Silp Cgil Magazine intervista Camilleri. “I poliziotti sono miei amici, il romanzo poliziesco è la mia vita. I tagli alla sicurezza? Oggettivamente significa aiutare il malaffare”

Silp Cgil Magazine intervista Camilleri. “I poliziotti sono miei amici, il romanzo poliziesco è la mia vita. I tagli alla sicurezza? Oggettivamente significa aiutare il malaffare”

Il nome di Andrea Camilleri, inevitabilmente, richiama per molti di noi la magia della terra siciliana, il fascino dei suoi libri e quel meraviglioso personaggio che è il Commissario Montalbano, destinato per altro “a sparire senza morire”, come annunciato recentemente dallo scrittore. Lo abbiamo intervistato con grande piacere per il Silp Cgil Magazine e ne è venuta fuori una conversazione davvero interessante che di seguito pubblichiamo

Regista, sceneggiatore, intellettuale, scrittore e poeta. Quale delle sue peculiarità ritiene preminente rispetto alle altre, se ve n’è una preminente?

“Se devo scegliere una definizione opterei per contastorie. Attenzione non cantastorie – tra l’altro sono stonato come una campana – ma un raccontatore di storie originali nel senso che i miei racconti sono delle mutazioni della realtà. Come ho sempre detto, io non ho fantasia, so invece come prendere spunto dalla realtà e poi ricamarci sopra”.

Il Commissario Montalbano è uno dei personaggi che ha avuto più successo. Come nasce l’idea di questo funzionario di polizia?

“Siccome tutti i romanzi che avevo scritto prima di Montalbano erano atti composti senza rispettare logiche temporali e narrative, mi decisi ad un certo momento a fare una specie di compito in casa che rispettasse tutte le regole della scrittura più o meno tradizionale. Volevo in altre parole mettermi in ‘gabbia’ e quale gabbia migliore del romanzo poliziesco?

Qual è il significato più profondo che la guerra di Montalbano le trasmette e ci trasmette?

“A questo non posso rispondere io. Ogni lettore e ogni spettatore televisivo ha un suo Montalbano nel quale identifica una parte di se stesso. Io posso dire che il “mio” Montalbano mi somiglia solo nella curiosità verso l’uomo (e la donna, naturalmente)”.

L’utilizzo della lingua siciliana che cosa rappresenta nei suoi libri?

“Vorrei una volta in più chiarire un equivoco: io non scrivo in dialetto siciliano. Il vigatese – forse è il modo più semplice per definirlo – è una lingua in realtà inventata che suona come il siciliano, che ha però delle parole e forme verbali che non esistono in siciliano. Ho avuto la fortuna che i miei lettori si sono appassionati a questa lingua, l’hanno voluta capire e oggi mi permettono, laddove possibile, una libertà sempre maggiore nell’invenzione del vigatese”.

La mafia e le organizzazioni criminali sono il paradigma delle sue opere? Quale evoluzione del fenomeno mafioso ha visto dal dopoguerra ad oggi?

“Non sono in grado in poche parole di parlare dell’evoluzione della mafia  negli ultimi settant’anni, però per me non rappresenta un paradigma. Nei romanzi di Montalbano certo che si incontra la mafia, ma quasi sempre si tratta di un fenomeno messo in secondo piano; non ne posso negare l’esistenza ma non intendo darne dignità letteraria”.

La politica, spesso, si riempie la bocca con la parola “sicurezza”. I fatti dicono, però, che sulla sicurezza spesso si taglia e si disinveste? Che cosa pensa?

“I tagli alla sicurezza? Si taglia l’indispensabile, di questa politica penso tutto il male possibile perché tagliare quello che è indispensabile a un’opera di prevenzione e di lotta contro il malaffare significa oggettivamente aiutare il malaffare stesso”.

Che cosa vuol dire, oggi, fare il poliziotto in Sicilia, secondo lei?

“Non vivo in Sicilia da più di sessant’anni quindi non posso rispondere adeguatamente. Però ho un nipote che fa il poliziotto ad Agrigento e mi sembra che lo faccia con rigore e onestà mostrando la vera faccia dei siciliani”. Ho incontrato molti poliziotti che sono diventati amici per me perché sono uomini, non caporali”

Lei con la sua Fondazione è concretamente vicino alle vittime del dovere, alle famiglie dei poliziotti che hanno perso la vita. Che cosa rappresentano le divise per lei?

“Sono molto contento che la Fondazione continui a lavorare. Per me le divise contanoto poco, contano piuttosto le persone che l’indossano e grazie proprio a Montalbano ho avuto la possibilità di incontrare molti poliziotti che sono diventati per me degli amici proprio per il loro saper essere uomini e non ‘caporali’”.

Cosa racconta ai giovani che la incontrano?

“A seconda di quello che mi domandano. Io non intendo minimamente salire in cattedra, racconto della mia esperienza di vita nel bene e nel male”.

Molti poliziotti sono sfiduciati e magari per “consolarsi” si tuffano in buon libro di Camilleri. Cosa vuol dire ai tanti agenti suoi fans?

“C’è una parola nella domanda che francamente mi spaventa: sfiducia. Non è possibile immaginare una vita che non contempli in alcuni momenti un sentimento di non fiducia, non fiducia nella famiglia, nel lavoro, negli amici. Però non si può poi coincidere con quel sentimento, Se un buon libro aiuta, ben venga!”

Share