Lunga intervista di Maurizio Landini all’HuffpPost: “se il governo non cambia politiche” sarà un autunno caldo

Lunga intervista di Maurizio Landini all’HuffpPost: “se il governo non cambia politiche” sarà un autunno caldo

Estate di fuoco, in cui “è caldo, molto caldo, c’è stato anche Lucifero, eviterei di dare i numeri, e mi fermerei a segnalare che rispetto al 2007 il nostro Pil è ancora sotto di 6 punti”. Così l’ex segretario della Fiom Maurizio Landini smonta la (breve) euforia sugli ultimi dati diffusi dall’Istat e su una supposta ripresa. E non solo. Landini sferza governo e maggioranza su pensioni (“fare giustizia non cassa”), sui giovani (“cancellino il Jobs Act”) sui migranti (“vedo il rischio di una regressione culturale”). Il neo segretario confederale Cgil preferisce stare con i piedi per terra, e alla politica consiglia di fare altrettanto. “Anziché brandire bandierine, mi chiederei come mai la metà delle persone non va a votare, e quindi non si sente rappresentata”. In questo cono d’ombra della rappresentanza politica c’è, secondo Landini, il lavoro e tutte le tematiche ad esso legate. Eppure in questa ultima estate di legislatura il termometro della politica è sempre sopra la media. Che si parli di pensioni o di migranti, l’orizzonte che si intravede è sempre quello delle urne e dei possibili elettori.

C’è chi sostiene che si parli di pensioni solo per propaganda, per intercettare il voto degli anziani che sono numerosi. Lei cosa replica?

“Io credo che si parli di pensioni perché in Italia è stata fatta una modifica del sistema da parte del governo Monti che grida vendetta. Su questo i sindacati assieme stanno chiedendo al governo modifiche sostanziali. Oggi siamo il Paese che ha l’età pensionabile più alta in Europa e il paese che ha i livelli di disoccupazione giovanile tra i più alti. Aggiungo che un sistema puramente contributivo non esiste in nessun Paese europeo. L’intervento del governo Monti è stato fatto soltanto per risparmiare soldi, con pesanti conseguenze sul piano sociale. Quindi non è una questione elettorale, ma di giustizia sociale. Ed è una questione che impegna tutti a costruire un sistema pensionistico pubblico che continui ad avere un significato anche per i giovani”.

 Cosa pensa dell’intervento della Ragioneria e dell’Inps su questa materia?

“Quelli sì che sono due interventi politici, dal segno molto preciso. Continuando a dire che non si possono toccare le pensioni altrimenti si hanno problemi con l’Europa, si conferma che non si è fatto un intervento solo per far quadrare i conti. Noi sindacati stiamo avanzando proposte precise, e credo che se non ci saranno risposte dovremo valutare a settembre delle forme di mobilitazione. Noi siamo contrari a ulteriori innalzamenti dell’età pensionabile, quindi va bloccato lo scatto di 5 mesi), bisogna poi seriamente costruire una pensione di garanzia per i giovani, e allo stesso tempo c’è bisogno di intervenire su provvedimenti come l’Ape che restano insufficienti, soprattutto per lavori molto pesanti. L’Ape social è un pannicello caldo, quanto all’Ape volontaria io la ritengo una follia visto che per andare in pensione si chiede di accender eun mutuo. Non sta in piedi. In più non si tiene conto delle penalizzazioni subite dalle donne, non si considera il lavoro di cura (come accade in altri sistemi pensionistici), e, insisto, c’è un problema che riguarda il lavoro manuale. L’aspettativa di vita non è uguale per tutti. Su tutte queste cose noi non stiamo scherzando. Ancora adesso sui luoghi di lavoro la critica che viene fatta a tutti i sindacati è che quando ci fu l’intervento Monti il sindacato non reagì. E oggi paghiamo le conseguenze di un intervento sbagliato che ha fatto cassa ma non ha fatto giustizia. Su questo noi ci impegneremo anche per costruire quell’unità generazionale che è stata messa in discussione”.

In realtà il governo dichiara di preferire misure per i giovani, piuttosto che per i pensionandi…

“Se vogliono fare una misura per i giovani vera, cancellino il Jobs Act. Oggi il problema dei giovani italiani è che non hanno lavoro, e quando ce l’hanno è malpagato e senza diritti. Questo è il vero disastro che si è determinato in questi anni. Un sistema pensionistico sta in piedi se c’è lavoro e se il lavoro è fondato sui diritti, e non su forme assurde con contribuzioni inadatte. Questo dato si collega anche al tema della produttività. Se da noi è bassa è per via della precarietà, non per il fatto che chi è occupato lavora poco”.

Eppure la crescita c’è, la produzione industriale aumenta, i numeri sono positivi e il Pd dice che è merito delle riforme. E lei chiede di cancellare il Jobs Act?

“Eviterei di dare i numeri. Che ci sia una timida ripresa in alcuni settori è vero. Ma rispetto al 2007 il Pil da noi è ancora più basso di allora di oltre 6 punti, mentre in tutti gli altri Paesi europei è in crescita. Noi siamo sotto, loro sono avanti. Secondo: se guardiamo al 2007 in Italia la disoccupazione è aumentata e ancora oggi siamo oltre l’11%. Terzo aspetto: siamo il Paese che continua a registrare una drammatica riduzione degli investimenti pubblici e quello che ha meno investimenti privati. E, se si parla del Pd e del governo, credo che le politiche del Jobs Act siano state sbagliate non solo perché hanno aumentato la precarietà, ma per almeno altre due ragioni. Oggi a un’impresa costa meno licenziare che non ricorrere alla cig, e quindi c’è un drammatico problema di gestione delle crisi e delle riorganizzazioni e siamo in assenza di ammortizzatori sociali, con il rischio che aumentino i licenziamenti. L’altro punto riguarda gli investimenti. Il Jobs Act è costato agli italiani (attraverso gli incentivi erogati alle imprese) più di 20 miliardi. Questi 20 miliardi non hanno prodotto ripresa di investimenti. A fronte di 20 miliardi, si arriva a meno 5 5 miliardi di investimenti. Inoltre, finiti gli sgravi, stanno aumentando i contratti a termine. Al Paese serve un vero piano di politica industriale, che, mi permetto di dire, manca da anni in Italia”.

Calenda rivendica Industria 4.0 e pensa di aver fatto moltissimo per le imprese.

“Il problema non è pensare solo alle imprese, ma avere un’idea di sistema. In questi anni, anzi, si è lasciato anche troppo al mercato e siamo in un mare di guai. Industria 4.0 senz’altro va in direzione positiva. Ma quando parlo di piano nazionale, penso a un piano che affronti in modo complessivo la situazione, sul piano sociale, ambientale e sul piano economico sugli investimenti, infrastrutture formazioni. Sulle fonti di finanziamento, bisognerebbe mettere in discussione il Fiscal compact e una rivisitazione del Fondo Salva Stati, riaffermando il ruolo pubblico degli investimenti. In questo momento abbiamo di fronte diverse sfide. Una del cambiamento dei processi produttivi, l’altra del dualismo del nostro sistema. Il Sud, ad esempio, sta pagando il doppio la crisi, e i livelli di illegalità e di corruzione stanno aumentando. La situazione è straordinaria. Smettiamola quindi di discutere dello zero virgola. In un Paese in cui metà della popolazione non va a votare, le persone non si sentono rappresentate e si sentono sole. Piuttosto che mettere bandierine sugli zero virgola, quello che serve è cambiare politiche e rimettere al centro il lavoro. Soprattutto un lavoro di qualità con diritti”.

L’altro tema dominante in questi giorni riguarda i migranti e il ruolo delle Ong. Che significa per il Pd quello che sta accadendo. Quali conseguenze avrà?

“Io penso che anche su questo bisognerebbe elevare il livello della discussione. Siamo di fronte a un fenomeno che durerà nei prossimi anni. Personalmente penso che limitare il diritto di qualsiasi persona di muoversi non va. Un mondo in cui i soldi possono girare e rifugiarsi anche nei paradisi fiscali, e invece ci sono barriere per gli uomini, è un mondo che non mi piace. Anche sul piano dei valori e principi, bisognere fare una discussione nuova. All’opposto di quello che sta avvenendo, noi dovremmo ragionare su come si potrebbe gestire un processo di integrazione diverso. Io vedo il rischio, anche sul piano culturale di una regressione, di un uso della vicenda a fini politici, alimentando paure. Ricordo che in Italia ci sono già 5 milioni di cittadini di origine straniera che lavorano regolarmente, pagano le tasse e i contributi. E in molti casi non possono neanche votare. Ecco, fatto salvo il fatto che vanno bene tutti gli sforzi per combattere l’illegalità e il sopruso, io credo che bisogna rimettere al centro della discussione le persone”.

Non resta che parlare del suo futuro. Non ci sarà la politica, ma si candida a guidare la Cgil?

“Faccio notare che in Cgil non ci sono le primarie. Sono stato appena eletto in segreteria nazionale. Ho accettato volentieri di entrare per portare la mia esperienza e dare il mio contributo al lavoro collettivo della Cgil. Ci sarà un congresso in cui si discuterà anche di questo, con lo sforzo di rappresentar ei 5 milioni di iscritti che abbiamo”.

L’intervista è stata realizzata da Bianca Di Giovanni, ed è stata pubblicata sull’Huffington Post dell’11 agosto 2017

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