I cento giorni del generale Dalla Chiesa

I cento giorni del generale Dalla Chiesa

L’Italia lo sa dalla seconda rete TV, appena un flash: “Questa sera, alle 21 e 10, il generale Dalla Chiesa è stato ucciso”. Poi le prime edizioni straordinarie, mentre in via Carini a Palermo si forma una folla sgomenta… Ha 62 anni, il generale. Due mesi prima, il 10 luglio, si è sposato con la giovane donna uccisa al suo fianco, Emanuela Setti Carraro. I killer di Cosa Nostra uccidono anche l’agente Domenico Russo, che segue la coppia a bordo di una vettura della Prefettura.

Un colpo durissimo, quel delitto. Il generale ha carisma, è popolare. Assieme a un pugno di magistrati e di investigatori ha sconfitto le Brigate Rosse. E’ coraggioso, onesto, spregiudicato anche, fino ai limiti consentiti dalla legge. Quando viene ascoltato dalla Commissione parlamentare sul caso Moro, nel 1982, dice: “Se io confessassi per esempio che a Corleone, da capitano, non arrestai subito il capomafia Navarra pur di sapere tutto quello che dovevo sapere, non vi dovete meravigliare se non lo andai a dire ai miei superiori, per non coinvolgerli in una responsabilità piuttosto grave. La stessa cosa è accaduta per Curcio. Ho visto che era lui, ma non lo ho arrestato. Ho compiuto un reato di omissione. Per tre volte non dissi nulla e andai avanti”.

Sembra lontana, la stagione degli “anni di piombo”, quando le BR e i loro emuli a cadenza spesso quotidiana firmano imprese terroristiche sanguinose e mortali. Se il terrorismo viene sconfitto, in buona misura, lo si deve a persone come Dalla Chiesa. E’ duro, esigente, il generale; ma i suoi uomini stravedono per lui. Nel settembre del 1974, una domenica, i suoi carabinieri mettono a segno il colpo più duro al “partito armato”: catturano Renato Curcio e Alberto Franceschini, fondatori e capi delle BR. Dopo la clamorosa evasione, quattro mesi dopo, di Curcio dal carcere di Casale, gli viene affidato l’incarico di supervisore della sicurezza carceraria; sette mesi dopo i suoi uomini catturano nuovamente Curcio, a Milano. Ma è solo dopo il delitto Moro che il paese e la sua classe dirigente prendono davvero coscienza del pericolo mortale costituito dal terrorismo. A Dalla Chiesa sono concessi nuovi poteri che gli consentono di attuare una vera e propria controffensiva, e riesce a infliggere colpi di maglio a intere cellule di terroristi. Approda quindi al comando della divisione Pastrengo di Milano, alla testa di quasi trentamila uomini, è vice-comandante generale: massima carica consentita a un carabiniere.

Nell’aprile del 1982 gli viene offerta la prefettura di Palermo. Torna così in Sicilia, dove aveva già operato nel 1948, all’epoca di Luciano Liggio; e poi nel 1966, quando aveva comandato la legione dei carabinieri di Palermo. E’ un momento terribile per la città, la Sicilia e il paese. La Cosa Nostra “firma” una quantità di delitti eccellenti: uno dopo l’altro vengono uccisi il segretario provinciale della DC Michel Reina; il vice-questore della Squadra Mobile Boris Giuliano; il giudice Cesare Terranova; il presidente della regione Sicilia Piersanti Mattarella; il capitano dei carabinieri Emanuele Basile; il procuratore di Palermo Gaetano Costa; il segretario regionale del PCI Pio La Torre… Tanti altri verranno, poi, nei mesi e negli anni dopo.

Il generale è consapevole, dei rischi. Nel suo diario scrive: “Sto per diventare un’altra volta strumento di una politica che fa acqua da tutte le parti”. Arriva a Palermo privo di poteri, fondi, uomini di cui fidarsi. E’ circondato da una freddezza glaciale. C’è una parte della Sicilia che lo vede come fumo negli occhi. Attende che da Roma gli diano quei poteri che ha chiesto al presidente del Consiglio Giovanni Spadolini, e che gli sono stati promessi. Parole. Perché viene ucciso. “Era solo”, dice Giovanni Falcone. “Lo hanno ucciso perché rappresentava un pericolo troppo grosso”. E il pentito Marino Mannoia: “Era un vero rompiscatole, dava fastidio. Quando lo hanno ammazzato, i mafiosi hanno brindato”.

Quando era al comando della legione dei carabinieri di Palermo, racconta, dei mafiosi minacciano un suo capitano. Dalla Chiesa va dal capitano, lo prende sottobraccio e con lui passeggia lentamente, lungamente, nella principale strada del paese. Tutti capiscono che quel capitano non è lasciato solo. “Chiedo solo che qualcuno mi prenda sottobraccio e passeggi con me”, dice. Invece no, è lasciato solo. E lo uccidono, la sera del 3 settembre di 35 anni fa. E’ stato prefetto per appena cento giorni. L’ultimo suo gesto, cercare di fare da scudo, con il suo corpo, alla giovane moglie, sposata due mesi prima.

E si può chiudere con un piccolo mistero. Il generale non si separa mai dalla sua borsa; la tiene stretta sottobraccio, ovunque, e infatti compare in ogni immagine televisiva, in ogni fotografia. Chi lo conosceva conferma. Che cosa c’era in quella borsa? Chissà: fatto è che il generale non la molla un minuto.  Che fine ha fatto quella borsa? La storia della borsa sembra non interessare nessuno fino a quando un dossier anonimo fatto circolare riporta la questione d’attualità. L’anonimo sostiene che la borsa conteneva documenti scottanti sulle indagini condotte personalmente dal generale. Un anonimo che appare molto bene informato, dal momento che certi particolari riportati nel dossier sono noti solo a poche persone. La borsa, alla fine, si ritrova: abbandonata in uno scantinato della procura di Palermo. Cosa c’è dentro la borsa? Nulla: la borsa è vuota. Se la borsa del generale è stata portata in tribunale, qualcuno l’avrà per forza inventariata; prendendola in consegna avrà steso un verbale, e in quel verbale ci sarà scritto chi l’ha presa, chi l’ha consegnata, cosa c’era dentro, chi ha preso i documenti se c’erano, e che documenti erano… Piacerebbe saperne meglio e di più.

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