I Diari di Bruno Trentin, editi da Ediesse. Ampi stralci dalla Prefazione di Iginio Ariemma

I Diari di Bruno Trentin, editi da Ediesse. Ampi stralci dalla Prefazione di Iginio Ariemma

Trentin supera del tutto la classica distinzione tra libertà formale e libertà sostanziale e così per la democrazia. “La democrazia e la libertà – scrive – sono in realtà l’inizio di una storia di cui non si conoscono gli approdi. Ma un inizio senza il quale non c’è sviluppo né società né individuo”. Questo si legge nel diario del 1989 riflettendo sul crollo del comunismo reale e sulle rivoluzioni antitotalitarie (democratiche gli sembra eccessivo) dei Paesi dell’Europa dell’Est. La scelta non si presta ad equivoci. In un altro passo rafforza l’assunzione di tale scelta. Non la lotta per un egualitarismo astratto deve essere l’obiettivo, annota, ma “il diritto all’eguaglianza delle opportunità, come terreno principale di affermazione della libertà e della libertà come prerogativa individuale della persona”.

Sottolineo la parola diritto che precede le pari opportunità e la libertà come diritto di ogni uomo. E poco dopo aggiunge: “Bisogna lavorare in questa direzione. Mi sembra che qui stia la radice di tutta la riflessione che vorrei riuscire a sistemare sul conflitto tra oppressione e sfruttamento nei tentativi socialisti di realizzare l’uguaglianza (dei risultati) rinviando nel tempo la piena realizzazione dei diritti e della libertà della persona (e l’uguaglianza delle opportunità)”. Ovviamente per lui l’oppressione della libertà nei luoghi di lavoro, non lo sfruttamento economico è la questione prioritaria.

Trentin ha una concezione ampia e innovativa dei diritti dell’uomo. Infatti scrive nel diario: “La dignità dell’uomo è garantita dalle pari opportunità di godimento dei diritti sociali fondamentali e di quei nuovi diritti (all’informazione, alla formazione, all’autogoverno del lavoro) che vanno implementati dalla lotta rivendicativa e dalla legislazione sociale”. E si rende conto che le pari opportunità pongono problemi ben maggiori “nella società dei diversi”, anche per il sindacato.

Tra i diritti quello più importante per Bruno è sicuramente il diritto al lavoro, perché è – soprattutto e prima di tutto, anche se non ha una visione totalizzante né esclusiva – tramite il lavoro che la persona autorealizza se stessa, il proprio progetto di vita.

Su questo punto lavora tutta la vita, guardando specialmente ai lavoratori subordinati, per dare loro maggiore potere di intervento e di controllo sulle condizioni di lavoro e sulla organizzazione produttiva: dai delegati e dai Consigli di fabbrica della fine degli anni sessanta e dell’autunno caldo fino alla “compartecipazione progettuale” che ricorre spesso nelle note del diario preparando i materiali per il programma della Cgil. È in atto, scrive, una trasformazione del processo produttivo industriale (la crisi del fordismo e l’affermarsi dell’economia digitale) che potrebbe cambiare radicalmente il lavoro umano e che comporta un profondo rinnovamento del sindacato. Ha colto molto bene questa novità Jacques Delors quando nella prefazione francese a “La città del lavoro”scrive che Bruno va alla radice del lavoro, al suo fondamento, e in questo modo supera ogni visione di cogestione o autogestione e “fa emergere, senza ingenuità e senza illusioni, l’intelligenza collettiva dei lavoratori” che richiede il “concorso di tutti”, dall’operaio all’ingegnere al programmatore al responsabile dell’impresa. Infatti Bruno parla di coinvolgimento o compartecipazione progettuale, che ovviamente non annulla, in linea di principio, l’autonomia e la conflittualità sindacale.

Il diritto al lavoro è per lui tanto importante che deve essere considerato e divenire un diritto di cittadinanza, al pari degli altri, presenti nella Costituzione. Infatti deve essere un diritto della persona, la base principale del diritto soggettivo, così come nel pensiero liberale è stata ed è la proprietà privata. La polis, cioè la comunità politica nel suo significato più profondo di ricerca del bene comune e della libertà eguale, è “La città del lavoro”, il titolo dell’opera che più amava.

Nel diario di questi anni il tema della democrazia è uno dei più ricorrenti. Legge parecchio: Kant, Polanyi. Kelsen, Rousseau, Condorcet, Tocqueville, Dahrendorf, Bobbio, libri e saggi sulla democrazia economica. Partecipa anche a seminari di studi con esponenti di alta qualità europei, come quello, curiosamente intitolato, su “Stato e società civile, come democratizzare la democrazia”.

Della democrazia italiana ha una visione marcatamente pessimista: “imputridita e avvelenata”. Giudizio che non concerne soltanto il sistema politico e i partiti, ma anche la società civile e le sue istituzioni, compresi i sindacati. Una società civile sempre più “disgregata”. La vittoria di Berlusconi nelle elezioni del 1994 sorprende anche lui, ma fino ad un certo punto, poiché già aveva messo in luce alcuni fattori del neopopulismo, in particolare i rischi del prevalere della società dello spettacolo, molto individualista e voyeurista, oltre che arrogante e violenta, che si manifesta in parte anche tra i lavoratori e persino nel sindacato con un massimalismo corporativo, rissoso e antiunitario.

Ma anche sulla democrazia europea non è ottimista. Trentin coglie perfettamente la contraddizione di fondo dell’integrazione europea dopo il crollo del comunismo all’Est: da una parte la necessità di andare decisamente verso una unità politica forte e più coesa (anche dopo la scelta della moneta unica), dall’altra parte il proliferare dei nazionalismi che mettono in discussione principi e valori imprescindibili quali i diritti umani, l’equilibrio ecologico, i diritti delle minoranze che richiedono una cultura che vada ben al di là dell’autodeterminazione nazionale. Il federalismo europeo è parte integrante della sua storia, ce l’aveva nel sangue, come diceva.

La visione della democrazia di Trentin è per un certo verso “eretica”poiché prevalente se non dominante è l’autotutela individuale e collettiva, tramite le istituzioni della società civile (sindacati, associazioni, mass media ecc.), della libertà e dei diritti. Nel diario c’è una sorta di irritazione verso un modo vecchio di pensare, mentre ci si chiede “Quale democrazia”, durante la discussione sulle tesi del programma del partito. Siamo all’inizio del collasso del cosiddetto socialismo reale. “Occorre uscire dal fumo, dice, quando si afferma l’attualità del socialismo come processo o come movimento e la identificazione con l’espansione della democrazia. Quale democrazia? Prima di tutto, partendo da dove? I cosiddetti valori della democrazia liberale con i quali persiste una notevole riluttanza a fare i conti sino in fondo …”.

“E andando dove” aggiunge. Egli ritiene che si debba andare oltre, verso quella che poi definirà “la riforma della società civile”, con diritti, regole ed anche doveri, tali da costituire un tessuto che rafforzi la democrazia di base ad anche quella rappresentativa. In questo ambito fondamentale è non tanto la democrazia economica, che è un concetto fumoso, ma la democrazia e la partecipazione nei luoghi di lavoro e dell’impresa. Questa è la democrazia socialista. Il socialismo possibile è un processo, non un sistema. Del resto neppure il capitalismo è per lui un “ente” o un sistema, ma un fenomeno e una struttura processuale.

La sua concezione della democrazia richiede l’esercizio quotidiano dei diritti e della libertà per vincere le resistenze, le iniquità e la corruttibilità del potere politico, per quanto eletto democraticamente. Il potere per Bruno è imprescindibile dal vivere civile e sociale, ma è per natura teso a perpetuare se stesso e a mettere freni all’au­toaffermazione della libertà. Contrario alla personalizzazione del potere, è ostile anche al potere oligarchico, poiché l’élite, per dirlo con le parole del suo professore, relatore della sua tesi di laurea, Enrico Opocher, “è una minoranza che può, hic et nunc, condizionare la volontà e l’azione di altri individui, malgrado l’assoluta estraneità della loro vita”, e dunque può coartare la libertà.

Sul potere significative sono le riflessioni dei diari sul giacobinismo e su Robespierre, in occasione del bicentenario della rivoluzione francese. “Non esiste per Robespierre – scrive – il primato del potere nella politica e sulla morale, non esiste autonomia del politico, non è un Hobbes né Marx”. E conclude con notevole e severa acutezza: “Per principio condanna gli altri e perde se stesso”. “C’è una grossolana identificazione – precisa – fra il giacobinismo dell’Ottocento e del Novecento, in tutte le sue varianti (garibaldine, crispine, craxiane, ma anche gramsciane e leniniste) con la ricerca tormentata dei giacobini, anch’essa segnata da contraddizioni e differenze, ma sempre mossa da una intima coerenza morale che resistette ad ogni concezione machiavellica del potere”.

La sua concezione della politica è conseguente a quanto detto. Per Trentin la politica ha senso e valore se contiene e persegue un progetto di società. Non può limitarsi alle strategie e tattiche per l’accesso e per la gestione del potere. Per che cosa si gestisce il potere? A quale fine? Con quale consenso popolare? si chiede. L’ultima battaglia di Trentin è stata quella contro il trasformismo che sta avvelenando tutta la politica italiana, ma in particolare la sinistra, incapace di dotarsi di un progetto credibile di trasformazione della società italiana e del sistema politico, compreso il partito che dovrebbe raccogliere l’intera sinistra.

Un progetto non elitario né da partito pigliatutto ma profondamente radicato nel popolo. Il timore della deriva trasformistica è molto presente in questi diari. Una deriva che non si interrompe e non si batte, secondo lui, attraverso la difesa di un’astratta identità, tanto più se passata e perduta, ma tramite nuove categorie di ricerca, nuovi programmi, nuovi uomini. È favorevole ad un sistema politico impostato sull’alternanza democratica tra i due poli, quello di sinistra e quello di destra. Ma per essere solida deve basarsi su un comune consenso sui principi costituzionali e deve trovare fondamento in programmi e partiti forti, non su schieramenti pasticciati ed elettoralistici che in definitiva favoriscono le divisioni e le scissioni trasformistiche.

Nitida è la figura di Trentin che emerge dal diario: un uomo di grande spessore umano e intellettuale. Con le sue debolezze e fragilità, è ovvio, con i suoi momenti di delusione, di disperazione e persino di acuta depressione. Bruno amava un verso della canzone più popolare della Comune di Parigi, “Il tempo delle ciliegie”: “Non evito di vivere per non soffrire”. Aveva una forte volontà, ma soprattutto, come testimoniano questi diari, sincerità verso se stesso, che è la condizione primaria per affrontare le traversie e gli ostacoli di ogni giorno.

Era un intellettuale, colto, cosmopolita, con il gusto della vita. Chi legge questi diari sarà colpito dall’enorme massa di letture, dai racconti sui viaggi in mezzo mondo e dallo spirito di ricerca non dogmatico, libero, che non ha alcuna paura del nuovo; e si confronta assiduamente con i processi della realtà, sebbene abbia sempre il massimo rispetto della tradizione e delle opinioni e delle valutazioni altrui. Uno spirito di ricerca che è anche una passione perché diretto in prevalenza alla liberazione del mondo del lavoro, la sua scelta di gioventù.

I sei anni raccontati nel diario sono anni di fuoco, in cui Bruno Trentin ha cercato di lasciare un segno forte nella Cgil che è stata la sua vita: rinnovare dalla radice il ruolo del sindacato di fronte al mondo sempre più globale, dinanzi alla rivoluzione industriale e tecnologica in corso, di fronte all’Europa federata che deve essere costruita e ad una società e ad una politica in profondo movimento dopo il crollo del comunismo. C’è riuscito? Se si guarda il seguito, con tutta franchezza occorre dire che purtroppo il suo messaggio rimane tuttora in larga parte inascoltato.

Aprire questo diario dà speranza. Perché il sindacato di Trentin, negli anni 1988-1994, di rottura e di grande travaglio, pur tra inciampi e difficoltà, è stato capace di trattare, in modo unitario e non corporativo, tutta la gamma dei problemi del mondo del lavoro e, insieme, di lottare per i diritti universali al fine di dare vita ad una nuova cittadinanza sociale, ad una nuova cultura e civiltà che ha i suoi fondamenti nel lavoro e nella libertà della persona umana. Credo che oggi, di fronte alla crisi attuale del sindacato, di tutti i sindacati, e più in generale della democrazia, da qui, dal suo pensiero occorra partire.

Da Rassegna.it