Michele Prospero apre il convegno “A cent’anni dalla Rivoluzione d’Ottobre”. Miti, mobilitazioni, speranze, utopie, tragedie. Anche se la rimozione è di moda, la ricostruzione democratica in Italia è connessa con il fantastico scatto del ‘17

Michele Prospero apre il convegno “A cent’anni dalla Rivoluzione d’Ottobre”. Miti, mobilitazioni, speranze, utopie, tragedie. Anche se la rimozione è di moda, la ricostruzione democratica in Italia è connessa con il fantastico scatto del ‘17

Benvenuto al Convegno che ha preso il via a Roma, Villa Mirafiori, per iniziativa di Futura Umanità e dalla Associazione per la storia e la memoria del Pci in collaborazione con il Dipartimento di Filosofia dell’Università la Sapienza. Si svolge proprio nei locali del Dipartimento ed ha per tema “A Cent’anni dalla Rivoluzione di Ottobre. L’Urss, la via italiana e il ripensamento del socialismo”. Due giornate di analisi e di   confronto ed è importante che si svolgano in un’aula universitaria. Un segno che la cultura, in un paese disastrato come il nostro dove per cultura si intendono gli editoriali sui giornali, per carità meglio che niente. Non solo, riportare in primo piano un evento come la Rivoluzione di ottobre, che può essere, anzi deve essere, non solo memoria ma materia di studio, di approfondimento, di confronto. Non come ricordo, nostalgia, ma con uno sguardo rivolto al futuro, nell’esame a tutto campo di quel grande evento che “sconvolse il mondo”. È importante che il programma dei lavori veda il confronto fra studiosi, storici, personalità del mondo della cultura, esponenti del mondo politico.

La prima giornata dei lavori è stata aperta dalla relazione tenuta da Michele Prospero, professore associato di Filosofia del Diritto presso la facoltà di Scienza Politica, Sociologia e Scienze della Comunicazione della Sapienza. Autore di numerosi saggi, collabora con diverse riviste scientifiche e quotidiani. Nel corso delle due giornate, con inizio alle ore 14,30, oltre alle relazioni, alle comunicazioni, la proiezione di documenti audiovisivi d’epoca interverranno nei dibattiti: Manuela Ausilio, Luciana Castellina, Carlo Felice Casula, Francesca Chiarotto, Gianni Ferrara, Eleonora Forenza, Sergio Gentili, Vladimiro Giacché, Dino Greco, Fulvio Lorefice, Chiara Meta, Raul Mordenti, Corrado Morgia, Mario Quattrucci, Aldo Tortorella, Mario Tronti, Vincenzo Vita, Pasquale Voza

La prima giornata dei lavori  con la relazione di Prospero ha avuto per tema “La presa del Palazzo d’inverno e la strategia di Lenin. Il significato di una rottura storica”. Poi le comunicazioni su “Il contesto e gli effetti internazionali” (Raffaele D’Agata), “L’economia e la trasformazione della società” (Andrea Sonaglioni), “Il socialismo in un solo Paese. Stalin, la guerra fredda e la fine dell’Urss” (Alexander Hobel), “I rapporti internazionali e le nuove guerre dopo la dissoluzione dell’Urss” (Angelo d’Orsi).

Un’ampia sintesi della relazione di Prospero che ha aperto la prima giornata del  Convegno

Ricostruendo i passi sempre ponderati che i bolscevichi seguirono tra il febbraio e l’ottobre del 1917 viene confermata – ha iniziato Prospero – l’immagine che Lenin aveva della politica come «matematica superiore». La strategia era in lui chiara sin da febbraio. Se i liberali hanno la forza per compiere una loro rivoluzione, che se la sbrighino pure da soli calandosi nell’arte così poco poetica della critica delle armi. Non possono pretendere che ai proletari, ai soldati fuggiaschi, alle plebi contadine spetti il compito di indossare le maschere del costituzionalismo, pressoché ignoto vocabolo nella tradizione russa.

Le fabbriche che sono insorte, la diserzione in massa dei contadini in divisa suggerirono a Lenin che era comparso un protagonista nuovo, che all’inizio marciava in forme del tutto spontanee. Il problema era di offrire al moto disordinato di piazza un’organizzazione per fare della folla irregolare un vero soggetto. Ci voleva per questo una politica organizzata. Altrimenti l’insubordinazione diventava una pura scintilla di rivolta che si dipanava senza alcun progetto. Il capolavoro di Lenin fu proprio questo: tramutare una ribellione di massa già in atto, e con una forte intonazione plebea, in un grande assalto politico a quello che lui chiamava un «anello di legno» del capitale, pronto a sgretolarsi al primo impeto.

Una rigorosa analisi dei limiti della rivoluzione di febbraio

Il salto nel buio di ottobre presuppone una rigorosa analisi dei limiti della rivoluzione di febbraio. Per Lenin due erano i nodi irresolubili per la coalizione salita al potere. Il primo era legato alla terra e alla forte pressione contadina per avere il pane. Il nuovo potere rinviava all’infinito il voto per l’assemblea costituente proprio nel timore che avrebbe potuto diventare la cassa di risonanza delle richieste di terra. Il secondo punto di allarme era la guerra. Il governo di febbraio era per la continuazione dell’impresa bellica e anzi ogni tanto proponeva persino sanguinose controffensive patriottiche. Che rivoluzione era mai quella che deponeva lo zar ma proseguiva la sua guerra e lasciava la terra e le fabbriche ai padroni?

Per Lenin la Russia era precipitata in una situazione di emergenza (insieme sociale e bellica) e invece il governo in carica riteneva di cavarsela con la definizione del sistema elettorale per la Duma. La debolezza della soluzione liberale al problema hobbesiano dell’ordine lasciava campo alle suggestioni golpiste dei militari. Secondo Lenin la risposta al dilemma dell’autorità scaturiva dalla stessa aporia esplosa con il «dualismo dei poteri». Con la proliferazione, accanto agli organi fragili rispolverati dal governo provvisorio, di un vecchio istituto inventato nel 1905, il soviet come nuova forma della rappresentanza dal basso, era possibile compiere una rivoluzione sociale.

Senza la testarda insistenza di Lenin non ci sarebbe stata la presa del palazzo d’Inverno

Non ci sarebbe stata la presa del Palazzo d’Inverno senza la testarda insistenza di Lenin a compiere l’attacco frontale per sciogliere la insostenibile contraddizione tra due poteri che rivendicavano sovranità. Nel suo partito c’era chi invitava a cogliere in maniera tradizionale le opportunità della rivoluzione liberale per cercare di strappare diritti più avanzati. La ricognizione dei rapporti di forza indusse invece Lenin a ritenere che, a differenza del 1905, non era possibile limitarsi a un riassetto della forma politica in un senso più liberale. La distruzione, il caos, l’insubordinazione diffusa richiedevano una diversa prospettiva: il potere ai soviet.

Ha faticato molto Lenin per persuadere la vecchia guardia che non si poneva la questione astratta della preferenza tra organismi liberali e forme autocratiche di potere. Il problema era di rispondere all’emergenza prodotta dalla guerra, e quindi di conquistare il potere vagante per scongiurare il caos. Non c’erano altri antidoti alla dissoluzione generale che una mobilitazione armata e di massa per la pace e la terra. La leggenda narra di un partito bolscevico costruito come una rigida macchina monolitica che raggruppava un manipolo di cospiratori assetati di potere e mossi da violenza. Questa banalizzazione del leninismo come sinonimo di spirito settario non corrisponde ai processi reali.

Spesso Lenin si trovava spesso in minoranza nella sua organizzazione

La stessa favola  del centralismo democratico, come congegno della subordinazione gerarchica e della rigida omogeneità d’azione del partito-caserma, urta con la vicenda storica di un Lenin che si trovava spesso in minoranza nella sua organizzazione. Persino la Pravda lo censurava o prendeva le distanze da un suo scritto. Lo stesso ordine di insurrezione ricevette una accoglienza assai dura. Kamenev denunciò sui giornali nemici le prove in corso di assalto al palazzo e per questo gesto irrituale attirò su di sé solo l’epiteto di crumiro. Cercò addirittura di persuadere il ricercato Lenin a farsi ammanettare. Non esisteva insomma alcun culto della personalità. Nel ’17 quello bolscevico era un partito a maglie così larghe da apparire una federazione di sensibilità eterogenee, un organismo che anche nella illegalità sembrava (un po’ troppo) vivacemente plurale.

Per convincere i riottosi della necessità di una presa delle armi non bastarono un congresso straordinario, due distinte risoluzioni votate a maggioranza dal comitato centrale. Tormentato e teso (Lenin stesso minacciò le dimissioni) fu il cammino per la presa del Palazzo d’Inverno.

L’insurrezione non obbediva a una tattica militare spregiudicata

L’insurrezione non obbediva a una tattica militare spregiudicata, era invece l’efficace risposta storico-politica alle contraddizioni aperte dalle guerre mondiali (Lenin prevedeva che un altro ancora più distruttivo conflitto sarebbe scoppiato in un tempo sordo ai richiami del «famoso scrittore Keynes»). L’alternativa per lui non era certo tra un costituzionalismo slavo e il potere rosso, ma tra la dissoluzione nel caos del vecchio impero e la brutale dittatura militare. Dopo la quasi incruenta conquista del potere, legittimata da una deliberazione dei soviet che a settembre erano in maggioranza schierati con i bolscevichi, Lenin fu sorpreso dall’esito negativo del voto per l’assemblea costituente (prese solo il 24 per cento). In un primo tempo, anche per convivere con la contraddizione di due maggioranze antitetiche, Lenin era disponibile a un governo di coalizione con la sinistra dei socialisti rivoluzionari (cui fu affidato il dicastero chiave dell’agricoltura).

Gli accadimenti reali le lotte, le posizioni provocatorie dei raggruppamenti socialisti (escludere Lenin e Trotsky dal governo, nella scommessa che i bolscevichi sarebbero presto stati spazzati via) ruppero l’alleanza e portarono alla soluzione di un governo di partito. La vittoria dell’Ottobre era ritenuta un accadimento non più reversibile.

A Roma parlarono insieme Togliatti e Nenni, l’Ottobre patrimonio comune

A cento anni di distanza, quell’esperienza che segnò il Novecento, produsse miti, mobilitazioni, speranze, utopie, tragedie non può essere semplicemente archiviata nella galleria degli orrori. La prima grande manifestazione di massa che si tenne a Roma liberata nel 1944 si svolse allo stadio Palatino. Parlarono insieme Nenni e Togliatti perché l’Ottobre era patrimonio comune. I loro discorsi furono stampati dall’Avanti e dall’Unità in un opuscoletto di 31 pagine con il titolo in rosso: Viva la Rivoluzione d’Ottobre! Persino Veltroni, in un cinema romano, nel ’77 celebrò i 60 anni dei soviet. Anche se la rimozione è di moda, la ricostruzione democratica in Italia è connessa con il fantastico scatto del ’17.

Domani seconda sessione  ore 9,30-14

L’Ottobre rosso, l’Italia e la strategia del Pci. Relatore Gennaro Lopez

Comunicazioni

Gramsci. Dalla rivoluzione d’Ottobre alla rivoluzione in Occidente. Guido Liguori

Togliatti. La Costituzione e la via italiana al socialismo. Piero Di Siena

Le idee di socialismo nel pensiero politico contemporaneo. Stefano Petrucciani

Berlinguer e la terza fase del movimento operaio. Presupposti e condizioni di un nuovo socialismo. Paolo Ciofi

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