Il Rapporto della Fondazione Di Vittorio-Techné: un italiano su tre è più povero di un anno fa

Il Rapporto della Fondazione Di Vittorio-Techné: un italiano su tre è più povero di un anno fa

“L’indagine della Fondazione Di Vittorio e Tecnè, conferma sul tema delle diseguaglianze, della vulnerabilità sociale e della fiducia economica, il clima che costantemente ci viene rappresentato nei luoghi di lavoro”. Così il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso. “Gli effetti di una crisi lunghissima e ancora non conclusa – aggiunge la leader della Cgil – hanno fatto sedimentare nelle persone e nei lavoratori un senso di incertezza e di sfiducia. Per ribaltare questo stato di cose, non serve né l’ottimismo di maniera né interventi spot, ma un’azione coordinata e stabile che punti a rafforzare lo sviluppo e a dare certezze per il futuro. Servono anzitutto investimenti produttivi, a partire da quelli pubblici anche come forma di traino verso quelli privati, da non computare nel fiscal compact. Questo è il vero contenzioso economico da aprire in Europa e che vedrebbe concordi molti altri paesi europei”.

Per Camusso è necessario “un lavoro stabile e di qualità che guardi alle trasformazioni tecnologiche e future. E’ troppo grande, infatti, l’area di chi non lavora in Italia e di chi ha un lavoro precario. Per questo, collegato agli investimenti, serve un piano per il lavoro e un corredo di diritti come quello previsto nel Piano del lavoro e nella Carta dei diritti universali del lavoro della Cgil”. “Servono, inoltre, nella prossima legge di bilancio, – aggiunge il segretario della Cgil – interventi straordinari per la formazione, cambiare la Legge Fornero, garantire a tutti l’accesso ad un welfare di qualità inteso come motore di sviluppo. E serve un’azione seria contro le diseguaglianze, a partire da una riforma fiscale che, abbandonando le tentazioni classiste di chi parla di flat-tax, ridia senso e sostanza alla progressività fiscale”. “Solo un progetto coordinato e condiviso, che affronti l’insieme di questi argomenti, – conclude Camusso – è in grado di cambiare le cose e di invertire questo diffuso senso di sfiducia”.

Di seguito, la sintesi del Rapporto Fondazione Di Vittorio-Techné su “fiducia economica, disuguaglianze, vulnerabilità sociale

L’indice della fiducia economica è un fondamentale indicatore dello stato di salute del Paese che aiuta a decifrare i problemi dello sviluppo e più in generale della condizione delle persone. Molte analisi, fra cui anche quella di Tecnè e della Fondazione Di Vittorio, evidenziano più che un miglioramento effettivo delle condizioni economiche degli italiani, un rallentamento del processo di deterioramento e il permanere di un sentimento di prevalente sfiducia di cui non può non risentirne l’evoluzione della situazione economica e sociale dell’Italia. Dati che non stupiscono visti i livelli ancora elevati di disoccupazione, il numero altissimo delle persone in povertà o che rinunciano a curarsi per mancanza di mezzi. A questi si aggiunge quell’area di “fragilità economica e sociale”, prevalentemente composta di persone che hanno un reddito appena sufficiente a tirare avanti e che rischiano di scivolare verso condizioni di povertà o semi-povertà di fronte a eventi improvvisi come una separazione o una grave malattia.

La permanenza dell’indice sotto quota 50 (condizione di stabilità) deriva dal fatto che quanti continuano a peggiorare la propria condizione economica sono ancora molti di più di quanti, invece, la migliorano. Il miglioramento dell’indice è determinato, soprattutto, dalla sostanziale stabilizzazione dello “stato di fatto” (il 62% considera la sua situazione invariata nell’ultimo anno) e non a una consistente ripresa della condizione delle persone che riguarda, invece, solo il 6% degli intervistati. Oltretutto nel secondo trimestre di quest’anno risale al 32% chi considera peggiorata la propria situazione economica (era il 27% nel precedente), facendo quindi scendere l’indice da 44 a 43, ancora assai lontano da 50 che rappresenta la fine della fase di deterioramento. Dopo un periodo così lungo, il permanere di condizione difficili per una quota consistente di popolazione, non può che portare a un pessimismo sulle attese per i prossimi dodici mesi.

Il 20% degli intervistati, infatti, teme un ulteriore peggioramento delle proprie condizioni economiche nel prossimo futuro, il 70% pensa che non cambierà nulla e solo il 10% si attende un miglioramento, con l’indice specifico che scende di un punto rispetto al trimestre precedente (da 48 a 47). In questo quadro solo il 4% si sente economicamente e socialmente più “sicuro” rispetto a un anno fa, mentre il 24% si sente più vulnerabile e fragile. Nel complesso solo il 22% vive una condizione di serenità economica e sociale, il 46% dichiara di trovarsi in una condizione di equilibrio instabile e il 32% vive costanti o gravi difficoltà economiche. Il lavoro svolge ancora un effetto positivo, ma in modo meno accentuato rispetto al passato. Se, infatti, fra i lavoratori dipendenti scende al 20% la quota di chi si ritiene con difficoltà economiche, sale invece al 58% la percentuale di coloro che dichiarano di sentirsi poco tranquilli, in equilibrio instabile. Si tratta di un fenomeno più volte denunciato ma che trova un’ennesima ed evidente conferma in questi dati di un lavoro che si impoverisce e si precarizza contribuendo, sulla base di questa condizione reale, a creare un generale effetto di scarsa fiducia fortemente basato anche sul crescere delle diseguaglianze.

Diseguaglianze che tutti riconoscono essere uno dei fattori della grande crisi, ma che anche questi dati confermano, essere ancora oggi un fattore fondamentale di freno, con ben il 71% di chi si considera in gravi difficoltà economiche che dichiara che la propria condizione economica è ulteriormente peggiorata rispetto a un anno fa mentre circa un quarto di quanti vivono una condizione economica serena dichiara di averla migliorata. L’ascensore sociale rispetto al periodo pre-crisi si è bloccato per il 55% delle persone. Sale per un ristretto 7% che dichiara di aver migliorato la propria condizione ma scende per il 38% degli intervistati.

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