicato articoli sgraditi a Erdogan

Lo vede come fumo negli occhi. Can Dündar, direttore del quotidiano “Cumhuriyet” è la bestia nera del presidente-dittatore turco Recep Tayyip Erdoğan. Per questo non ha vita facile. Per dire: il 6 maggio del 2016 Dündar, con alle spalle sei mesi di detenzione, entra nell’aula del tribunale di Istanbul, per ascoltare la sentenza emessa nei suoi confronti. Ecco che gli si avvicina un uomo, e gli esplode contro alcuni colpi di pistola. Quel giorno Dündar ha fortuna, rimane miracolosamente illeso. Comunque viene condotto in aula, e così apprende d’essere stato condannato a cinque anni e dieci mesi di carcere, “colpevole” di spionaggio e “divulgazione di segreti di stato”. Con lui condannato anche il collega Erdem Gül.

Dündar è entrato nel mirino di Erdoğan per aver pubblicato un articolo in cui sostiene che i servizi segreti turchi, nel gennaio del 2014, hanno consegnato armi ai ribelli siriani che combattono contro il presidente Bashar al Assad. Le rivelazioni provocano una tempesta politica: per queste accuse, promette Erdoğan, Dündar pagherà “un prezzo pesante”. Il giornalista lascia il paese in fretta e furia, dal giugno 2016 vive in esilio in Germania; dal suo rifugio tedesco anima e dirige il sito d’informazione “Özgürüz” (“Siamo liberi”). Sarà, Dündar, a Ferrara, al festival di “Internazionale” il prossimo 29 settembre; e in quell’occasione riceverà il premio intitolato ad Anna Politkovskaja. Questo il “retroterra” di repressione e persecuzione che fa da sfondo al processo, che vede imputati undici giornalisti e sei tra dirigenti e impiegati di “Cumhuriyet”.

Finalmente, vien da dire per paradosso: perché, almeno sulla carta, potranno avere la possibilità di potersi difendere in udienza. Sono detenuti da quasi un anno (esattamente 316 giorni), l’attuale direttore Murat Sabuncu; Kadri Gursel, del consiglio di redazione; e l’amministratore delegato Akin Atalay. Un altro giornalista, Ahmet Sik, ha invece trascorso “solo” 255 giorni di carcere; il collega Emre Iper è arrivato a quota 158. Sei giornalisti sono stati scarcerati lo scorso 24 luglio. Tutti accusati di “supporto ad organizzazione terroristica ed eversiva”. In concreto il loro crimine consisterebbe nell’avere legami con Fetullah Gulen, il finanziere residente negli Stati Uniti d’America e acerrimo avversario di Erdoğan.

Dundar, contumace, rischia una condanna dai sette ai quindici anni, al pari di Sabuncu, Gursel, e altri tre colleghi; grottesca l’imputazione e solo a leggerla se ne comprende la strumentalità: “sostegno ad organizzazione terroristica”, pur “senza esserne membri”. Per altri tre dirigenti del giornale, l’amministratore delegato Akin Atalay, e i dirigenti Orhan Erinc e Onder Celik, identica imputazione, il Pubblico Ministero chiede pene tra gli undici e i quarantatre anni.

Andiamo avanti: tra i nove e i ventinove anni rischiano Bulent Utku, Hikmet Aslan Cetinkaya, Hakan Karasinir, Mustafa Kemal Gungor, giornalisti; e Musa Kart viene risparmiato, “colpevole” di vignette non rispettose. Anche loro sarebbero, per via dei loro articoli e vignette, sostenitori di “organizzazione terroristica”, pur senza farne parte. Il procuratore inoltre chiede la condanna (tra i sette e quindici anni) per il giornalista Ahmet Sik (già in carcere nel 2010) per un libro contro Gulen. Qui si rasenta Kafka: perché Gunen oggi sì, è l’odiato avversario di Erdoğan; ma il libro è stato pubblicato quando Gulen era invece suo alleato. Per cui viene processato e rischia la condanna per un libro che critica l’operato di un avversario di Erdoğan quando avversario non era. Imputati, infine, un giornalista che lavora da Washington, e l’amministratore di un account Twitter.

Come stanno le cose lo spiega bene lo stesso Dündar: “Gli imputati stanno subendo un processo per giornalismo. Il loro presunto reato è quello di aver pubblicato cronache, interviste, titoli, tweet e articoli critici nei confronti del governo”. Dundar spiega come, ormai, sia capillare la pressione sugli organi d’informazione: “Hanno arrestato perfino il cuoco della mensa del quotidiano per aver detto, riferendosi a Erdoğan ‘non gli servirei mai una tazzina di tè se venisse qui’. Un poliziotto in servizio al giornale lo ha sentito e ha informato i suoi superiori. La mattina il nostro cuoco è stato messo agli arresti per ‘oltraggio al Presidente”.

Dal fallito golpe dello scorso anno in Turchia più di 50mila persone sono state arrestate con l’accusa di legami con Gulen. In carcere ci sarebbero più 165 operatori dei media, compreso il giornalista Deniz Yucel, corrispondente di “Die Welt”. Dal mese scorso è in carcere tra gli altri anche Enis Berberoglu, deputato del partito di opposizione Chp, accusato di aver passato informazioni a “Cumhuriyet” sulle presunte forniture di armi.

Il presidente di “Reporters sans frontières” (RSF), Pierre Haski denuncia che “la Turchia è la più grande prigione al mondo per i giornalisti. Il processo è emblematico di quanto sta accadendo oggi in Turchia, divenuta una democratura: un mix di democrazia e dittatura in cui si salva in apparenza il pluralismo, dove viene esercitato un controllo sempre più forte sulle istituzioni e sono scomparsi i contropoteri”. Haski sottolinea la timida reazione della Francia sulla questione: “Se si guarda alle prese di posizione di Angela Merkel in Germania, si capisce che c’è un margine di manovra per fare pressione ed esprimere disapprovazione. È sorprendente la discrezione della posizione francese in merito”. Lo stesso discorso però può essere riferito per quel che riguarda l’Italia.

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