Germania. Vigilia di elezioni legislative. Risultato scontato e l’ombra lunga dell’estrema destra

Germania. Vigilia di elezioni legislative. Risultato scontato e l’ombra lunga dell’estrema destra

dal nostro corrispondente a Berlino

Se risultassero confermati gli ultimi sondaggi (CDU/CSU 34-37%, SPD 20-22%, Grüne 7-8%, FDP 9-11%, Linke 8,5-11%, AfD 10-13%, altri 3,5-5%), le elezioni di domenica 24 settembre aprirebbero la strada a una nuova Große Koalition – oppure a una più improbabile alleanza tra cristiano-democratici, liberali e verdi – in un parlamento sensibilmente spostato a destra. In ogni caso un risultato è certo: per la prima volta nella storia della Germania federale farà il proprio ingresso nel Bundestag una forza xenofoba e populista. Un ricorso storico?

 I risultati delle elezioni di domani 24 settembre sono in una certa misura scontati. È ormai ovvio che Angela Merkel si avvii verso un nuovo mandato, mentre l’unico dubbio permane sulla possibile combinazione di governo. La cancelliera ha saputo capitalizzare i successi degli ultimi dodici anni – in primo luogo l’abbattimento della disoccupazione e il raggiunto pareggio di bilancio, ma anche un rinnovato protagonismo sulla scena internazionale – e, nonostante certi malumori nei propri ranghi, ha trasformato la CDU in “partito della nazione”, capace di parlare tanto all’elettorato di centro-destra quanto a quello di centro-sinistra. Merkel è riuscita pertanto in un successo politico ineguagliabile, quello di dissanguare gli storici avversari socialdemocratici, ai quali poco è servito mettere in campo un outsider come Martin Schulz. Così facendo, però, Merkel ha aperto un vuoto alla propria destra, offrendo indirettamente le condizioni di possibilità per l’annunciata ascesa dell’AfD.

Può la Germania essere un paese “normale”?

Fin qui ci porta l’analisi razionale dei processi politici e dei flussi elettorali. Una più attenta riflessione sarà poi possibile solo all’indomani delle consultazioni e davanti a dati certi, che ci mostrino l’effettivo bilancio di perdite e guadagni dei vari partiti, nonché i definitivi equilibri parlamentari e la conseguente compagine governativa che guiderà la “locomotiva” continentale nei prossimi anni. Tuttavia, le elezioni tedesche in generale – e queste in particolare – rappresentano per noi europei qualcosa di più che una sfida per il cancellierato nel più produttivo dei paesi dell’UE. Esse evocano, magari inconsciamente, tutto ciò che la cosiddetta “questione tedesca” (o “problema tedesco”) ha rappresentato negli ultimi centocinquant’anni: non solo l’ordinamento politico più popoloso e laborioso d’Europa, incastonato nel suo centro e culturalmente “altro” rispetto ai suoi vicini occidentali, meridionali e orientali, ma anche una forza per sua natura egemone che, meno di un secolo fa, ha trascinato l’intera civiltà europea nel baratro.

Nonostante gli strali – talvolta giustificati – di molti commentatori sanguigni, la Germania di Angela Merkel non è un Quarto Reich. Al contrario, essa rappresenta la declinazione tedesca dei valori democratici, di un moderato liberalismo sociale, di un marcato anti-militarismo e di una società multietnica se non addirittura multiculturale. Il parlamento uscente è stato un unicum nel panorama politico europeo: la CDU/CSU rappresentava l’unica forza “di destra” al suo interno, mentre i restanti deputati provenivano da formazioni di sinistra o centro-sinistra. Tale unicum – che abbiamo definito spesso come l’“anomalia” tedesca in una politica europea sempre più orientata a destra – non si ripeterà. Da lunedì la Germania tornerà a essere un paese “normale”, ovvero con le forze di sinistra sprofondate in una crisi apparentemente irreversibile e quelle di destra pronte a dettare i temi e gli umori dell’agenda politica. Eppure, il caso tedesco pare ribaltare i concetti di “anomalo” e “normale” poiché, considerando la storia recente della Germania, ciò che sarebbe anomalo a Berlino risulterebbe normale a Parigi o Roma, e viceversa. Pertanto, normalizzandosi, con le elezioni di domani la politica tedesca si avvia a sperimentare la sua più grande anomalia: un’estrema destra che, per la prima volta dal dopoguerra, entrerà nel parlamento federale, e lo farà forte almeno di un decimo dei consensi.

Un passato che non vuole passare

Nel dibattito politico tedesco – ma non soltanto – dal secondo dopoguerra a oggi si ripete un paragone tanto banale quanto scontato, quello tra la repubblica federale e la sua sfortunata precorritrice: la repubblica di Weimar. Gli studiosi di storia hanno sempre storto il naso davanti a simili confronti, rilevando come le condizioni interne al paese e quelle internazionali non avessero nulla da spartire in un caso e nell’altro. Ciò valeva senza dubbio durante la Guerra fredda e la divisione del paese, e vale forse ancor più oggi in una Germania riunita e potente, in un mondo multipolare, globalizzato e post-ideologico. Tuttavia non si tratta di un paragone ingenuo e, se talvolta gli storici peccano di un eccessivo specialismo, è difficile non rilevare come la natura umana sia sempre la medesima, con le sue speranze e le sue paure, i suoi vizi e le sue virtù, la sua pigrizia e la sua curiosità – tutti elementi che vanno al di là degli ordinamenti giuridici vigenti, delle congiunture economiche, delle combinazioni internazionali, o degli stessi mezzi di produzione e comunicazione disponibili.

Inoltre, il paragone non è così azzardato se consideriamo alcuni singolari parallelismi che rimandano a circa ottantasette anni fa: una crisi economica di proporzioni globali, un governo di  Große Koalition in affanno, un’integrazione europea più auspicata che reale, un’estrema destra che minaccia di crescere dal nulla di oltre dieci punti percentuali e che nega la legittimità degli avversari, incolpandoli della più infame delle accuse – quella di “tradimento”. Non è forse un caso che la destra radicale di oggi – sia nel suo volto presentabile e, prossimamente, parlamentare dell’AfD, sia nelle sue declinazioni “di piazza”, come PEGIDA – adotti la stessa fraseologia di quella che dominò lo ieri – con i medesimi riferimenti, per esempio, alla “stampa bugiarda”, al Volksverrat (alto tradimento) e a una sessualizzazione del razzismo che, se oggi rimanda ai “fatti di Colonia”, allora puntava il dito contro le truppe francesi di colore durante l’occupazione renana e, più spregiudicatamente, contro i presunti Jud Süß.

Certamente, tali affinità nelle idee e nel periodare dipendono in primo luogo da una corrente carsica del pensiero di estrema destra, che nulla ha da spartire con i ricorsi storici e, piuttosto, ispira coi medesimi motivi alcuni fenomeni politici emersi in momenti e in paesi differenti. Quanto invece invita a una riflessione comparata tra l’allora e l’oggi è piuttosto l’eco che simili slogan riescono a sviluppare nella società: ovvero come mai, dopo quasi novant’anni, una consistente fetta dell’elettorato si sente insicura socialmente ed economicamente, “tradita” dalla classe dirigente e biologicamente minacciata da “orde straniere”, accodandosi alle medesime sirene di un tempo mentre invero partecipa di un sistema democratico e le è garantito uno stile di vita nettamente superiore alla media mondiale?

Il successo dell’AfD come problema europeo

Non si tratta di una domanda alla quale è presupposta una risposta, bensì di uno spunto di riflessione che invita a transcendere le immediate contingenze delle elezioni di domani in Germania. Il superamento dell’“anomalia” tedesca non è avvenuto nel 1969, nel 1990 o nel 2002, ma avrà luogo domani, il 24 settembre del 2017, per una serie di fattori che riguardano tanto Berlino quanto il resto dei paesi europei – quali i flussi migratori, la crisi economica, la disaffezione verso l’Unione Europea. Lunedì non ci sveglieremo con un Quarto Reich e – se i sondaggi verranno confermati – quasi il 90% dell’elettorato tedesco sosterrà i partiti tradizionali con i valori socialdemocratici, socialisti, liberali o cristiano-democratici che essi rappresentano, mentre le politiche di Angela Merkel soddisfano oltre il 50% della popolazione, ben oltre il bacino di voti della CDU. La Germania della seconda metà del Novecento ha sviluppato una cultura della memoria e un senso civico senza paragoni nel resto del continente, i quali – assieme a un incontestabile benessere materiale – favoriscono la stabilità e inibiscono ogni eccesso di populismo. Proprio per questa ragione, però, dobbiamo essere noi cittadini del resto d’Europa a guardare con attenzione a quanto accade nel panorama politico tedesco, chiedendoci come sia possibile che proprio adesso avvenga tale radicale mutamento nell’opinione pubblica e quanto l’attuale crisi delle democrazie social-liberali sia paragonabile a quella avvenuta novant’anni fa.

Certo, per quanto l’uomo in quanto tale sia sempre lo stesso dall’agorà di Atene alle tribune di facebook, la storia non si ripete mai tale e quale. Al massimo, è stato detto, essa si presenta una volta come tragedia, l’altra come farsa – e ciò dipende molto dalla pigrizia e dallo spirito imitativo che ci contraddistingue. Tuttavia, talvolta una brutta commedia rischia di risultare più odiosa di un funesto dramma.

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