Leggi e decreti, il governo in bambola non ne azzecca una. Senato e Camera sotto pressione. Renzi dopo la raffica di sconfitte ha bisogno di riempire il carniere. Antimafia, tortura, banche, accozzaglia a passo di carica

Leggi e decreti, il governo in bambola non ne azzecca una. Senato e Camera sotto pressione. Renzi dopo la raffica di sconfitte ha bisogno di riempire il carniere. Antimafia, tortura, banche, accozzaglia a passo di carica

Governo in bambola. C’è chi dà la colpa al caldo, la realtà è che siamo di fronte ad insipienza, tentativi maldestri, da furbetti del quartierino, di cambiare le carte in tavola su provvedimenti importanti all’esame di Camera e Senato, Commissioni e Aula. La maggioranza a geometria variabile, un giorno ci sono gli alfaniani, il giorno seguente non ci sono più, il capo, si fa per dire, di ciò che resta, concede la libertà di voto. Ognuno faccia ciò che vuole. Le maggioranze cambiano, con imbarazzo in particolare dei parlamentari di Articolo1-Mdp che usciti dal Pd decisero comunque di sostenere il governo Gentiloni a patto che i provvedimenti proposti e adottati fossero “potabili”. La loro “sopportabilità” sembra giunta pressoché al capolinea. Enrico Rossi, il presidente della Regione Toscana, uno dei fondatori con Bersani, D’Alema, intervenendo ad un convegno in cui si parlava di Corbyn – un richiamo al socialismo – sul governo Gentiloni ha usato parole che non lasciano adito a dubbi. Lo definisce “fotocopia sbiadita del governo Renzi, da cui dobbiamo prendere rapidamente le distanze”.

I contenuti delle leggi non interessano, basta approvare il titolo

Quello che sta avvenendo nelle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama è il segno che siamo allo sbando. Non si può, al tempo stesso, obbedire a Renzi Matteo, il quale deve portare a casa il più possibile di provvedimenti approvati su problemi di grande rilievo e impatto pubblico, il codice antimafia, il decreto che salva le Banche venete, la legge sulla tortura, poi lo Ius soli. I contenuti non importano, basta approvare il titolo. Accade così che la stessa scrittura dei testi farebbe rabbrividire uno studente di scuola media. Un professore segnerebbe in rosso, darebbe un voto non superiore al quattro. Non si tratta solo di scrittura. I contenuti suscitano proteste, anche  da parte di chi, per dovere, li vota. Accade per esempio che si va in Commissione dimenticando di indicare la fonte di finanziamento di questa o quella legge per cui si deve ricorrere alla Ragioneria dello Stato perché in fretta e furia recuperi, da qualche parte, due o tre miliardi, quasi fossero noccioline. Per quanto riguarda la legge sulla tortura non ci si riconosce più neppure il presentatore, Luigi Manconi. Il Consiglio europeo sui diritti umani ne dice peste e corna. Le associazioni che da anni si battono contro  l’uso della tortura hanno un diavolo per capello. Se la prende anche chi dice “meglio che nulla”. Il presidente del Pd Orfini dice che si tratta di “una legge inutile”. Se lo afferma lui c’è da crederci, magari poteva pensarci prima che avvenisse il fattaccio. Ma ancora. Renzi vuole che si approvino più leggi possibile, decreti, voti  di fiducia. Deve far vedere che tornato lui a fare il capo del Pd, non dimentica di pronunciare due o tre volte al giorno discorsi, interventi, interviste, in cui, bando alle ciance, si fa sul serio. Altro che discutere di alleanze fra due o trecento persone, noi, anzi lui, si fa sul serio, una legge dopo l’altra. Fa talmente sul serio che non sente storie. Ci sono parlamentari del Pd che borbottano, i Cuperlo, gli Orlando? Io, dice il capo, ho vinto le primarie. Punto.

Ignorati i pareri di giuristi, costituzionalisti, ex presidenti della Consulta

Ci sono emeriti giuristi, già presidenti della Corte Costituzionale, magistrati, avvocati  che dopo aver letto il testo del codice antimafia storcono la bocca. C’è anche Cantone il quale si è stufato di dire sempre sì. Addirittura  personalità come Cassese e Violante esprimono dissenso. C’è Nordio, non un pericoloso rivoluzionario, non un magistrato dei “rossi”, il quale dice che la legge che esce dal Senato sarà “inapplicabile”. Molti senatori, non solo quelli delle opposizioni fanno presente che sarebbe il caso di approvare qualche emendamento ad hoc, evitando che la Camera dove il provvedimento deve arrivare di nuovo sia costretta a ripartire da capo. C’è il rischio che  questa legge si impantani e, visto che ci si avvicina alle elezioni, non se ne faccia più niente. Il dubbio, qualcosa di più, è che i renziadi  vogliano proprio che la legge salti, che la Camera non abbia il tempo per discuterla. Potranno dire che ci hanno provato, ma i gufi al lavoro hanno impedito di approvare il provvedimento cui tenevano tanto.

Giochetti e scherzetti, il caso del decreto salva banche venete. Un assist per M5S

Non basta. Ci sono anche i giochetti, gli scherzetti. Prendiamo il decreto che salva le banche venete. C’è un testo che non è proprio il non plus ultra. Malumore anche nel gruppo Pd. Da Bruxelles i Commissari Ue fanno sapere che lo stato in cui si trova la politica italiana non è proprio il più adatto per affrontare la crisi bancaria. Padoan non sente storie. Il ministro se la prende con chi, nel Pd, leggi il presidente della regione Puglia, per esempio, dice che il decreto è “invotabile”. Il governo che fa? Presenta un emendamento in Commissione Finanze della Camera che riscrive il testo base, un modo come un altro per evitare la discussione sugli emendamenti, ben settecento. Una specie di gioco delle tre carte in cui vince sempre chi tiene il mazzo. Le opposizioni se ne accorgono, l’emendamento sarebbe stato dichiarato inammissibile dalla Commissione. Allora i Pd lo ritirano.

Questi Pd, di fatto, offrono ai 5 Stelle un assist e loro partono all’attacco. Parlano di “porcata procedurale di proporzioni mai viste. Hanno la fretta del maggiordomo zelante che serve il “padrone” Banca Intesa, ma al tempo stesso devono modificare ampie parti del decreto. Dunque, invece di presentare normali emendamenti che poi andrebbero discussi e votati in corrispondenza di quel dato articolo, stanno aggiungendo alla parte iniziale del testo interi articoli ex novo che modificano quelli successivi e che saranno votati in quattro e quattr’otto senza entrare nel merito”.

“Il maggiordomo di  Banca Intesa – proseguono –  è scivolato sulla cera del parquet. Il Governo è nel pallone totale. Prima presenta un emendamento al decreto banche venete, che peraltro contempla ancora nuove garanzie a Intesa, e poi lo ritira a seguito del giudizio di inammissibilità da parte della Commissione. Saremmo alle comiche, se la situazione non fosse drammatica per il Paese”, hanno commentato i deputati M5S della Commissione Finanze della Camera che sta esaminando il provvedimento. Risponde il Pd  Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia, uno che viene dalla Cisl, la sua formazione, associazionismo democristiano, e sarebbe stato meglio se avesse taciuto.

Il sottosegretario Baretta avrebbe fatto meglio a non intervenire

“La proposta del governo era migliorativa”. L’emendamento del governo al decreto per il salvataggio delle banche venete “era stato presentato – dice – per necessità valide di miglioramento del testo per la sua funzionalità, ma è stato ritirato per rispetto del Parlamento perché potevano configurarsi profili di inammissibilità”.  “Alcune di quelle modifiche – ha aggiunto – possono essere assolutamente considerate come migliorative del testo, come quella sulla Sga, ma considerati i profili di inammissibilità, garbo istituzionale vuole che evitiamo il conflitto politico”.

Non c’è che dire. Come si fa a prendersela con uno come Baretta, sottosegretario, che parla di “garbo istituzionale”? Non vuol dire niente, ma fa tanto figo.

Share