Londra. Ai laburisti anche l’ultimo collegio conteso, Kensington, da sempre feudo tory. I blairiani fanno autocritica. I conservatori e la May nella bufera

Londra. Ai laburisti anche l’ultimo collegio conteso, Kensington, da sempre feudo tory. I blairiani fanno autocritica. I conservatori e la May nella bufera

L’ultima ironia della sorte nelle elezioni britanniche di giovedì 8 giugno è stata l’attribuzione del collegio di Kensington ai Laburisti con uno scarto di soli venti voti. Dove risiede l’ironia? Kensington è la più ricca constituency (così si chiamano i collegi elettorali) di Londra, e fino a giovedì scorso era una roccaforte del voto conservatore, al punto che là i laburisti non avevano mai vinto. Al termine di un serrato testa a testa tra le due candidate, la conservatrice Victoria Borwick, e la laburista Emma Dent Coad, dal cilindro è volato il risultato che non t’aspetti, per soli venti voti. La candidata laburista ha raggranellato 16.333 voti pari al 42,23% (un gran bel successo) e la rappresentate dei Tories 16.313, pari al 42,18%, e c’è voluto un triplo conteggio delle schede avvenuto sabato, prima di attribuire il seggio numero 262 ai laburisti di Jeremy Corbyn. Ma la vicenda di Kensington ha assunto un enorme significato politico, spiegato dalla stessa vincitrice, Emma Dent Coad: “questa constituency è un microcosmo di tutto quanto è sbagliato in questo Paese, dopo sette anni di governo conservatore incompetente e cinico. Farò tutto quanto è in mio potere nei prossimi cinque anni per rendere Kensington un esempio di umanità, di reciproco rispetto per tutte le nostre comunità e di giustizia sociale per creare una società tollerante, cooperativa, gentile, nella quale tutti possano prosperare”. Per chi ancora, in Italia, non avesse compreso per quale ragione fortissima i laburisti hanno ottenuto quel successo, è opportuno che si rilegga le dichiarazioni di questa neodeputata, partita in nettissimo svantaggio nel collegio dei ricchi (c’è anche Notting Hill) e risultata vincente, come mai era accaduto prima. Nessun cedimento al politicismo, ma una filosofia del cambiamento, un messaggio di trasformazione sociale.

Corbyn si prepara al Queen’s alternative speech. I blairiani fanno mea culpa, neppure loro avevano capito la Gran Bretagna

Nel frattempo, il team di Jeremy Corbyn si prepara a quello che nella tradizione britannica viene definito alternative speech della Regina, per sfidare la designazione di Theresa May come capo del governo, proprio perché l’unico leader uscito rafforzato dalle elezioni è proprio il capo dei laburisti, e in modo uniforme in tutto il Paese, tra l’altro battendo in 32 casi deputati uscenti conservatori, indipendentisti scozzesi e liberaldemocratici. Inoltre, come affermano negli ambienti laburisti vicini a Corbyn, la regina sa bene che è dalla vittoria di Clement Attlee nel 1945 che non si vedeva una crescita così grande (circa l’11% dei voti) in un’elezione britannica. Ormai, nel Partito laburista sono tutti d’accordo che la vittoria elettorale abbia cementato la leadership di Corbyn, che appena un anno fa aveva ricevuto lo schiaffo della sfiducia da parte di 172 deputati laburisti, che lo ritenevano “troppo massimalista per vincere”. Ovviamente, nel Labour si aprirà tra poche ore un confronto duro tra coloro che perfino nella campagna elettorale hanno remato contro Corbyn, i blairiani soprattutto, e i sostenitori del leader, a cominciare dai capi delle Unions, i sindacati, che lo hanno voluto e tenacemente sostenuto, per finire ai giovani britannici che in massa sono corsi alle urne per votare laburista. Tuttavia, con molta onestà intellettuale alcuni dei blairiani, subito dopo i risultati, hanno presentato pubbliche scuse a Corbyn, ammettendo di aver sbagliato a credere che non avesse l’appeal giusto per essere credibile in tutto il Paese. L’avversario più tenace di Corbyn, quell’Owen Smith che aveva perso la corsa alla leadership, ha dovuto ammettere: “chiaramente ho sbagliato a pensare che Jeremy fosse incapace di fare bene il capo e credo che egli abbia dimostrato come io e molti di noi avessimo sbagliato. Gli devo delle scuse, e mi tolgo il cappello”. Il blairiano Smith è andato anche oltre, e a chi gli chiedeva se il merito della vittoria fosse più Corbyn che del Labour, ha dovuto nuovamente ammettere: “è merito di entrambi. Abbiamo parlato con tanta gente che non votava più da anni dirci che aveva votato laburista, perché ispirati dalle politiche, dai programmi, e perciò, non da Jeremy”.

Dalla parte dei Tory ecco lo psicodramma da sconfitta. Saltano le prime due teste, i responsabili della campagna elettorale, Fiona Hill e Nick Timothy

Sul fronte dei conservatori, si consuma lo psicodramma della premier Theresa May, la grande sconfitta. Intanto, è stata costretta a sacrificare due stretti consiglieri, Fiona Hill e Nick Timothy, perché le recriminazioni interne crescevano troppo di ora in ora all’interno del partito. Ai due responsabili della campagna elettorale sono state attribuite tutte le responsabilità del fallimento, politico e strategico, della campagna elettorale. La loro rimozione dal numero 10 di Downing Street, dove ha sede la presidenza del Consiglio, è una chiara dimostrazione della debolezza di Therea May all’indomani delle elezioni. Insomma, è stata privata delle due persone a lei più vicine e nelle quali nutriva la massima fiducia, da sempre con lei, fin da quando era ministra dell’Interno. Sono stati cacciati per troppo potere di influenza sulla May. Hill, abbandonando il suo posto, ha voluto essere molto “istituzionale”: “è stato un piacere servire nel governo e lavorare con un’eccellente primo ministro. Non alcun dubbio che Theresa May continuerà a servire e a lavorare duramente come primo ministro, e lo farà brillantemente”. Istituzionale, certo, ma anche molto ironico. Tanto che ha voluto trascinare nella polvere anche i due guru della comunicazione – che non ne hanno azzeccata una, dalla Clinton a Renzi – Lynton Crosby, e soprattutto Jim Messina, costato al Pd la bellezza di 400mila euro per consulenze. Hill, ad un certo punto,  costretto a dire la verità su ciò che andava visto e che invece i guru non hanno saputo, o voluto, vedere: “la Gran Bretagna è un paese diviso, molti sono stanchi di austerity, molti sono incazzati per la Brexit e tantissimi giovani avvertono la mancanza di opportunità, di quelle opportunità di cui avevano goduto i loro padri”. Più chiaro di così non si poteva.

Infine, l’altra manifestazione psicodrammatica di debolezza della May è nel processo di rinonima dei ministri. Gran parte dei dirigenti Tories hanno affermato sabato che la May è talmente isolata da sopravvivere solo se si mette mano a una ragionevole transizione. In sostanza, essi non vedono alcun futuro politico e di governo per la May, ma “per ora, ha il dovere di stare là”, dicono.

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