Occupazione in calo (-51 mila). Più infortuni sul lavoro (morti bianche +12,4). Giovani disoccupati al 37%. La “Carta dei diritti universali del lavoro” proposta dalla Cgil punto di partenza per la sinistra che verrà, se verrà

Occupazione in calo (-51 mila). Più infortuni sul lavoro (morti bianche +12,4). Giovani  disoccupati al 37%. La “Carta dei diritti universali del lavoro” proposta dalla Cgil punto di partenza per la sinistra che verrà, se verrà

Proprio mentre Renzi Matteo all’assemblea dei Circoli ha celebrato se stesso e i suoi mille giorni  di governo e si appresta a ripetere questo stanco rito alla riunione della Direzione Pd, convocata per il prossimo giovedì, arrivano le notizie sullo stato dell’economia, il lavoro in primo luogo, con l’occupazione che diminuisce, le “morti bianche”, gli incidenti nelle fabbriche e nei cantieri che aumentano. Tanti drammi vissuti da milioni di disoccupati, quella donna che si è data fuoco a Torino, disperata, senza prospettive di una vita degna di essere vissuta, come denuncia il segretario confederale della Cgil, Franco Martini, le scelte di tanti giovani di abbandonare il nostro Paese dove il posto di lavoro diventa sempre più un miraggio, lo sfruttamento, casi di vero e proprio schiavismo, di cui fanno le spese i migranti.

È questo il “paese reale”, come si diceva una volta, che incontri nelle strade e nelle piazze, nelle tante manifestazioni che si susseguono e che non trovano spazio nelle cronache dei giornali, men che meno in quelle radio e televisive, salvo casi, rari in verità, in cui vengono scritte pagine di buon giornalismo per raccontare le tante crisi aziendali, i padroni che se ne vanno dall’Italia trasferendo all’estero fabbriche e fabbrichette e anche la residenze fiscali. Quante sono le aziende in crisi, quanti incontri al ministero del lavoro? Basta chiederlo ai lavoratori della Sardegna , a quelli del Sulcis, dell’Alcoa di Portovesme che hanno attraversato il mare chissà quante volte ormai per manifestare a Roma sotto i “palazzi del potere”.

Un paese che non si arrende. Le lotte dei sindacati hanno bisogno di riferimenti politici

È un paese che non si arrende, ma le lotte dei sindacati non bastano se non c’è un governo che si fa garante, interviene, dice la sua, opera per affermare il diritto al lavoro, l’Articolo 1 della Costituzione, se non ci sono forze politiche che con le organizzazioni dei lavoratori hanno un rapporto costante, in piena autonomia, ne sanno interpretare problematiche, proposte, diritti, le fanno diventare leggi dello Stato, impegnano i gruppi parlamentari. Anche a sinistra, nelle iniziative che si sono svolte in questi giorni a partire dalla manifestazione di Piazza Santi Apostoli, promossa da Campo progressista con l’adesione di Articolo1-Mdp, negli interventi di Bersani e Pisapia, così come nelle  dichiarazioni di Fratoianni, dieci punti per un programma, o nel “ritiro” in cui sembrano chiudersi quelli del Brancaccio, Montanari e Falcone, che non si sono presentati nella piazza romana, quella che richiama la “storia” dell’Ulivo, sembra  si dimentichi che la Cgil da tempo ha elaborato un Piano per il lavoro, un richiamo non solo nominale al progetto che portava la firma di Giuseppe Di Vittorio.

Giace in Parlamento la proposta di iniziativa popolare della Cgil su diritti e lavoro

Così come si dimentica che esiste una proposta di legge di iniziativa popolare, la “Carta dei diritti universali del lavoro” con la consegna al Parlamento di  un milione e 150 mila firme di cittadini che l’hanno sottoscritta, frutto di oltre 41 mila assemblee promosse dalla Cgil cui hanno partecipato iscritti e non iscritti. Centinaia di scatoloni contenenti le firme sono stati portati in piazza Montecitorio, quasi un anno fa. Susanna Camusso venne ricevuta dalla presidente della Camera, Laura Boldrini, che sabato era presente alla manifestazione di Piazza Santi Apostoli. La segretaria generale della Cgil colse l’occasione per far presente alla presidente “il lungo viaggio per l’Italia della Cgil sui temi del lavoro, sul desiderio di una nuova legge che ritorni a far avere diritti e tutele a tutte le persone che lavorano, indipendentemente da rapporto di lavoro e contratto”. Le Camere non hanno ancora trovato spazio e tempo per aprire una discussione su questa iniziativa, “la riscrittura del diritto del lavoro – affermava la Cgil – in nome di un principio di uguaglianza che mette al centro le tutele dei lavoratori, in questi anni attaccate e indebolite da un pervicace processo di destrutturazione. Le tutele di tutti, non solo dei subordinati pubblici e privati, la Cgil parla anche a tutta la galassia dei lavoratori parasubordinati, veri o finti autonomi, a professionisti e atipici, flessibili, precari, discontinui”.

Se questo è il quadro d’insieme, economico, politico, sindacale, i nuovi dati diffusi da Istat  malgrado i “governativi” si affrettino a dire che in fondo si tratta di una sorta di “incidente di percorso” ma che il quadro generale si mantiene positivo, non può che suscitare  un forte allarme. In un solo mese gli Uffici di statistica registrano un calo di 51 mila persone rispetto ad aprile, la disoccupazione risale all’11,3% un più 0,2 %. Alla lettura dei numeri si scopre che “reggono” i contratti a termine. Contratti che prevedono anche pochi giorni di lavoro come avviene, per esempio a Roma.

Il fallimento del Jobs act, invariato il tasso di inattività. Fanalino di coda in Eurozona

Quel Jobs act che doveva assicurare  il lavoro a tempo indeterminato mostra sempre più il fallimento. Per i giovani ancora segnale rosso, la quota dei senza lavoro risale al 37% con un incremento rispetto ad aprile di 1,8 %. Rispetto al maggio di un anno fa   ci sono solo 140 mila lavoratori in più, a tempo determinato in particolare. E non gli 800 mila sbandierati dal trio Renzi, Padoan, Poletti. Resta invariato il tasso di inattività, pari al 34,8%. Il raffronto con i dati resi noti da Eurostat mostra che in Eurozona il tasso di disoccupazione si è attestato a maggio al 9,3%, stabile rispetto ad aprile e in calo rispetto al 10,2% rispetto allo stesso mese del 2016: è il minimo dal marzo 2009. Noi arranchiamo in coda. Per quanto riguarda la disoccupazione giovanile nella zona euro a maggio è rimasta stabile a 18,9% rispetto ad aprile. Quello italiano è stato l’aumento più consistente di tutta la Ue, ci precedono Grecia (46,6% a marzo 2017) e Spagna (38,6%). La disoccupazione giovanile più bassa si registra invece in Germania (6,7%) e Olanda (9%).

Martini (Cgil): la cause degli infortuni sono le stesse di mezzo secolo fa

Passiamo su un altro fronte, quello degli infortuni sul lavoro. I dati si ricavano dalle rilevazioni di ministero del Lavoro, Istat, Inps e Inail contenute nella “Nota trimestrale congiunta sulle tendenze dell’occupazione”.  Nel primo trimestre del 2017 le denunce di morti bianche aumentano del 12,4% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. Gli infortuni sul lavoro con esito mortale denunciati sono stati 190 contro  169 del primo trimestre 2016. Complessivamente gli infortuni sul lavoro denunciati all’Inail nel primo trimestre sono stati 134 mila (di cui 112 mila in occasione di lavoro e 22 mila in itinere), in aumento del 5,9% (+7.430 denunce) rispetto al primo trimestre del 2016.  Gli infortuni in occasione di lavoro hanno visto un aumento del 18,5%. A fronte di un calo in agricoltura (-10 decessi), l’aumento si concentra nell’industria e nei servizi (+31 decessi), a partire da commercio, sanità e trasporto-magazzinaggio.

“Da tempo la Cgil – commenta su Rassegna sindacale il segretario confederale della Cgil, Franco Martini – denuncia le politiche di svalorizzazione del lavoro condotte da anni nel nostro Paese e che, con gli ultimi governi, hanno visto ulteriormente abbassata la soglia dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Ancora una volta, la ricerca di una maggiore produttività non avviene investendo sulla qualità dei fattori di impresa, a iniziare da quella principale, il lavoro”. “Le cause degli infortuni, mortali e non, che sono le stesse di mezzo secolo fa – prosegue – dimostrano che l’innovazione è tanto predicata quanto poco praticata, a tutti i livelli ed in tutti i settori produttivi”.

Sicurezza sul lavoro, contro l’economia illegale, zone di frontiera, dumping contrattuale

“La battaglia per la sicurezza sul lavoro va condotta congiuntamente da parti sociali e istituzioni, con una strategia nazionale che il nostro Paese, tra gli ultimi in Europa, non ha ancora messo a punto. Va combattuta con leggi coerenti e trasversali, poiché l’economia illegale, le zone di frontiera come gli appalti, il dumping contrattuale, costituiscono territori dove i rischi sono maggiori”. “Va combattuta – aggiunge – con politiche mirate che vanno dai controlli, da intensificare, al rilancio della prevenzione nei luoghi di lavoro, valorizzando i rappresentanti aziendali e territoriali alla sicurezza. Motivi per cui i sindacati, unitariamente, hanno aperto un confronto con il ministero del Lavoro. Ma per rendere efficaci questi interventi – sottolinea il segretario confederale della Cgil – occorre cambiare segno alle politiche sul lavoro e per lo sviluppo. Senza investimenti, pubblici e privati, il sistema produttivo resterà arretrato, inducendo al maggior sfruttamento della risorsa umana. Senza un nuovo diritto del lavoro, la cultura della sicurezza rischia di cedere definitivamente il passo alle diverse forme di monetizzazione del rischio. Soprattutto – conclude Martini – senza la creazione di nuovi, veri posti di lavoro, oltre la droga degli incentivi, la mancanza di occupazione non potrà che alimentare la spinta ad un lavoro ‘qualunque esso sia’, quindi anche a rischio della vita, o, addirittura, alla rinuncia ad una vita priva di prospettiva, come testimonia tragicamente il dramma della disoccupata di Torino che si è data fuoco per la disperazione”.

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