Mafia Capitale, chiuso il quarto filone dell’inchiesta. Oltre ai soliti Carminati e Buzzi, rischiano il processo altri 26. Non c’è l’associazione di stampo mafioso

Mafia Capitale, chiuso il quarto filone dell’inchiesta. Oltre ai soliti Carminati e Buzzi, rischiano il processo altri 26. Non c’è l’associazione di stampo mafioso

Chiusa a Roma un’altra tranche dell’inchiesta su Mafia Capitale e il cosiddetto Mondo di mezzo. Tra i 28 che rischiano di finire sotto processo ci sono il direttore de “Il Tempo” Gian Marco Chiocci, per favoreggiamento, Salvatore Buzzi, Ras delle cooperative, Massimo Carminati, Luca Odevaine, Gennaro Mokbel, Franco Panzironi e Giovanni Fiscon. Tra i reati contestati non c’è l’associazione per delinquere di stampo mafioso, che era già stata cancellata dal verdetto della prima sentenza che aveva comminato 20 anni a Carminati e 19 a Buzzi, come componenti di una semplice banca criminale. Era stata la giudice Rosanna Ianniello a riqualificare il reato ai sensi dell’articolo 416 del codice penale, ovvero il mondo di mezzo, “non è mafia, ma una associazione per delinquere semplice”. Pericolosa, in grado di condizionare appalti e pubblica amministrazione, ramificata, ma non mafiosa. E pensare che il processo, durato due anni aveva nei suoi faldoni e soprattutto nelle sue accuse, questa norma legislativa qualificante, che però è stata poi rimessa nel cassetto, o meglio nella libreria dalla quale era stata presa. Dunque, tornato al quarto passaggio che si è consumato oggi tra Tra i 28 che rischiano di finire sotto processo c’è anche il direttore de “Il Tempo” Gian Marco Chiocci, che dovrà essere giudicato per favoreggiamento, almeno questa è l’accusa.  Avrebbe aiutato Massimo Carminati “a eludere le investigazioni dell’autorità giudiziaria che procedeva nei suoi confronti per i delitti di associazione a delinquere di stampo mafioso e di corruzione, comunicandogli, per il tramite di Salvatore Buzzi, di avere appreso in ambienti giudiziari della indagine a suo carico e di attività di intercettazione e di riprese video in corso”. Immediata la replica del giornalista che attendeva l’esito della chiusura indagini: “Sono allibito ed enormemente sorpreso  dalla decisione della procura di Pignatone che evidentemente non ha ritenuto sufficienti le dettagliate spiegazioni da me rese a verbale il 6 luglio 2015. Ribadisco, una volta di più, di non aver mai riferito notizie di indagini a Massimo Carminati”. Il giornalista ha anche puntualizzato che le indagini della Procura erano “note allo stesso Carminati (come emerso ripetutamente al processo e come mi disse lo stesso Carminati allorché provai invano a intervistarlo) e a tantissimi giornalisti che di Carminati e dei dettagli segretissimi delle indagini di Mafia Capitale scrissero in tempi non sospetti, a più riprese, in articoli e libri, essendo evidentemente la notizia di dominio pubblico nel mondo della cronaca giudiziaria”. L’atto di chiusura dell’inchiesta è firmato dal Procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, dagli aggiunti Paolo Ielo e Michele Prestipino e dai sostituti Luca Tescaroli e Giuseppe Cascini. Tra i reati contestati, a vario titolo, anche bancarotta, traffico di influenze illecite, corruzione, usura, turbativa d’asta, favoreggiamento, trasferimento fraudolento di valori.

 

 

 

 

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