Elezioni in Germania. Vittoria dimezzata (e annunciata) o batosta per Angela Merkel e la Cdu? Tra errori politici e lo Zeitgeist, lo spirito del tempo

Elezioni in Germania. Vittoria dimezzata (e annunciata) o batosta per Angela Merkel e la Cdu? Tra errori politici e lo Zeitgeist, lo spirito del tempo

Dal nostro corrispondente a Berlino

I risultati definitivi parlano chiaro: CDU/CSU 33%, SPD 20,5%, Grüne 8,9%, FDP 10,7%, Linke 9,2%, AfD 12,6%, altri 5%. Entreranno in Parlamento 246 eletti della Cdu-Csu, l’Spd di Martin Schulz potrà contare su 153 eletti, la destra populista dell’Alternative fur Deutschland, 94 eletti, Verdi 67 seggi, Die Linke 69 seggi, la Fdp 80 seggi. 

I partiti di governo hanno conosciuto uno dei peggiori risultati dal 1949 a oggi, mentre per la prima volta nella storia della Germania federale la CDU avrà una forza politica alla propria destra in parlamento. Il futuro del paese appare quanto mai incerto, anche perché la SPD ha immediatamente annunciato la fine della Große Koalition.

Le elezioni federali di  domenica 24 settembre impartiscono molte lezioni, la prima delle quali riguarda l’affidabilità dei sondaggi. Il risultato finale, infatti, è stato ampiamente previsto dagli istituti demoscopici, e nessuno può dirsi veramente sorpreso dall’esito delle consultazioni elettorali. Viene confermato quindi quanto detto e scritto nelle settimane scorse, ovvero che Angela Merkel è stata investita del quarto mandato da cancelliera, seppur davanti a una sensibile perdita di consenso e a una difficile trattativa per la costituzione di un governo. Il grande sconfitto, tuttavia, è Martin Schulz, la cui discesa in campo aveva portato la SPD al 30% delle intenzioni di voto e che, dopo appena otto mesi, si trova adesso alla guida di un partito precipitato ai minimi storici dal secondo dopoguerra. Indubbiamente, i vincitori delle elezioni federali del 2017 sono le forze di destra: i liberali dell’FDP, resuscitati oltre il 10% dopo essere scomparsi dal panorama politico nel 2013, e l’estrema destra dell’AfD, che diventa la terza forza parlamentare in Germania.

Un bilancio tra vincitori e sconfitti

Un’attenta lettura dei dati può certamente aiutare a comprendere cosa sia accaduto in queste elezioni. In primo luogo dobbiamo rilevare come, nonostante un’affluenza cresciuta del 5% rispetto al 2013, quello dell’astensione rimanga il secondo “partito” nel paese, con circa il 23,8% degli elettori che non ha partecipato alle consultazioni. L’incremento dei votanti ha favorito il successo dell’AfD ma, al contempo, ha anche permesso che Grüne e Linke rimanessero stabili, conoscendo un lieve aumento nei consensi (rispettivamente dello 0,5 e dello 0,6%). Nel complesso, SPD e CDU/CSU hanno perso circa il 13,5% dei voti rispetto al 2013, ma sarebbe errato postulare un semplice passaggio di tale percentuale all’estrema destra. I movimenti elettorali sono stati più complessi e, se si calcola che circa un milione di voti sia passato dalla CDU all’AfD e mezzo milione dalla SPD all’AfD, è altrettanto vero che la FDP ha attirato quasi un milione e mezzo di ex-elettori cristiano-democratici, mentre la Linke e i Grüne hanno complessivamente assorbito ottocentomila voti socialdemocratici. Ben più significativo è infatti rilevare come circa quattrocentomila elettori siano passati dalla Linke alla AfD (fenomeno che non ha un corrispettivo per i Grüne), provocando una sorta di terremoto politico a livello locale.

La geografia elettorale, infatti, svolge un ruolo decisivo per capire i risultati federali. La Germania ha mostrato – oggi più che nel recente passato – una spaccatura interna abbastanza netta tra i Länder meridionali (Baviera e Baden-Württemberg), quelli nord-occidentali (Schleswig-Holstein, Niedersachsen, Nordrhein-Westfalen, Rheinland-Pfalz, Hessen e Saarland) e quelli orientali (l’ex-DDR, ovvero Mecklenburg-Vorpommern, Brandenburg, Sachsen, Sachsen-Anhalt, Thüringen). I risultati della AfD possono servire da cartina di tornasole per comprendere tale differenziazione: l’estrema destra ha mediamente ottenuto un risultato inferiore al 10% nei Länder nord-occidentali, tra il 10 e il 15% in quelli meridionali e oltre il 20% in quelli orientali – con il significativo successo in Sassonia, dove l’AfD si è affermato come primo partito con percentuali dal 25 al 35%. Le medesime tendenze possono essere individuate anche per le altre forze politiche: per esempio, la SPD ha tenuto nelle regioni industriali del nord-ovest, mentre liberali e Grüne hanno ottenuto migliori risultati al di fuori dell’ex-DDR. Il problema che salta agli occhi da un primo sguardo alla ripartizione geografica delle preferenze è appunto come nelle regioni orientali il voto di protesta sia generalmente passato dalla Linke all’estrema destra, e come si sia aperta una frattura incolmabile tra un’ex-DDR dominata dalle forze radicali e una ex-Germania ovest dove sono ancora solidi i partiti tradizionali. Il prossimo governo tedesco – qualsiasi forma assuma – sarà dunque espressione del voto “occidentale”, mentre l’opposizione si baserà su gran parte del voto “orientale”.

La lezione del voto tedesco

Interpretare le elezioni tedesche – e, dunque, trarne un qualche ammaestramento – non può tuttavia limitarsi a un’analisi delle percentuali e a un mero computo di perdite o guadagni. Le stesse considerazioni sulla ripartizione geografica delle preferenze invitano infatti ad alcune riflessioni. Prendendo ancora in esame i voti dell’AfD, possiamo osservare come si tratti di un risultato per certi versi paradossale. L’estrema destra ha trionfato nelle regioni orientali, le più povere e svantaggiate del paese, ma ha anche raccolto un successo superiore alla media in quelle meridionali, ovvero le più ricche della Germania. Inoltre, viene nuovamente meno l’assunto secondo cui è la presenza di stranieri a favorire i successi della destra radicale: sono infatti le regioni nord-occidentali ad aver accolto il maggior numero di profughi e, più in generale, ad avere una società più marcatamente multietnica (con una forte presenza di immigrati di nuova e vecchia generazione). Confermato ne esce invece il rapporto tra città e province, tra centro e periferia, con una destra più forte nelle seconde e debole nelle prime: non solo grandi città come Amburgo, Brema, Stoccarda o Monaco hanno visto l’AfD arrestarsi ampiamente al di sotto del 10%, ma anche nelle regioni dove il successo dei populisti è stato più netto, come in Sassonia, i capoluoghi (Dresda, Lipsia e Chemnitz) hanno arginato l’onda di estrema destra. Il quadro appare abbastanza netto proprio nei Länder orientali, dove le città – su tutte Berlino – risultano isole nel mezzo a circoscrizioni di provincia in cui l’AfD ha trionfato.

Scendendo verso i Länder meridionali è infine possibile trarre un’ulteriore lezione interessante. In Baviera, infatti, la CSU di Horst Seehofer ha perso oltre il 10% di consensi, scendendo dal 49,3% del 2013 al 38,8%, mentre le perdite dell’SPD sono state più contenute rispetto al piano federale e i guadagni di Linke e Grüne sono stati maggiori (rispettivamente: -4,7%, +2,3%, +1,4%). Il fatto è abbastanza singolare, poiché la CSU rappresenta l’ala destra dell’Unione di Angela Merkel, e Seehofer quel contraltare che avrebbe inteso perseguire una politica migratoria meno permissiva. A un primo sguardo si potrebbe affermare come la CSU abbia sbagliato nel voler inseguire l’AfD e “recuperare” il voto di destra. Ciò è in parte vero, tuttavia – potendo affermare anche il contrario, ovvero che la CSU abbia fallito perché incapace di influenzare la CDU sul tema dei migranti – dobbiamo rilevare come l’ascesa dell’AfD in Baviera (e nel resto del paese) sia avvenuta anche e soprattutto per ragioni che trascendono le opinioni e le proposte politiche: l’Alternative für Deutschland ha rappresentato, come da nome, un’“alternativa” a un sistema partitico percepito come troppo omogeneo e al quale, suo malgrado, anche la CSU appartiene.

Ragioni profonde del successo dell’AfD

In molti, seguendo il dibattito televisivo tra Merkel e Schulz, hanno avuto l’impressione che i due candidati sostenessero in definitiva le medesime politiche. Tale sensazione era inoltre propria di quanti hanno criticato, spasso dall’interno della CDU/CSU e della SPD, l’esperienza della Große Koalition. Chi invece ha cercato di analizzare le scelte politiche degli ultimi quattro anni, nonché osservato lo stesso “duello” del 3 settembre, senza preconcetti ideologici e senza tener conto della spendibilità elettorale di tali scelte, ha spesso concluso che la Große Koalition era espressione di una politica razionale, di un liberalismo sociale o cristiano-democratico capace di offrire la risposta migliore e più ponderata a una serie di problemi di grande complessità – dalla politica interna a quella internazionale, dalla situazione europea alla crisi dei profughi del settembre 2015. Gli effetti di tali scelte erano sotto gli occhi di tutti: una disoccupazione azzerata, un’economia in crescita, uno stato sociale funzionante nonostante il ridimensionamento, un grande prestigio estero, un controllo dei flussi migratori capace di evitare una tragedia umanitaria (per quanto il peso sia stato gettato sulle spalle di altri, e dei profughi stessi). Qualsiasi patriota avrebbe dovuto riconoscere questi risultati, e perfino andarne fiero.

Un caso emblematico della “razionalità” di quella politica tedesca, appena punita dalle urne, è stato appunto il dibattito Merkel-Schulz dove, anziché urlarsi contro e accusarsi vicendevolmente, i due candidati hanno dialogato tra loro presentando dati, esperienze personali, possibili prospettive e analisi condivisibili. I commenti che tale dibattito ha suscitato non sono però andati oltre il “noioso” e l’accusa di rappresentare due facce della medesima medaglia. Una parte dell’elettorato tedesco voleva un’“alternativa” alla politica socialdemocratica e cristiano-democratica, un’“alternativa” a una delle classi dirigenti europee più razionali e più preparate – e poco è importato se tale “alternativa” non abbia da proporre un programma economico, sociale o politico-internazionale, e se, perfino all’indomani del successo elettorale, sia capace solo di esprimersi “contro” qualcosa anziché “per” qualcosa.

Certo, il successo dell’AfD è dipeso anche da fattori esterni alla contingente situazione tedesca – fattori che si riconoscono nella campagna della Brexit, nell’elezione di Trump, nella corsa all’Eliseo di Marine Le Pen, e via dicendo – ed è parte di un fenomeno globale di spostamento a destra dell’opinione pubblica nei paesi occidentali – un fenomeno legato a doppio filo con la crisi della sinistra. Al 12,6% dell’AfD hanno infatti contribuito tanto questioni politiche – quali le reazioni identitarie alla globalizzazione oppure l’aumento della forbice tra ricchezza e povertà – quanto un abile uso dei nuovi mezzi di comunicazione – l’AfD ha sviluppato una campagna elettorale in internet e nei social media superiore a quella di tutti gli altri partiti messi assieme. Tuttavia, osservando esclusivamente le ragioni endogene, dobbiamo ricordare come il relativo trionfo dell’AfD sia maturato nelle aree del paese più arretrate dal punto di vista culturale – le province, l’ex-DDR e le bigotte campagne bavaresi – quale risposta irrazionale a una politica che si fatica a capire ed è più facile condannare, e come esso abbia meno da spartire con la questione dei migranti, l’identità culturale o la povertà di determinate regioni di quanto possa apparire a uno sguardo superficiale dei risultati elettorali.

Permettendoci una metafora: se Angela Merkel è la Mutti (mammina) della Germania odierna, il 12,6% di voti per l’AfD ha rappresentato una sorta di ribellione adolescenziale, in cui l’importante era porsi “contro” Merkel anziché proporre una vera “alternativa”.

Un futuro incerto per la Germania

Ciò detto, è sempre opportuno ricordare che l’87,4% dei votanti ha scelto i partiti tradizionali, mentre l’attenzione accordata nei dibattiti politici all’ascesa dell’estrema destra dipende esclusivamente dal fatto che si tratta di elezioni tedesche. Il vero risultato elettorale è la riconferma di Angela Merkel alla guida del paese e, soprattutto, la difficile trattativa che l’attende per formare un nuovo gabinetto. Davanti alle prime proiezioni, infatti, Martin Schulz ha dichiarato conclusa l’esperienza della Große Koalition, affermando l’intenzione di portare l’SPD all’opposizione. Data la distribuzione dei seggi, la prosecuzione dell’alleanza tra SPD e CDU/CSU sembrava la scelta più ovvia, forte anche della felice collaborazione e dei risultati ottenuti negli ultimi quattro anni. La decisione di Schulz ha pertanto lasciato sgomenta la controparte, ma ha raccolto un vasto consenso nelle proprie file. Non era infatti un mistero per nessuno che la Große Koalition logorasse ambedue le forze di governo e che la convergenza al centro di SPD e CDU favorisse il successo delle “estreme”. Tuttavia, alla base della scelta socialdemocratica riposa una considerazione più tattica che strategica: rifiutando la partecipazione al governo, l’SPD diviene il primo partito di opposizione, strappando tale ruolo e i suoi relativi vantaggi (presidenza della commissione di bilancio, diritto al primo intervento di risposta nei dibattiti parlamentari, etc) all’AfD.

Tale decisione ha però gettato Angela Merkel in una situazione non affatto invidiabile. La cancelliera ha due opportunità davanti a sé: da una parte, un governo di minoranza, composto esclusivamente da CDU e CSU, che cerchi una maggioranze parlamentare caso per caso; dall’altra, la cosiddetta coalizione-Giamaica tra CDU/CSU, liberali e verdi. Tra le due opzioni, Merkel ha affermato di preferire la seconda e – se ha anche annunciato di voler proseguire un confronto con l’SPD, sperando di riuscire far retrocedere i socialdemocratici dalla loro decisione – al più presto dovrebbero iniziare le trattative per superare le divergenze programmatiche dei due possibili partner di coalizione. Se infatti, commentando a caldo l’esito elettorale e la scelta dell’SPD per l’opposizione, tanto Christian Lindner (FDP) quanto Katrin Göring-Eckardt (Grüne) hanno teso a sottolineare i rispettivi punti di contatto, le differenze esistono e riguardano alcuni aspetti decisivi per ambedue i partiti – quali la politica ambientale, che la FDP vorrebbe “liberalizzare”, oppure quella europea, dove lo spirito solidale dei verdi cozza singolarmente con il rigorismo dei liberali.

In ultima analisi, le elezioni del 24 settembre hanno prodotto una situazione problematica. Se anche dovesse nascere il governo CDU/CSU-FDP-Grüne, il rischio è che buona parte delle energie nei prossimi quattro anni vadano spese nel cercare di tenere assieme la coalizione. Ne conseguirà, probabilmente, un’azione di governo meno decisa e un immobilismo su alcune questioni di urgente necessità, dove saranno soprattutto i Grüne a doversi dibattere tra la responsabilità istituzionale e il pericolo di scomparire alle prossime consultazioni. La scelta di Martin Schulz di portare l’SPD all’opposizione ha certamente le sue ragioni ma, allo stesso tempo, mette il futuro politico tedesco davanti a una minacciosa insidia: quella di un ritorno anticipato alle urne. L’instabilità che ne conseguirebbe potrebbe portare nuova forza all’estrema destra, e quella stessa instabilità sarebbe un’ulteriore prova che lo spettro di Weimar continua ad aleggiare sulla Germania.

 

Share