Traffico di armi: come sempre business as usual. Gli Stati Uniti, il Qatar, l’Arabia Saudita, l’Italia, la Libia…

Traffico di armi: come sempre business as usual. Gli Stati Uniti, il Qatar, l’Arabia Saudita, l’Italia, la Libia…

Della serie: “notizie” che scivolano via, e che invece un po’ di attenzione la meritano. Metterle in fila può essere utile; poi ognuno ne ricavi il succo che più crede. Il 6 giugno scorso il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, via twitter esulta: “…extremism, and all reference was pointing to Qatar. Perhaps this will be the beginning of the end to the horror of terrorism!”. L’isolamento del Qatar decretato da Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Yemen e Maldive “potrebbe essere l’inizio della fine del terrorismo…’E’ bello vedere che la visita in Arabia Saudita e l’incontro con i 50 stati sta ripagando. Hanno detto che avrebbero assunto la linea dura sui finanziamenti al terrorismo, puntando al Qatar. Forse questo sarà l’inizio della fine dell’orrore del terrorismo”.

Quasi contemporaneamente un portavoce del Dipartimento della difesa statunitense dichiara che “il Pentagono è grato al Qatar per il sostegno alla presenza militare statunitense” nel paese arabo e per “l’impegno duraturo per la sicurezza regionale”. Che diavolo succede? Sempre il portavoce aggiunge: “Non abbiamo intenzione di cambiare la nostra posizione in Qatar”; poi assicura: “La crisi nata nel Golfo non avrà impatti sulle operazioni militari statunitensi”. Alla domanda se il Qatar sia un sostenitore del terrorismo, risponde: “Non sono la persona giusta a cui chiederlo”. Ricorda però che in Qatar è presente il quartiere generale dello Usa Central command, che supervisiona le operazioni militari statunitensi in Afghanistan e nel Medio Oriente. Nel piccolo emirato si trova la grande base aeronautica statunitense di al-Udeid, “ospita” ben diecimila militari; e ogni giorno da lì partono i caccia che bombardano le postazioni ISIS in Siria e in Irak.

Sarà per accelerare la fine “dell’orrore del terrorismo”, per dare maggiore concretezza alla linea dura “sui finanziamenti al terrorismo, puntando al Qatar”, emirato accusato da Trump di essere “un finanziatore del terrorismo ad altissimo livello” che il segretario alla Difesa, Jim Mattis accoglie a Washington il collega qatariota Khalid al Attiyah, e con lui sigla un accordo per la fornitura di 36 caccia F-15 americani a Doha. E’ una commessa da 12 miliardi di dollari che “rafforza la sicurezza nella regione”, afferma il Pentagono; sempre il Pentagono ricorda che così si dà attuazione a un accorda che risale al novembre del 2016: quando alla Casa Bianca c’era ancora Barack Obama; e che il Congresso ha approvato una fornitura complessiva di 72 F-15, per un valore di 21 miliardi di dollari.

Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrein portano avanti l’embargo economico e finanziario contro il Qatar; il presidente Trump esulta; intanto il complesso militare-industriale statunitense fa affari: aurea regola quella del business as usual. La firma al Pentagono è immortalata in una foto e postata su twitter dall’ambasciatore qatariota negli Stati Uniti, Meshal Hamad al-Thani. Com’era quel titolo di quell’amarissimo film con Alberto Sordi che interpreta Pietro Chiocca, spregiudicato spacciatore internazionale di armi in giro per i paesi del Terzo Mondo dilaniati dalle guerre civili? “Finché c’è guerra, c’è speranza”, si chiama quel film.

Accade che l’ONU, in un suo rapporto parli di alcune lucrose consegne di armi partite dagli Emirati Arabi Uniti e finite in Libia. Ne parla il quotidiano “Avvenire che è tra i pochi ad essere sensibile a queste tematiche, e dispone di informazioni e notizie di prima mano. Sono armi che gli Emirati Arabi hanno acquistato dall’Italia. Una triangolazione, insomma. Si assicura che i produttori non ne fossero a conoscenza. Ma non occorre molta immaginazione per sapere che le armi vanno a finire nelle mani di chi le usa; e solo chi le usa ha interesse ad acquistarle; e naturalmente chi le produce e le vende (a caro prezzo), a chi volete che le dia, alla fine di mille giri, se non a chi le utilizza? Dunque, le smentite, i “non so”, “non risulta” lasciano il tempo che trovano.

Le prime informazioni su questi traffici sono venute da “Middle East Eye”: si parla, tra l’altro, di elicotteri da guerra, cacciabombardieri e blindati partiti dagli Emirati e destinati alle forze del generale Khalifa Haftar, nemico giurato del governo di Tripoli. Tra le spedizioni ricostruite dagli investigatori dell’Onu, una è avvenuta nell’aprile 2016: un cargo saudita partito dagli Emirati ha scaricato a Tobruk, quartier generale di Haftar, 90 mezzi blindati e almeno 500 veicoli. L’Italia, e la comunità internazionale sostengono e riconoscono il governo di  Fayez Serraj, ma armi italiane (ma anche statunitensi) a nostra insaputa (a nostra “saputa”, la sostanza non cambia), finiscono nelle mani delle milizie dell’acerrimo nemico di Serraj, il generale Haftar.

Gli Stati Uniti vendono armamenti pesanti al Qatar, paese che viene “isolato” per il suo sostegno ai movimenti islamisti terroristi, allo scopo di destabilizzare la regione e accattivarsi così le simpatie dell’Iran: la maggiore potenza sciita, rivale storico dell’Arabia Saudita, a cui contende il ruolo di potenza regionale. Per non parlare della neppure troppo celata preoccupazione di Israele che equipaggiamenti sofisticati siano venduti ad alcuni paesi del Golfo, e da lì passare i mani sbagliate (come appunto accade per le armi italiane vendute agli Emirati). Più o meno il puzzle è questo. E passi (si fa per dire) la spregiudicatezza e il cinismo dei mercanti del complesso militare industriale; ma quando a ricoprire incarichi di responsabilità e potere ci sono personaggi come Trump capaci di far rimpiangere buoni a nulla capaci di tutto come George W. Bush e Tony Blair?

Share