Renzi in direzione Pd riafferma il suo ruolo di padre-padrone, despota incontrastato del partito. Democrazia interna calpestata

Renzi in direzione Pd riafferma il suo ruolo di padre-padrone, despota incontrastato del partito. Democrazia interna calpestata

Nonostante il divieto più volte reiterato dal presidente del Pd, Matteo Orfini, di evitare proiezioni esterne del dibattito, sui social, o ai giornalisti, della direzione del Pd in un afoso pomeriggio romano di luglio si sa ormai tutto. La regia mediatica è stata sapiente: evitiamo la diretta streaming, così rendiamo appetibile e ghiotta una direzione che altrimenti sarebbe stata molto deprimente, e non certo per il caldo. Perché deprimente? Perché ormai è chiaro: Renzi non è solo il segretario del partito, ne è il padre-padrone, il despota, il titolare di una ditta commerciale che non ha altri azionisti, ma solo servitori. La gestione del dissenso dei suoi oppositori, da parte di Renzi, in fondo, è sempre stata la medesima, tra alti e bassi. Così come è sempre stato il medesimo il rito della direzione nazionale: lui parla, come in una sorta di comizione, qualcuno interviene a sostegno o esprimendo critiche, lui chiude e si mette ai voti la relazione, non prima di aver assistito alla fuga degli oppositori. Così, si celebra la finta, farlocca, unanimità, in un partito che ormai non sa più cosa sia la democrazia, e confonde un segretario col capo assoluto, colui che è stato legittimato dalla folla indistinta delle primarie, e da quei pochi e selezionati iscritti che hanno partecipato ai congressi. La morale della direzione del Pd di giovedì è tutta qui, in questa reiterata espressione di comando, di imperio, con decisioni già prese, e appena comunicate. Così, finita la direzione, Renzi comunica al mondo, attraverso la sua pagina Facebook, esattamente quel che aveva pensato prima ancora che avesse inizio la direzione, quasi che vi fossero parole importanti, solo le sue, e parole insignificanti, quelle di coloro, anche i suoi, che sono intervenuti. Per dovere di cronaca, perciò, riportiamo ciò che Renzi ha detto, secondo i lanci di agenzia.

La relazione di Renzi: “timida ripresa economica”, “Ius soli”, “veto sul fiscal compact nei Trattati europei”, “non rispondo ai capicorrente”

Il segretario ha parlato della “timida ripresa” economica, dello Ius soli, che è un “principio di civiltà” su cui “dobbiamo andare avanti”, della Ue, ribadendo la possibilità di porre il veto sull’introduzione del fiscal compact nei Trattati. Certo ha spiegato anche che “il risultato delle amministrative va analizzato senza dargli una lettura nazionale” e ribadito: “io rispondo al voto alle primarie dei cittadini, sia chiaro, io rispondo a loro, non ai capicorrente”. Ma ha anche annunciato un giro in Italia nei prossimi mesi in vista delle politiche, invitando a fare “gioco di squadra” senza “litigi”.

Il ministro Franceschini cerca di attrarre il segretario nella trappola delle alleanze

Franceschini (che pure fa parte del “patto di sindacato” che sostiene Renzi), nei giorni scorsi aveva lanciato, in una intervista a Repubblica, le sue critiche sul vertice del Nazareno dopo le amministrative. E oggi non ha fatto marcia indietro, anzi. Il ministro ha ironizzato: “io sono tra i 350 residuati bellici che pensano che ci sia anche il tema delle alleanze. E quindi parlerò di quella parte che non c’era nella relazione. Un partito non può non occuparsi di alleanze, come si fa? Certo non è l’argomento con cui andare nel Paese, questo lo condivido. Ma per fare delle cose bisogna vincere le elezioni, per vincere le elezioni bisogna occuparsi di come”. E poi, rivolgendosi direttamente a Renzi, ha invitato a un confronto “senza mettere in discussione il segretario appena eletto con due milioni di voti alle primarie”, ma al tempo stesso “con rispetto per una comunità di persone che ti hanno votato ma che non hanno rinunciato per 4 anni al pensiero e alla parola”. Soprattutto ascoltando “chi la pensa diversamente, senza vedere dietro un pensiero, un tradimento o un complotto”.

Il ministro Orlando: “aiutare Pisapia e tutti coloro che nel centrosinistra che non si dichiarano antirenziani”

Critico anche Andrea Orlando, leader della minoranza Dem. “Abbiamo iniziato questa legislatura promettendo la terza Repubblica cerchiamo di non fare di tutto per non riconsegnare la prima”, ha detto parlando di legge elettorale, aggiungendo che “nessuno vuole rifare l’Unione. Non sono nostalgico dell’Unione ma Pisapia non è Ferrero”. E dunque “dobbiamo aiutare Pisapia e tutte le forze che nel centrosinistra non hanno impostato la linea sull’antirenzismo”. E poi, ancora, Orlando ha stigmatizzato le critiche del segretario e dei suoi verso chi dissente. “Noi – ha detto – vogliamo continuare a discutere o ogni volta che qualcuno solleva una questione lo si deve additare come quello che vuole far perdere il Pd?”.

La durissima replica di Renzi: “noi abbiamo vinto, voi siete minoranza”. Noi decidiamo, voi vi adeguate

Le parole di Franceschini e Orlando hanno provocato una reazione più dura del segretario. Renzi nella replica ha ribadito quindi la sua convinzione di non vedere come centrale il tema delle alleanze. “Rispetto quelli che la pensano diversamente. Io però non passerò i prossimi mesi a parlare di coalizioni”, ha detto, replicando direttamente a Franceschini: “Le coalizioni – per il leader dem – sono oggi un grande regalo al centrodestra”. E al ministro della Giustizia ha detto: “Lo capisco che Orlando voglia aiutare Pisapia. Io voglio aiutare il Pd”. E comunque, se Orlando “dice che non possiamo chiedergli di rinunciare alle loro idee, non potete chiederlo neppure a noi, che abbiamo vinto”. Alla fine la relazione di Renzi è stata approvata a maggioranza, Franceschini compreso, ma con le minoranze che fanno capo a Orlando e a Michele Emiliano che non hanno partecipato al voto. La vittoria di Renzi in direzione non cancella i temi sul tavolo e le tensioni interne al partito che, probabilmente, continueranno nei prossimi mesi.