Locarno 70 (10). Minipagella dei film in concorso. Speriamo che sia cileno

Locarno 70 (10). Minipagella dei film in concorso. Speriamo che sia cileno

Seconda puntata della mini-rassegna dei film in concorso per il “Pardo 2017” alla 70esima edizione del Festival del cinema di Locarno.

“Good luck”, dell’americano Ben Russell. Sceglie di girare in Super-16, ed è, tecnicamente, scelta felice. Descrive, con il piglio del reportage, due comunità minerarie, una impegnata nell’estrazione del rame in Serbia; l’altra in Suriname, manodopera che illegalmente estrae oro. Due mondi e due realtà agli antipodi, con nulla in comune, legati da un stessa identità e ostilità, e indifferenza esterna. Un lungo documentario, più che un film vero e proprio. Ma per la qualità e l’intensità del racconto comunque merita.

“La telenovela errante”, di Raul Ruiz e Valeria Sarmiento. E’ un film che viene e che parla del Cile. E’, tra quelli in concorso, che più colpisce e inquieta. Per questo la “scheda” sarà meno sintetica. Ruiz, innanzitutto. Cileno, dopo il golpe di Augusto Pinochet, si rifugia a Parigi, e nella capitale francese muore nel 2011. E’ autore di molti film, tra gli altri: “Il tempo ritrovato”, ricavato dall’opera di Marcel Proust; “Genealogia di un crimine”, Orso d’argento a Berlino. “La telenovela errante” ha una storia che merita d’essere raccontata. E’ la storia di un film ritrovato. Un film che Ruiz non ha potuto completare cominciato nel 1990, al suo rientro dall’esilio nel Cile liberato dalla dittatura. La “descrizione” nelle parole dello stesso Ruiz: “il film è imperniato sul concetto di telenovela e strutturato sul presupposto che la realtà cilena non esiste, ma è un collage di soap. Ci sono quattro province audiovisive, e si teme la guerra fra fazioni, i problemi economici e politici sono immersi in una gelatina di fiction e divisi in episodi seriali. L’intera realtà cilena è inquadrata dal punto di vista della telenovela, che fa da filtro della realtà stessa”. Si può forse capire perchè Ruiz non riesce a completare il film, in un Cile che non è più oppresso dalla dittatura, ma dove Pinochet non viene chiamato a pagare i suoi crimini, i suoi complici restano sostanzialmente impuniti, i grandi potentati, Chiesa cattolica compresa, lo vedono ancora come il suo alfiere e nume protettore. Ruiz decide di regalare la sua biblioteca, il suo archivio e le sue documentazioni, cartacee e filmiche a un Fondo negli Stati Uniti; lì restano custoditi per anni, fino a quando la Sarmiento – moglie di Ruiz – non recupera questa “incompiuta”: opera complessa, surreale, amaramente divertente; una straordinaria allegoria, con tratti profetici: l’invasione per esempio, nientemeno che di soap opera turche… Ecco, se “La telenovela errante” ottenesse un qualche riconoscimento, a giudizio di chi scrive sarebbe cosa buona e giusta.

“Lucky”, dello statunitense John C. Lynch. Lucky è un novantenne fortemente individualista, fondamentalmente un anarchico. Non sopporta nessuna autorità, umana o divina che sia. Nel piccolo paese sperduto nel deserto in cui vive, muoiono tutti, quelli della sua generazione; lui, accanito e impenitente fumatore, invece sta bene. Se non fosse che anche per lui arriva quello che si suol chiamare il “mal di vivere”. In tempi di esasperato politicamente corretto per quel che riguarda il fumare la trovata del fumatore vizioso è divertente. Però poi non si riesce a evitare il banale…

“Madame Hyde”, del francese Serge Bozon. Storia perlomeno eccentrica: la signora Céquil, insegnante molto poco ben vista dai suoi colleghi, e odiata dagli studenti, una notte buia e tempestosa viene centrata da un fulmine (poco importa l’illogicità della cosa, bisogna stare al gioco). Quando ritorna in sè, la signora non è più lei, il fulmine l’ha trasformata (appunto: “Madame Hyde”); trovata divertente, racconto narrato in modo piacevole. Una discreta onesta, commedia. Da vedere quando fuori piove.

“Mrs. Fang”, del regista cinese Wang Bing. Non è un film allegro, questo; ma è lo specchio, inquietante, di una realtà, non solo cinese. Si racconta di Fang Xiuying, una contadina della regione dello Huzhou. Da otto anni è malata di Alzheimer, non c’è terapia che tenga, lo stadio è in fase troppo avanzato. Così le cure vengono sospese e la povera Fang rimandata a casa. “Mrs. Fang” racconta appunto gli ultimi dieci, penosi giorni di questa povera donna.

“Ta Peu si lisse”, del canadese Denis Coté. Sei gladiatori moderni: Jean-Francois, Ronald, Alexis, Cédric, Benoit, Maxim. Sono culturisti, trascorrono il loro tempo in palestra a fare estenuanti allenamenti. Quello che conta sono i centimetri dei bicipiti, la forza e l’energia che si sa e si può cumulare e sprigionare; la spasmodica attesa della gara. Sicuramente ricco di metafore e significati, che bisogna aver la pazienza di cogliere tra uno sbadiglio e l’altro.

“Vinterbrodre”, dell’islandese Hlynur Palmason. Scenario cupo, potrebbe essere una fabbrica, oppure una miniera. Chi ci lavora è brusco, antipatico, sospettoso, reso indurito dalla fatica e dalle frustrazioni. I protagonisti sono due fratelli che lavorano in questo inferno di gelo e di ghiaccio. Non hanno speranza, non hanno futuro. Uno dei due produce una miscela alcolica che avvelena e intossica i compagni, finisce che lo cacciano; l’altro fratello cerca di aiutarlo, il film va avanti e lo senti che deve arrivare il colpo di scena… Solo che il colpo di scena è che non succede nulla, non arriva nessun colpo di scena… Non si può dire neppure che sia un film enigmatico, perchè manca l’enigma. Sta a vedere che viene premiato…

“Wajib”, della palestinese Annemarie Jacir. E’ autrice di sedici film, il suo “Like Twenty Impossibles” lo si è visto a Cannes. Con “Wajib” racconta di Abu Shadi, insegnante sessantenne, divorziato, che vive a Nazareth. La figlia ha deciso di sposarsi; l’altro figlio da tempo vive a Roma, architetto di un certo successo ormai è parte di un altro mondo. Torna a casa per i preparativi, complessi, del matrimonio; e questo è il pretesto per raccontare di come un fragile rapporto tra padre e figlio vengono messi alla prova. La tradizione vuole che padre e figlio distribuiscano personalmente le partecipazioni, e questa “distribuzione” è l’occasione per raccontare personaggi “altri”, che non compaiono ma sono pur presenti, e le loro vicende. Se se ne ricava così un caleidoscopio divertente e pur amaro. “Wajib” è un film tutto sommato onesto, intriso di umorismo acre, mostra una “palestinità” (non suona bene, ma com definire vita quotidiana in Palestina?), che non è quella che ci si aspetta, e quotidianamente mostrata dalle news dei telegiornali.

Share