Turchia. Una marcia per il diritto, la legge, la giustizia, come quelle di Gandhi e di Luther King

Turchia. Una marcia per il diritto, la legge, la giustizia, come quelle di Gandhi e di Luther King
Proviamo a immaginarla, l’impresa: oltre 430 chilometri, passo dopo passo, a piedi, non importa se sotto un sole che ti scioglie, o sferzati da violenti e improvvisi temporali, mangi come puoi, quello che trovi, e dormi la notte per terra, avvolto in un sacco a pelo… Immaginiamola questa marcia di migliaia di turchi che partono dal centro della capitale Ankara, finale destinazione la piazza di Maltepe, a Istanbul. Per l’ultima tappa, saranno un milione, i manifestanti. Tutto inizia il mattino del 15 giugno. La sera prima era stato arrestato Enis Berberoglu, deputato del Chp, l’opposizione laica al regime di Erdogan. Il leader del Chp Kemal Kilicdaroglu dà così vita a questa imponente manifestazione nonviolenta di massa che si  trasforma in uno straordinario atto di accusa contro Erdogan.
“In questa marcia non c’entrano i partiti, ma solo la giustizia. Noi vogliamo solo che tutti vengano trattati allo stesso modo”, dicono gli organizzatori della manifestazione. La parola giustizia, in effetti, campeggia su migliaia di magliette e cappellini bianchi. Molti evocano Nuriye e Semih, i due docenti da quattro mesi in sciopero della fame, in carcere con accuse di “terrorismo”, ma ormai simboli della protesta contro le purghe volute da Erdogan. Una «Grande Marcia» durata quasi un mese, che coinvolge operai, minatori, giornalisti, impiegati, familiari di detenuti… Una marcia che si apre con la bandiera giallo e rosso di un’amatissima squadra di calcio di Istanbul, al cui centro campeggia l’immagine di Mustafa Kemal Ataturk, indimenticato “padre” della repubblica turca. Cantano l’inno nazionale, qualche canto della guerra di indipendenza, scandiscono in coro: “hak, hukuk, adalet”, diritto, legge, giustizia. Dice il leader Kilicdaroglu: “Ci hanno tolto il parlamento”, in riferimento al referendum del 16 aprile scorso che rafforzato la presidenza, “ora cerchiamo giustizia nelle strade”.
In questo immenso corteo ci sono gli elmetti bianchi dei lavoratori e le sigle sindacali; le famiglie dei minatori di Soma, a decine ogni anno muoiono per i crolli in miniera e le inesistenti misure di sicurezza; ci sono i giornalisti del quotidiano”Sozcu”, chiedono che “il giornalismo non sia un crimine, perché senza giornalismo libero non c’è giustizia”. Marciano in migliaia per ricordare  “che non c’è giustizia quando è in vigore lo stato di emergenza”, che cancella la certezza del diritto e rende tutto confuso e arbitrario. Giova ricordare che in Turchia la repressione seguita al tentato colpo di Stato ha portato, nel giro di un anno, all’arresto di più di 40 mila persone, in tutti i settori: insegnanti, magistrati, poliziotti, diplomatici, giornalisti. Quasi sempre sono accusati di “legami con il terrorismo”, in quanto considerati affiliati o vicini oppure aventi contatti con i “gulenisti”. Gulen era stato a lungo alleato di Erdogan, e quando i militari sono stati estromessi dalle istituzioni, a partire dal 2007, i dissapori fra due leader che mantengono riferimenti spirituali molto forti verso l’Islam sono cominciati.  Dal suo esilio (scelto già nel 1999) in Pennsylvania, Gulen ha sempre respinto le accuse di avere organizzato il putsch in Turchia. Le persone che in Turchia dal luglio 2016 sono state licenziate perché ritenute vicine al suo movimento “Hizmet” (il servizio) ammontano oggi a quasi 150 mila.
La marcia che si conclude a Istanbul è una manifestazione imponente, storica; chissà se gli stessi organizzatori si attendevano un successo di queste proporzioni. La si può  paragonare alla famosa marcia del sale di Gandhi; o a quelle, negli Stati Uniti, organizzate da Martin Luther King. Una lunga marcia per dimostrare che ancora, nonostante la dura repressione del presidente Recep Tayyp Erdogan, in Turchia c’è, e resiste, un’opposizione laica, non preda degli estremismi fanatici, che vuole e chiede democrazia, libertà, diritto. Italia, Europa, se ci siete, battete un colpo… In Italia in particolare, in Europa in generale, non abbiamo saputo e voluto vedere l’eccezionalità e la straordinarietà di questa marcia. Con sistematicità e puntualità ne sono stati informati solo gli ascoltatori di “Radio Radicale” grazie alle puntuali corrispondenze di Mariano Giustino. Anche questo fatto dovrebbe farci riflettere.