La lezione dei ballottaggi. Si apre una stagione politica nuova, senza più roccaforti “rosse”. Sconfitto il Pd senza più radicamento, diventato liquido

La lezione dei ballottaggi. Si apre una stagione politica nuova, senza più roccaforti “rosse”. Sconfitto il Pd senza più radicamento, diventato liquido

Beh, dirà qualcuno, solo chi cade può risorgere. E magari, si può soggiungere, quanto più rovinosa sarà stata la caduta, tanto più gloriosa sarà la resurrezione. Se può valere come scaramanzia, Renzi si appresta a vincere trionfalmente le elezioni politiche. Fuor di celia, dopo il tonfo del 4 dicembre, questa tornata amministrativa segnala un ulteriore forte ridimensionamento dell’area di potere renziana: del Pd, sarebbe più corretto dire, per l’identificazione fra partito e leader, che ha accentuato l’isolamento del maggior partito di governo. Questa volta l’analisi del voto, almeno per ciò che concerne i principali schieramenti, non lascia molto spazio ai venditori di fumo. I numeri sono chiari.

Il centrosinistra governava 15 capoluoghi di provincia e ora solo sette (inserendo in questo novero anche alcune situazioni atipiche come Belluno e Cuneo). Il centrodestra passa da 6 a 16, i grillini perdono l’unico caposaldo (Parma, dove si conferma “l’apostata” Pizzarotti) e traggono una parziale consolazione dal mezzo capoluogo provinciale di Carrara.

Roccheforti rosse?

Questo sul piano numerico. Su di un piano più sostanziale, la sconfitta del centrosinistra è più netta: perché viene sconfitto nelle realtà più significative (come Genova e l’Aquila) e cede molto terreno anche nelle aree che si prosegue a voler considerare roccheforti rosse, come se questo stereotipo avesse ancora ragion d’essere in una stagione politica in cui continuare a immaginare la geopolitica come il prodotto necessario di inveterate tradizioni o addirittura di differenze antropologiche si dimostra insensato. D’ora in avanti, e fin a quando non riappariranno (se riappariranno) caratteristiche di insediamento sociale legate a dinamiche economiche e culturali non effimere, sarà più serio accantonare il lessico delle roccheforti e limitarsi a quello delle incidenze e delle frequenze statistiche.

I numeri di Renzi

Renzi contrappone una tabellina che certifica il successo del centrosinistra in 67 comuni con più di 15.000 abitanti, contro i 59 del centrodestra, i 20 delle liste civiche, gli 8 dei grillini, i 2 del centro e i 2 della sinistra. E’ una verità numerica che non può certamente occultare il calo – tracollo in alcuni casi – dei candidati del centrosinistra nei centri più importanti. Vale per tutti il caso di Genova. Il candidato del centrodestra, Marco Bucci – il classico manager con vocazione politica – partiva con oltre cinque punti di vantaggio. Li ha mantenuti tutti e li ha pure capitalizzati. La sua vittoria ha le seguenti cifre: 55,24 di percentuale e 112.398 voti: quasi dieci punti e 22.000 voti di vantaggio su Gianni Crivello (esponente della vecchia guardia), al quale era stato assegnato il compito (proibitivo) di ottenere una vittoria solo sulle ali di nobili, antichi ideali, mentre la grande metropoli ligure affonda nel disordine, nell’impoverimento, nel degrado urbano. Fine della egemonia “rossa”, come era già finita a livello regionale e come è finita (ancora più sonoramente) a La Spezia, dove Pier Luigi Peracchini travolge con un 59,98 di consensi il socialista Manfredini.

Secondo turno senza rimonte

Una considerazione va fatta. In Liguria, come quasi ovunque, il secondo turno non ha consentito che poche rimonte al centrosinistra. Chi pensava che una miglior organizzazione partitica e la tenuta dell’apparato in una data che vede già molti italiani in clima di vacanze favorisse l’elettorato più “militante”, sbatte la testa. La un tempo vantata capacità della sinistra di reggere meglio sul piano organizzativo, in virtù anche di uno strumento essenziale che si chiamava partito, oggi è quasi del tutto evaporata. Anche il Pd sta diventato un partito liquido (o leggero). Era questo che voleva Matteo Renzi? Eccolo accontentato.

Luoghi comuni accantonati

Questa tornata amministrativa è di grande utilità pedagogica. Fa giustizia di alcuni dei più ossificati luoghi comuni: quello delle tradizioni geopolitiche, quello della militanza generosa che surroga le debolezze dell’apparato, quella delle virtù organizzative della sinistra. Quando la proposta politica è debole e l’orizzonte ideale si riduce al piccolo cabotaggio è difficile reggere il passo con chi urla più forte e soprattutto si presenta come discontinuità rispetto alla desolazione del presente. Va bene chiunque: in questo momento anche il ciarlatanismo alla Trump avrebbe presa.

Il peso della politica nazionale

Parlare di onda lunga della destra, in armonia con quanto avviene altrove è probabilmente eccessivo. Ma è chiaro che sul voto locale ha pesato in maniera risolutiva il clima politico nazionale: più che votare un sindaco, in molti casi, si è deciso di votare l’appartenenza a uno schieramento che dice no all’immigrazione, che nega lo Ius soli (quanta poca accortezza nello sparare un tema così divisivo alla vigilia del voto), che promette i posti di lavoro che il Jobs act ha solo annunciato, che pianifica il solito massiccio calo delle tasse e persino una diffusa indulgenza nella somministrazione delle multe.

La solita berlusconeide

Di questi messaggi ancora una volta è stato il più convinto latore Silvio Berlusconi, che, assai più di Salvini, è il grande beneficiario di queste elezioni amministrative. La destra si è presentata quasi ovunque unita – e dove non lo ha fatto, come in molti comuni del sud, è stata battuta. Ora si torna a parlare di Berlusconi gran federatore, si ripropone per l’ennesima volta lo sketch del vecchio leone che tutti davano sempre per morto e che invece rinasce sempre. Mitologia spicciola. Berlusconi non è mai morto (politicamente) e non è mai rinato. Si sgonfia anno dopo anno, perde progressivamente quota e i fisiologici rimbalzi, che ha ogni organismo in declino vengono propagandisticamente spacciati come grandi resurrezioni. Vincere queste elezioni contro un centrosinistra così sgangherato e una sinistra divisa secondo le migliori tradizioni, non era difficile. Al più si può dire che il ruolo del padrone di Forza Italia è servito a rendere credibilmente aggiogate a interessi complessivi anche le insofferenze di un Salvini.

A Padova sinistra unita

In realtà, laddove la sinistra ha saputo presentarsi unita e, almeno al secondo turno, superare contrasti interni, ha vinto. E vinto bene come a Padova, forse il successo più significativo per il centrosinistra. Giordani non ha stravinto. Ma l’apporto compatto dei voti di Lorenzoni (22,8 al primo turno) gli ha consentito di raggiungere il 51,84 %, 3400 voti in più del sindaco uscente, Bitonci. Il Veneto non è stato avaro di soddisfazioni per il centrosinistra solamente a Padova. Massaro, centrosinistra sui generis, ha fatto il bis a Belluno. A Mira, Marco Dori ha travolto il candidato di centrodestra Antonella Trevisan. A Jesolo il sindaco uscente Valerio Zoggia è stato confermato alla guida di una giunta di centrosinistra. Particolare non secondario: Zoggia è un esponente di Forza Italia che si contrapponeva a un leghista. La domanda è: ha vinto Forza Italia o ha vinto il centrosinistra? E poi c’è il caso di Mira: una delle poche città a guida grillina è passata al centrosinistra (Marco Dori, che ha distanziato di oltre venti punti Antonella Trevisan del centrodestra). Il candidato dei 5 stelle non è neppure arrivato al ballottaggio. Messi alla prova di governo, i grillini, e non solo a Mira, anfanano parecchio.

Grillini: ai ballottaggi va sempre bene

Sui 5 stelle non c’è molto altro da dire. Avevano solo una esperienza forte da esibire, quella di Pizzarotti a Parma e sappiamo come è andata. Stavolta hanno ottenuto solo dieci ballottaggi. E, come è straovvio, li hanno vinti quasi tutti: a Guidonia, ad Ardea, a Carrara, a Fabriano, a Canosa, ad Acqui Terme, a Mottola e a Santeramo in Colle. Compito facile: in tutti questi casi si contrapponevano a un candidato del centrosinistra e quindi ricevevano tutto il bottino del centrodestra o a un candidato del centrodestra e venivano doverosamente sospinti dal centro sinistra. Gli è andata male sono ad Asti – ove il distacco dal centrodestra era abissale – e a Scordia, in Sicilia, ove il confronto era con liste civiche, del tutto impermeabili alle matematiche nazionali.

“Inesorabile crescita”

Non c’è molto da aggiungere. Naturalmente questo non significa che il grillismo è agonizzante. Anzi, faticherete oggi a trovare un solo commentatore che non vi ammonisca a non dare per morto il movimento di Beppe Grillo. Due considerazioni sono invece d’obbligo: la prima riguarda la assoluta marginalità culturale di un movimento che vive di improvvisazioni; la seconda, direttamente collegata alla prima, è che per selezionare personale politico accettabile non bastano le sinfonie digitali. Dopo di che lasciamo che il vecchio, vecchissimo (mentalmente) Di Maio legga in queste elezioni la “lenta ma inesorabile crescita” dei 5 Stelle.

Contributi non equidistanti

Un risultato però i grillini lo hanno ottenuto: anche senza esprimere un orientamento univoco, nella maggior parte dei casi hanno contribuito al successo dei candidati di centrodestra. Fra i più significativi episodi: Genova, Alessandria, Pistoia, Todi, Monza, Riccione, Avezzano. Ci sono anche esiti di segno opposto (per esempio, Lucca e Chivasso), ma in misura largamente inferiore. L’elettorato grillino non è militarizzato, ma, nella misura in cui asseconda l’orientamento di Grillo, ha generalmente scelto di favorire il centrodestra.

Lombardia amara

Non inaspettata, ma comunque dolorosa, è stata la caduta di tutti i capoluoghi di provincia lombardi governati dal centro sinistra. Pesante la sconfitta di Lodi (effetto Uggetti, certamente), ove Sara Casanova ha dato quasi 14 punti a Carlo Gendarini. Più contenuto numericamente l’insuccesso a Como (52,68 per il leghista Landrascina contro il 47,37 di Traglio) e quasi un photofinish a Monza, ove il sindaco uscente Roberto Scanagatti è arrivato a 48,67 contro il 51,33 del leghista Allevi. Lombardia amara anche a Legnano, a Magenta, nella storica Sesto San Giovanni (che tonfo per la sindaca uscente Chittò, ferma al 41,37%!), a Meda, a Tradate, tutti comuni governati dal centrosinistra. A parziale consolazione, le conferma del centrosinistra a Crema, a Lissone, a Melegnano a San Donato.

In Piemonte, persi Alessandria e Asti, resta al centrosinistra Cuneo (già al primo turno), la Lega conquista Omegna, il centrosinistra mantiene Rivalta, Chivasso e Savigliano, mentre Acqui celebra uno dei rari successi grillini.

Piacenza cambia rotta

La fascia centrale italiana è ancora una zona “rossa”? In Emilia-Romagna si è votato in pochi centri, ma di rosso si è visto ben poco. Di Parma abbiamo detto. Aggiungiamo Piacenza, che ha visto il centrodestra strappare al centrosinistra l’amministrazione cittadina, e con uno scarto pesante: Patrizia Barbieri è il nuovo sindaco con oltre il 58%. Passano al centrodestra anche Budrio e Vignola, mentre Riccione conferma sindaca Renata Tosi (cd, 51,45), grazie al decisivo contributo dei grillini.

Si salva l’“isola bianca”

E la Toscana rossa? Se cade pure Pistoia (dopo Grosseto, Arezzo, Prato…), come si potrà continuare a credere in questa tipologia cromatica? Infatti, l’unico sospiro di sollievo in Toscana il centrosinistra lo tira a Lucca, un tempo “isola bianca”, che però ieri ha confermato sindaco Alessandro Tambellini, anche se allo sprint (50,52 contro Remo Santini). A Pistoia, il sindaco uscente Bertinelli si presentava con 11 punti di vantaggio su Alessandro Tomasi: è finita 54,28 a 45,72 per il candidato di Giorgia Meloni. Trionfo grillino a Carrara: per De Pasquale (65,57) hanno votato tutti, tranne i reduci del centrosinistra (34,43 per Andrea Zanetti.

Duelli in famiglia

In Umbria, il centrodestra ha espugnato Todi, mentre nel Lazio, dopo Frosinone, anche Rieti è passata alla destra. Il sindaco uscente Petrangeli ha ceduto all’ex sindaco Cicchetti per cento voti (50,20 a 49,80). In Campania non c’erano in gioco capoluoghi di provincia. Comunque, alcuni grossi centri erano interessati al ballottaggio. Qui il centrosinistra ha mostrato una tenuta maggiore. In certe regioni evidentemente il localismo ha un peso considerevole. Conquistati San’Antimo, Melito, Somma Vesuviana, Torre Annunziata e Bacoli, ove il candidato di centrosinistra (Picone) ha prevalso di poco su Della Ragione, rappresentante della sinistra. Anche ad Arzano duello in “famiglia” fra Fiorella Esposito, della sinistra (56,26) e Gennaro Di Mare (centrosinistra, 43,74)

In Puglia quasi un en plein

In Puglia la grossa sfida era a Taranto. Il caso Ilva forse non ha pesato più di tanto e il centrosinistra è riuscito a mantenere il Comune, con Rinaldo Melucci che con il 50,91 sconfigge Stefania Baldassarri e succede a Ippazio Stefano. E vittoria del centrosinistra anche a Lecce, ove Salvemini, con un apparentamento politicamente anomalo con Delli Noci (un altro caso Iesolo), diventa sindaco con il 54,76 %. Lecce non era considerata una “roccaforte rossa”. Da notare, in Puglia, tre ballottaggi favorevoli ai grillini (Canosa, Santeramo in Colle e Mottola), ma anche vittorie del centrosinistra in importanti centri come Martina Franca, Galatina, Molfetta, Galatone.

Catanzaro ha confermato Sergio Abramo, del centrodestra, sindaco per la quarta volta, mentre a Paola e Acri, il centrosinistra strappa il Comune al centrodestra o alle liste civiche. E lo stesso avviene a Policoro (Basilicata).

Il falso ballottaggio di Trapani

In Sardegna si votava ad Oristano e Selargius. In entrambi i casi ha vinto il centrodestra. Ad Oristano, la sconfitta della candidata del centrosinistra, Maria Obinu, è stata rovinosa (Andrea Lutzu ha vinto con il 65,23), visto che l’amministrazione uscente era di centrosinistra.

In Sicilia, dopo il trionfo di Orlando di due domeniche fa, i fari erano puntati su Trapani. Il ritiro, furbesco, di Girolamo Fazio che aveva ottenuto quasi il 32 %, ha mandato a vuoto il ballottaggio. Per diventare sindaco, Pietro Savona del centrosinistra avrebbe dovuto raggiungere il 50%. Ha ripetuto più o meno il risultato del primo turno, 26%. Ergo, Trapani verrà commissariata.

 Al voto solo il 46 %

Un’ultima nota riguarda l’affluenza alle urne. E’ abbondantemente sotto il 50%. Ieri la media è stata del 46,03, oltre dieci punti in meno del primo turno. In alcuni comuni, specie al sud, il calo è stato di decine di punti. Melito al 34, Ardea al 39, Taranto al 32,9!, Gorizia al 44, Senago e Lissone al 42, solo per fare qualche esempio.

Antipolitica? Certamente lo schieramento più penalizzato dalla rinuncia al voto appare quello dei 5 stelle.

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