Gli effetti politici di una convulsa giornata parlamentare, dopo l’affossamento del Fianellum

Gli effetti politici di una convulsa giornata parlamentare, dopo l’affossamento del Fianellum

Dopo la convulsa e complessa giornata parlamentare di giovedì, con il sostanziale ritiro della riforma elettorale Fianellum concordata da Renzi-Berlusconi-Grillo-Salvini, dopo il passaggio di un emendamento sull’adeguamento del sistema anche al Trentino Alto Adige, presentato da Micaela Biancofiore e sostenuto dai grillini, istituzioni e forze politiche si apprestano a valutare come procede nel futuro immediato. Intanto, si sa che al Quirinale c’è “preoccupazione” per la situazione che si è creata tra le forze politiche rispetto al dialogo avviato su una legge elettorale condivisa. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha seguito – si è appreso – con molta attenzione l’attività parlamentare odierna. E probabilmente avrà mal digerito l’affondamento sostanziale del Fianellum. Dal Quirinale trapela soprattutto la preoccupazione per cui saltato il patto per una legge condivisa dall’80% del Parlamento, come in un primo tempo si era fatto credere, si possa cedere al tentativo del decreto legge firmato Gentiloni per la conferma dell’Italicum modificato dalla Consulta per la Camera e omogeneizzato al Senato. Se così fosse, il cerino nelle mani di Mattarella brucerebbe forte, e non è detto che il presidente accetti di sciogliere le Camere, senza una legge coerente, che riesca ad assicurare rappresentatività e governabilità e che non passi per il voto di fiducia (sul decreto, ovviamente). Non a caso, Pierluigi Bersani in serata, nel corso di un comizio elettorale in provincia di Bologna, ha voluto affrontare proprio questo tema, a testimonianza della possibilità che la previsione si avveri: “Non si azzardino a fare un decreto e a mettere la fiducia, perché siamo in un sistema democratico e parlamentare: non possono stoppare un parlamento che sta votando e fare un decreto su una legge elettorale. Siccome sento dire questa cosa, se la tolgano dalla testa”. E se Bersani “sente dire”, a Mattarella saranno fischiate le orecchie.

Il Pd riunisce al Nazareno la segreteria con i capigruppo. Ora si attende il voto amministrativo di domenica, poi si studieranno le mosse per la legge elettorale

Molto probabilmente su questo scenario hanno discusso al Nazareno Renzi, i capigruppo e i membri della segreteria. Intanto, sembra che il Pd abbia deciso di frenare sul voto anticipato, ma meglio non esserne sicuri. Prende una pausa di riflessione, che passa per il voto delle amministrative di domenica e per la ripresa dei lavori in Parlamento. Un rallentamento che manda in soffitta la prospettiva, semmai qualcuno l’avesse coltivata, di un voto anticipato a settembre che a meno di sorprese eclatanti, che però non passano per il decreto legge, per la sua tempistica, non pare più percorribile. E non sono solo le minoranze, apertamente contrarie ad anticipare le urne, a pensarla così. Anche una parte della maggioranza dà ormai per acquisito che a settembre non si voterà. Con lo stop in aula, infatti, il varo della legge elettorale rischia di slittare definitivamente, scardinando il calendario che voleva l’approvazione a giugno alla Camera e a luglio al Senato. La scadenza temporale è la principale delle condizioni, spiegano, che andrà verificata. E aggiungono che al Nazareno c’è scetticismo sulla possibilità che questo Parlamento possa arrivare ad approvare una legge. Ma non sarà il Pd a chiedere con insistenza un decreto di armonizzazione della legge elettorale, anche se oggi il coordinatore della segreteria dem Lorenzo Guerini ha ribadito che a questo punto non ci sono più le condizioni per una riforma, ma ci sono le sentenze della Corte Costituzionale.

Irrompe Berlusconi: “elezioni rapide con una legge adeguata”. Ma quale?

“L’incidente di oggi in Aula, su un emendamento non condiviso dal quale Forza Italia ha preso immediatamente le distanze, non è una buona ragione per accantonare uno sforzo generoso sul quale avevamo trovato una convergenza con il Partito democratico, con i Cinque Stelle e con la Lega”, scrive in una nota il leader Fi, Silvio Berlusconi. “Sta ora alle forze politiche dalle quali quell’accordo era nato, prima di tutto il Pd – aggiunge – continuare sulla sola strada che consente elezioni rapide con una Legge elettorale adeguata. Se il partito di Renzi non lo facesse, prendendo a pretesto un incidente d’Aula, si assumerebbe una grave responsabilità”. Berlusconi osserva, inoltre, ‘penso che le elezioni senza una legge elettorale omogenea e adeguata siano molto difficili, pur a fronte della crisi politica in atto. Noi invece vogliamo che gli italiani possano scegliere al più presto da chi essere governati, dopo quattro governi non scelti dal popolo, con una legge elettorale che sappia rispecchiare senza alterazioni il consenso espresso dagli elettori. La legge in votazione alla Camera è una soluzione di responsabile equilibrio che tiene conto del fatto che le leggi sulle regole devono ottenere la massima condivisione possibile”.

E per Luigi Di Maio, 5Stelle, “la legislatura finisce qui”

“Adesso basta, andiamo a votare: questa legislatura finisce qui”, dice Luigi Di Maio, vice presidente della Camera (M5S), dopo che la maggioranza a quattro sulla legge elettorale è venuta meno. E afferma, “per responsabilità del Pd, come accadde con i 101 contro Prodi a inizio legislatura”. Di Maio ha ricordato che la decisione spetta al Presidente della Repubblica, “ma noi abbiamo fatto di tutto per andare incontro al suo appello per la legge elettorale” ma “si può votare subito, con la legge uscita dalla Consulta”.

Intanto, il presidente della Commissione Affari costituzionali fa i conti su come procedere: “martedì ho convocato l’ufficio di presidenza della Commissione e in quella sede decideremo come procedere. Naturalmente poi la Conferenza dei capigruppo dovrà indicarci quando la legge dovrà tornare in Aula”.