Il Def: 162 pagine di chiacchiere, grafici, studi. Previsioni di crescita senza alcun fondamento. Visco (Nens): Renzi ha sprecato le risorse, cosi rischia di fare Gentiloni. Baldassarri (economista): incrociamo le dita e speriamo non succeda niente

Il Def: 162 pagine di chiacchiere, grafici, studi. Previsioni di crescita senza alcun fondamento. Visco (Nens): Renzi ha sprecato le risorse, cosi rischia di fare Gentiloni. Baldassarri (economista): incrociamo le dita e speriamo non succeda niente

Grandi manovre fra Francia, Germania e Italia per quanto riguarda l’industria del trasporto, navale e di terra, mentre sullo sfondo ciascuno dei tre Paesi si trova ad affrontare problemi che riguardano scelte di fondo di politica economica e sociale destinate ad avere ripercussioni sulle condizioni di vita e di lavoro di milioni di cittadini. Per quanto riguarda l’Italia è presto detto. Siamo in presenza ormai  di una campagna elettorale continua. Le elezioni in Sicilia, a novembre, con l’accordo fra Pd e il partito di Alfano, la messa a punto del Documento di economia finanza, il famigerato Def, una sorta di libro dei sogni, votato in poco più di trenta minuti da un consiglio dei ministri fantasma, la legge elettorale con le proposte presentate dal partito di Renzi, un pastrocchio irricevibile, ad uso e consumo di un patto fra il segretario del Pd e Berlusconi, incostituzionale come sottolineano autorevoli giuristi, le elezioni politiche a marzo o, al massimo ad aprile, sono i capitoli della vicenda politica nazionale. Per la Germania, inutile dirlo, addirittura si tratta della stessa formazione del nuovo governo, dopo la secca sconfitta della Merkel che ancora per quattro anni sarà alla testa di una compagine che non dovrebbe vedere più la presenza dei socialdemocratici del Spd. Per quanto riguarda la Francia Macron è alle prese con una caduta della sua popolarità che sembra inarrestabile mentre sempre più forti sono le iniziative dei sindacati, la Cgt, di forze politiche, la sinistra di Melenchon, contro l’attacco ai diritti dei lavoratori, ai posti di lavoro, che il governo francese sta portando avanti con misure che ricalcano il jobs act italiano.

Del documento illustrato dal premier e da Padoan si rischia di perdere le tracce

In questo scenario europeo molto mosso si colloca la nostra politica economica. Verrebbe da dire, riferendoci alla nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza, che siamo una sorta di un vaso di coccio che si trova fra vasi di ferro. Di questo documento pare si sia perso traccia. I giornaloni, dopo aver ripetuto, come pappagalli, senza offesa per questi intelligenti uccelli, ne hanno esaltato il carattere “espansivo” riportando pari pari le affermazioni di Gentiloni e Padoan, annunciando che tutto va bene. Elezioni in Germania e legge elettorale nostrana sono stati una specie di manna per il governo che, per ora, sembra aver ottenuto una sorta di silenzio stampa a coprire le nefandezze contenute nel Def. Intanto si tratta di  un documento di ben 162 pagine, nota un  economista come il professor Mario Baldassarri, certamente non un rivoluzionario, attuale presidente  del Centro economia reale, già viceministro, in carico ad An, poi senatore del Popolo  delle libertà, poi con Monti. Di queste, ben sessanta sono dedicate alle indicazioni richieste dalla Commissione europea, necessarie per delineare quella che sarà la manovra di Bilancio. Tutto il resto riporta analisi, studi, grafici, “una sorta di libro per  una collana economica” lo ha definito Baldassarri, in una rubrica che tiene per conto di Radio Radicale. Tutto nel Def si fonda su previsioni di crescita che non hanno alcun fondamento reale, su un balzo dell’inflazione molto difficile da realizzare all’1,9-2% con un aumento della crescita. Tutte ipotesi, “previsioni tendenziali” contando, fra l’altro, su un cambio euro-dollaro pressoché fisso a 1.19 quando ad aprile era ad 1.06. Non si capisce per quale miracolo si può puntare su questo cambio. Così come si gioca la partita dell’Iva. Sono 19 miliardi da coprire. Giusto, dice Baldassarri, evitare di aumentarla. Ma non così. Per più di dieci miliardi si tratta di un intervento che va ad accrescere il deficit. Per gli altri 8-9 si parla di tagli alla spesa, circa 2,5 miliardi, altri 6 da aumenti delle tasse. Insomma siamo al “gioco delle tre carte”, ad una “manovra di galleggiamento”, dice il professore. Si può reggere una manovra siffatta? Anche se si volesse sorvolare sui contenuti “l’incertezza del quadro politico non rassicura certo i mercati – afferma Baldassarri – non ci resta che incrociare le dita e sperare non succeda niente”. Davvero non è un belvedere anche se, come si dice, la speranza è l’ultima a morire.

La situazione non è rosea.  Non rimosse  le condizioni che hanno creato la crisi

Da un versante politico diverso, il Nens, il centro studi  fondato insieme a Bersani, l’ex ministro dell’economia Vincenzo Visco, non più iscritto al Pd afferma che “è comprensibile che un uomo politico, di fronte a dati positivi, dica evviva. Ma la situazione non è rosea. Intendo dire che tutte le condizioni che hanno creato la crisi non sono state rimosse, e oltretutto il quadro internazionale è complicato dalle tensioni tra Usa, Nord Corea, Cina. Non possiamo affermare che il peggio è finalmente alle spalle e il futuro è tranquillo. Per dirla con gli inglesi: so far so good, fin qui tutto bene ma non di più”. Insomma anche lui incrocia le dita. Poi entra nel merito delle politiche portate avanti in questi  anni. “Renzi – dice – ha sprecato le risorse e lo stesso rischia di fare Gentiloni. Non si è capito che in questa fase manca la domanda, mentre tutti si ingegnano sull’offerta, come se fossimo fermi a 20 anni fa. Investimenti, opere pubbliche, infrastrutture. Per l’Europa c’era anche il piano Delors, del tutto disatteso. Ritengo la politica degli incentivi alle assunzioni messa in campo finora una vera sciocchezza”. In una recente intervista Visco aveva affermato: “Se avessimo usato i margini di flessibilità che la Ue ci ha dato per una politica espansiva, di investimenti, anziché di incentivi alle assunzioni, avremmo avuto un moltiplicatore molto più alto. Poniamo anche soltanto 10 miliardi l’anno: avrebbero reso 15 miliardi in due o tre anni. Avremmo avuto una crescita doppia, disavanzo molto più basso e riduzione del debito. Lo dicono anche Fmi, Banca mondiale e Ocse, ma in Italia si continua a parlare solo di taglio delle tasse”. Gli viene chiesto: “Una ricetta che i suoi ex compagni del Pd non applicano?”. La risposta: “Magari in teoria la condividono pure, almeno alcuni: solo che danno priorità ad altro, e poi devono difendere le politiche degli ultimi tre anni. C’è prima di tutto un problema culturale: anche molti ex comunisti pensano che la crescita si crei con le ricette liberiste. L’economia però non segue Margaret Thatcher, ma Lord Keynes. Io poi segnalerei l’urgenza di tornare a una lotta seria all’evasione fiscale, nodo eluso dagli ultimi due governi”.

Gentiloni-Macron incontro a Lione verso accordo per i “cantieri navali”

È in questo quadro, nel silenzio delle forze politiche del nostro Paese in particolare, che Germania, Francia e Italia stanno scrivendo pagine  tutte da verificare, nel senso se si è in presenza o meno di un interesse pubblico, che riguardano il settore dei trasporti, cantieri navali e  ferrovie in particolare. Domani si incontrano a Lione  Gentiloni e  Macron per siglare un patto, secondo fonti autorevoli riportate dal Financial Times,  che pone fine alla disputa sui cantieri navali di Saint-Nazaire. Passerebbero nelle mani di Fincantieri con una quota superiore al 50% ma i francesi otterrebbero una serie di garanzie per quanto riguarda in particolare  la difesa dal rischio di trasferimento di know how verso la Cina. I francesi avrebbero ottenuto anche l’assenso italiano alla costruzione di un polo navale militare che dovrebbe includere altre grandi aziende, la Leonardo Finmeccanica. Assicurata la collaborazione dell’Italia, la Francia potrebbe dar vita insieme alla Germania ad un grande progetto che riguarda il settore ferroviario con la nascita di un colosso da 16 miliardi di euro di attività, capeggiato da Siemens con quota minoritaria a una grande società, Bouyges che opera nel campo delle costruzioni e telecomunicazioni. Si parla di una sorta di “Airbus dei treni”. Il governo francese ha una opzione per riscattare la quota del 20% da Bouyges e eserciterà la sua influenza tramite la compagnia ferroviaria Sncf. La definizione dell’operazione “cantieri” con l’Italia è essenziale per la realizzazione di grandi progetti nel settore trasporti con la Germania. A noi rimarrebbe la soddisfazione di ottenere il 51% dei cantieri di Saint Nazaire. Ma, come noto, di soddisfazioni non si vive.

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