Legge elettorale. Il patto Renzi-Berlusconi-Grillo dà vita ad un Arlecchinum caotico, imbarazzante, ma soprattutto antidemocratico e incostituzionale

Legge elettorale. Il patto Renzi-Berlusconi-Grillo dà vita ad un Arlecchinum caotico, imbarazzante, ma soprattutto antidemocratico e incostituzionale

Sembra che in Commissione Affari costituzionali della Camera, dove si è trascorso il week end sulla riforma elettorale, a partire da quell’obbrobrioso testo base presentato dal relatore Pd Emanuele Fiano, il Fianellum, appunto, sia andato in scena il seguente siparietto, che illustra molto bene lo stato dei lavori. “Ladri di democrazia…”, con questa espressione, Arcangelo Sannicandro, rappresentante di Mdp, ha bollato l’accordo Pd-M5s-Fi-Lega sulla riforma elettorale. Quelle parole hanno fatto insorgere il relatore Pd Emanuele Fiano che sulla nuova legge elettorale ci ha messo la faccia e la firma. Fiano si è sgolato in Commissione per chiedere le scuse e il ritiro di quella definizione: “non lo permetto”, ha urlato ai microfoni, dando sulla voce anche al presidente della commissione Andrea Mazziotti che ha fatto molta fatica più per calmare il relatore che l’autore della frase ritenuta offensiva. Ma lo stesso Sannicandro ha portato soccorso a Mazziotti, cercando di placare la rabbia di Fiano. “Ritiro l’espressione e chiedo se posso usare l’espressione ‘esproprio’ di democrazia…”, ha esclamato il deputato di Mdp. Alla provocazione, il Pd Giachetti ha aggiunto la sua reazione risentita a quella di Fiano. Al che Sannicandro, auspice il presidente Mazziotti: “passo all’espressione ‘elargitori di democrazia’ e chiudiamola qui…”. Questo breve, ma molto significativo siparietto, racconta più di mille parole quel che nelle segrete stanze della Camera sta accadendo in materia di legge elettorale, grazie al patto di ferro tra Renzi, Grillo, Berlusconi e Salvini, tutti con interessi convergenti su singoli punti del sistema che martedì 6 giugno sarà portato in Aula.

Il patto Renzi-Grillo-Berlusconi-Salvini alla fine ha retto sugli interessi di ciascuno, modificando solo parti insignificanti

I lavori in Commissione, rinviati ieri sera per dar modo ai deputati di godersi la partita di finale della Champions, sono iniziati attorno a mezzogiorno di domenica e si sono protratti fino alle 22: una maratona in sala del Mappamondo di undici ore, con 45 minuti di pausa pranzo e 30 di pausa merenda nel pomeriggio (se il risultato è quello che sta emergendo, potevano pure farne a meno, della maratona, bastava mettersi attorno a un tavolo in quattro). A disposizione la commissione ha anche la giornata di lunedì fino alle 17. Per quell’ora è stato indicato dal presidente Andrea Mazziotti il termine ultimo per dare il mandato al relatore Fiano a riferire in Aula: sull’intera riforma se sarà stata approvata oppure su quanto si è approvato e quanto rinviato alla decisione dell’Aula. La scelta “politica” delle prime 4 forze politiche è infatti di provare a mettere in votazione tutti gli oltre 700 emendamenti agli atti, dando spazio agli oppositori. Ma, al contempo, di tenere saldissimo il termine ultimo di martedì alle 12 per iniziare l’esame in aula. “Non possono esserci su questo – ha puntualizzato il capogruppo Pd Ettore Rosato – ulteriori rinvii. Possiamo anche arrivare in assemblea senza voto finale della commissione e ripresentare in quella sede gli emendamenti che la commissione non avrà esaminato”. Entro giovedì 8 giugno infatti deve arrivare il voto finale della Camera, in modo da trasmettere la nuova legge elettorale al Senato intorno al 10 giugno, con un mese di tempo a disposizione per esaminarla e votarla.

La prima parte della maratona ha confermato la solidità dell’intesa politica fra le quattro maggiori forze rappresentate in Parlamento, con il no compatto di Pd-M5s-Fi-Lega alle richieste di modifiche rispettivamente di Mdp e Sinistra Italiana di stare dentro il perimetro indicato dai capisaldi del modello tedesco, ovvero consentire il voto disgiunto, prevedendo due schede anzichè una, bocciare le candidature plurime, respingere premi di governabilità di lista, ma soprattutto bocciare la riduzione dei collegi a quelli coincidenti col Senato del Mattarellum che consentirà di poter votare anche il giorno dopo l’approvazione della nuova legge non dovendo più ridisegnarli. Quando in Commissione si è capito che su questi pilastri democratici, derivati dal sistema tedesco, il patto dei quattro non avrebbe avuto cedimenti, a sinistra si è gridato al “furto di democrazia”, poiché questo è in sintesi il testo uscito dalla Commissione dopo l’approvazione dei subemendamenti concordati tra loro.

Ed ecco il pasticciaccio brutto uscito dalla maratona: un testo con enormi problemi di democrazia e costituzionalità

Ecco, infatti, la riforma così come sta uscendo dalla Commissione: SOGLIA DI SBARRAMENTO AL 5% NAZIONALE – Sono eletti in Parlamento solo deputati e senatori collegati sulla scheda a liste di candidati che superino il 5% nazionale di consenso. – UN SOLO VOTO, UNA SOLA SCHEDA, UNA SOLA CROCE – L’elettore italiano riceverà due schede: una per votare alla Camera e una al Senato. Su ciascuna di esse dovrà mettere una sola croce che attribuirà al contempo il voto per il candidato nel collegio uninominale e per la lista proporzioinale con il suo stesso simbolo (ovvero, si nega il voto disgiunto, trappola che trasforma un proporzionale puro in un maggioritario mascherato). – 60% PROPORZIONALE E 40% MAGGIORITARIO – La nuova legge elettorale è per il 60% proporzionale e per il 40% maggioritaria. Che effetti avrà quest’ultima sciagurata decisione? Di dilatare la dimensione dei collegi, altro modo antidemocratico di interpretare la politica. Facciamo un esempio per chiarire. Oggi in Italia ci sono 60 milioni di residenti (mentre erano circa 55milioni all’epoca del Mattarellum), c’è stata una fortissima crisi economica che ha causato ingenti spostamenti da una parte all’altra del Paese, alcune zone si sono popolate, mentre altre hanno perso milioni di residenti (le aree interne dell’Appennino, e alcuni territori del Nord est, ad esempio). I seggi assegnati con il sistema proporzionale saranno 398 alla Camera e 203 al Senato. I collegi uninominali assegnati con il maggioritario saranno 232 per la Camera e 112 per il Senato. Ora, prendiamo ad esempio la media dei collegi del Senato, ovvero 60 milioni di residenti diviso i 112 collegi, e avremo una cifra mostruosa, che non esiste in alcun Paese al mondo dove si vota con questo sistema. La media dei collegi al Senato è di 535mila residenti. Quale candidato potrà mai sobbarcarsi una campagna elettorale in un collegio di quelle dimensioni? Chi avrà denaro da spendere e/o un partito organizzato a sostegno. Questa è democrazia? Indigna non poco il cedimento dei pentastellati a una regola chiave della democrazia: la possibilità di accesso a chiunque di candidarsi e fare campagna elettorale possibilmente ad armi pari. Non solo si tornerà ad un Parlamento di nominati, ma in molti casi avremo parlamentari selezionati per censo. Si vuole un altro dato a sostegno di questa tesi? In Gran Bretagna, dove si vota col modello Westminster dei collegi uninominali, il collegio più popoloso, o constituency, non supera gli 86mila residenti.

Gli altri emendamenti passati 

28 CIRCOSCRIZIONI ELETTORALI PER ASSEGNARE SEGGI PROPORZIONALI L’Italia viene suddivisa in 28 circoscrizioni elettorali per l’assegnazione dei seggi della quota proporzionale. – LISTE DA 2 A 6 CANDIDATI NELLE CIRCOSCRIZIONI PROPORZIONALI I candidati nella quota proporzionale nelle 28 circoscrizioni territoriali saranno indicati dai partiti in liste che possono avere un minimo di 2 e un massimo di 6 candidati. – CHI VINCE LA SFIDA NEL COLLEGIO ENTRA IN PARLAMENTO Nei collegi vince il candidato che prende più voti. Chi vince nei collegi è sempre eletto in Parlamento, alla sola condizione che la lista di partito a cui è collegato abbia superato lo sbarramento del 5%. – CAPILISTA, ENTRANO DOPO VINCITORI COLLEGI Chi vince nei collegi entra in Parlamento con priorità rispetto a tutti i candidati del suo stesso partito indicati nella lista proporzionale. Solo dopo l’assegnazione dei seggi ai vincitiori nei collegi uninominali infatti saranno assegnati i seggi ai candidati nella proporzionale, come nel tedesco. Si seguirà l’ordine di candidatura in lista. I capilista saranno dunque i primi a entrare dopo i vincitori nei collegi. -CANDIDATURE PLURIME NO, POSSIBILE UN SOLO INCROCIO COLLEGI-LISTE Ci si potrà candidare in contemporanea solo in non più di un collegio maggioritario e una lista proporzionale (in ogni caso, è previsto il paracadute per i leader). – ELETTI I PRIMI SCONFITTI NEI COLLEGI PER CHI NON VINCE NESSUNO Se una lista che supera il 5% non vince nessun collegio il primo a entrare in Parlamento sarà il meglio piazzato fra i non eletti e non i capilista.

Il compromesso tra le convenienze di ciascun contraente del patto ha dunque dato vita a una legge elettorale che da domenica sera potrebbe essere definito un Arlecchinum, caotico, imbarazzante, antidemocratico con evidenti elementi di incostituzionalità. Eppure, il presidente del Senato Grasso li aveva avvertiti. Ma quando anche il deputato Toninelli ammette, usando il politichese e abbarbicandosi sugli specchi, il sostanziale cedimento del suo Movimento (ha scritto così: “Concettualmente il M5S è favorevole al voto disgiunto, ma per determinati motivi, anche politici, devono esserci degli equilibri”. Cosa voglia dire Toninelli, ce lo spiegherà Grillo?) vuol dire che i giochi erano già fatti prima, e vengono confermati ora, nonostante i mille avvertimenti di giuristi, costituzionalisti, scienziati della politica sulle mille lacune del testo. Ma si sa, ormai non ascoltano più nessuno.