Renzi, come un fiume in piena, passa da un’intervista all’altra. Uno show a tutto campo su Radio Capital, gruppo Repubblica. Giannini gli fa da spalla. La Sicilia? Alfano? Guerini? Quasi non conosce

Renzi, come un fiume in piena, passa da un’intervista all’altra. Uno show a tutto campo su Radio Capital, gruppo Repubblica. Giannini gli fa da spalla. La Sicilia? Alfano? Guerini? Quasi non conosce

Renzi Matteo incontenibile, salta da un’intervista ad un giornalone, a una televisione o una radio, quella pubblica, si fa per dire, ora invade anche quelle private. Esonda come un fiume in piena. Aggiungete che quando non parla lui direttamente con scriba o conduttore, ci pensa il suo staff ad informare sul Renzi-pensiero, si fa sempre per dire, gli scriba che servizievoli lo traducono in articoli, retroscena in particolare su cui è specializzata La Repubblica, sempre più “house organ” renziano. Non poteva che essere il segretario del Pd a dar linfa alla nuova rubrica “Circo Massimo”, Radio Capital, gruppo editoriale Gedi, leggi se non andiamo errati, Repubblica, Espresso e tanto altro. Prima puntata, chi l’ospite? Elementare direbbe Sherlock Holmes, Renzi Matteo. Chi il conduttore? Massimo Giannini, uno  che ci tiene a far sapere che renziano, magari convertito, non è, anzi proprio per volere dell’attuale segretario del Pd, allora capo del governo, sarebbe stato fatto fuori dalla Rai per cui il suo ritorno a Repubblica. Insieme a lui a gestire il programma uno dei conduttori della radio che si chiama Jean Paulo Bellotto. Renzi ci tiene a dire subito che a proposito del caso Gabanelli, che si autosospende dalla Rai, lui non c’entra per niente. E risponde alla vulgata secondo cui proprio dagli “ambienti” del suo governo  sarebbe arrivato il “si cacci” nei confronti di Giannini . “Non ho messo bocca su un solo nome dei giornalisti Rai, decide il cda. Invito chiunque a dire se io ho mai fatto una telefonata su una scelta di un conduttore o di un dirigente piuttosto che di un altro. Rivendico l’assoluta trasparenza”.

Elezioni in Sicilia  per lui un’ossessione. Non sono “uno stress test per le politiche”

Sistemato il Giannini, passa a cose ben più ingombranti per lui, le elezioni in Sicilia. Ormai per lui sono diventate una ossessione. Ovunque si trovi, con chiunque parli, spiega che il voto nell’isola non c’entra niente con le elezioni politiche. Ancora non è arrivato a dire che non conosce Alfano, mai sentito nominare. Alfano? Chi era costui? L’intervista scorre sui binari voluti da Renzi, dice che non si tratterà di “uno stress test in vista delle politiche”. “Le elezioni in Sicilia sono importantissime perché decideranno il futuro dei prossimi cinque anni in una regione che ha grandi potenzialità di crescita. Ma non si possono considerare come una sorta di giro di prova prima delle elezioni nazionali”. E se la prende con le affermazioni di Massimo D’Alema secondo il quale “è idiota chi pensa che le elezioni in Sicilia siano solo un test locale”. Il segretario dem conclude: “A D’Alema non rispondo, sono nella fase zen, in una fase straordinaria e non rispondo agli insulti che qualificano chi li fa”. Poi nega il patto con Alfano che parte dal voto siciliano per arrivare a quello nazionale. Se ne parlerà con il voto. Dimentica di dire che proprio per garantirsi il voto degli alfaniani necessario per tentare di formare il governo nazionale con lui presidente occorre che le truppe di Angelino siano presenti sia alla Camera che al Senato facendo, magari, digerire l’alleanza anche a Pisapia.

Renzi dimentica Guerini inviato in Sicilia per gestire il patto nazionale con Alfano

Ma soprattutto dimentica che proprio lui ha inviato in Sicilia Lorenzo Guerini, già vicesegretario del Pd, ora addirittura coordinatore del partito, per gestire la partita nazionale con Alfano. Lo confessa quando in una dichiarazione ha detto che aveva trascorso le “vacanze” in Sicilia certo non per ammirare mare e spiaggia di Mondello ma “lavorando”, tanti incontri, riunioni col pensiero rivolto a Palazzo Chigi. Il ministro Delrio curava gli “interessi” elettorali  da Roma e dall’Emilia. Non è un caso che tutti costoro vengano dalla Dc, ognuno legato a un capocorrente, Guerini si dice sia stato un ammiratore di De Mita, ma pronti a transitare da un capo bastone all’altro. Massimo Giannini conosceva questo retroscena? Sapeva niente delle trattative sottobanco con Alfano?  E se sapeva forse qualche domanda imbarazzante poteva farla. Dal resoconto di Repubblica non risulta. Ci mancava che dicesse che non conosceva Alfano, Guerini, Delrio e neppure la Sicilia. Non è detto che prima o poi non lo dica.

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