Comunali. Centro nord. Da Genova, a La Spezia. Da Verona a Padova, a Monza a Sesto e in Piemonte, centrodestra in netta rimonta. Centrosinistra arranca. I grillini fuori

Comunali. Centro nord. Da Genova, a La Spezia. Da Verona a Padova, a Monza a Sesto e in Piemonte, centrodestra in netta rimonta. Centrosinistra arranca. I grillini fuori

Genova è in bilico. Il centro sinistra non l’ha saputa riconquistare – dopo lo sbiadito quinquennio di Doria -, ma il centro destra non l’ha ancora occupata. Al ballottaggio del 25 giugno Marco Bucci, candidato del centrodestra si presenterà con un vantaggio di oltre cinque punti, 38,80 a 33,39: un gap cospicuo, ma non sufficiente a garantirgli il successo. Bucci guida uno schieramento che qui, nel capoluogo regionale, è veramente a traino leghista, perché il partito di Salvini sfiora da solo il 13%, mentre Forza Italia raggiunge appena l’8. Regista di questa operazione, che potrebbe anche concludersi con la fine della lunga egemonia della sinistra sulla città della Lanterna, è sicuramente Giovanni Toti, che, a due anni dalla sua elezione a presidente regionale, prosegue, fin qui con successo l’operazione di rassemblement con la Lega, non si sa quanto gradita a Berlusconi, smussando gli angoli e i punti di frizione.

Genova era il bersaglio principale del centrodestra in questa tornata amministrativa. Con il voto di ieri, si può dire che le condizioni per realizzare questo obiettivo non sono trascurabili. Ma la partita è ancora aperta, perché Bucci ha fatto praticamente il pieno del voto conservatore, mentre per il secondo turno, Crivello potrebbe sperare nel soccorso della lista dell’ex grillino Putti (4,87).

A Genova, soprattutto, c’è l’incognita del voto grillino

A Genova, se non altro, il Movimento 5 Stelle riesce ad avere una percentuale a due cifre e a collocarsi al terzo posto, con il suo candidato Pirondini. Ma ben al di sotto delle aspettative di Grillo. Nel capoluogo ligure i grillini si giocavano moltissimo, e non solo perché è la città del loro boss. Tutti ricordiamo il grottesco episodio della cancellazione delle “comunarie” che avevano indicato in Marika Cassimatis la candidata del movimento. Destituita da Grillo con un memorabile “fidatevi di me”, la Cassimatis ha corso da sola, realizzando un esiguo bottino. Ma il candidato Pirondini, nominato direttamente da Grillo, è rimasto lontanissimo dai due principali contendenti, ottenendo il 18,07%. Insomma, il “fidatevi di me” non ha funzionato, forse per la debolezza intrinseca di Pirondini, forse per il fastidio che la prepotenza di Grillo suscita anche in molti simpatizzanti; ma anche per la generale caduta dell’alta tensione grillina, che è, come si è visto, la caratteristica principale di queste elezioni.

Che faranno il 25 giugno gli oltre 41.000 voti presi da Pirondini ieri? Naturalmente ci sarà un dichiarato disimpegno ed un non meno dichiarato non allineamento. Ma, siccome è improbabile che gli elettori grillini stiano tutti a casa il giorno del ballottaggio, ci si chiede se si verificherà qualcosa di analogo alle più recenti tornate amministrative, cioè un sostanziale, anche se non contrattato appoggio alle liste di centro destra, o se si procederà in ordine sparso. Una cosa è certa: la pesante e generalizzata perdita di voti dei grillini è contestuale alla robusta crescita (o ricrescita) delle liste di centrodestra, a Genova come altrove. Se questo significa che dell’elettorato trasversale grillino una parte consistente è già tornata a una delle due case madri (il centrodestra), nei ballottaggi il centrosinistra non dovrebbe soffrirne.

Questo ragionamento potrebbe valere anche per l’altro capoluogo comunale ligure, La Spezia, altra città di tradizione di sinistra (ahimè come sono sempre più vacillanti le tradizioni), dove il candidato di centrosinistra, Manfredini, arriva al ballottaggio con oltre sette punti di distacco da Parecchini del centrodestra (32,71 a 25,07). E anche qui, l’abile regia di Toti è riuscita a saldare tutte le anime del centrodestra, al punto che Forza Italia non si è neppure materializzata con il proprio nome, mentre è notevole il successo di Fratelli d’Italia, che ha espresso il candidato e ottenuto quasi il 14% dei voti. Ma le cose potrebbero sensibilmente cambiare al secondo turno, non tanto per il ruolo della grillina Del Turco (quarta con 8,80%), quanto perché potrebbe ricomporsi il quadro di una sinistra che al primo turno – esattamente al contrario del centrodestra – si è presentata frazionatissima. Ci sono 4 liste (Forcieri, Melley Lombardi e Ruggia), che ieri insieme hanno superato il 20%, che sono assai più distanti da Parecchini che da Manfredini. Possono decidere il ballottaggio.

Nel Veneto di Zaia si guardava soprattutto a Verona e a Padova

Su Verona Salvini puntava molto. Doveva dimostrare che Tosi, il “dialogante”, pacifico Tosi, era stata una spiacevole parentesi, una effimera eresia leghista, dopo la quale si sarebbe tornati alla focosa bellicosità di sempre. Se questo era – e certamente lo era – l’obiettivo di Salvini, bisogna dire che, almeno alla prima mano il colpo non è riuscito. Sboarina, leghista doc, non è riuscito a raggiungere neppure il 30%. Troppo poco per essere certo di farcela al ballottaggio. Soprattutto perché al ballottaggio dovrà vedersela con la senatrice Bisinella (23,54), la quale è talmente “tosiana” da essere la compagna di vita dell’ex sindaco. Il successo della Bisinella dimostra l’esistenza di una base veronese (probabilmente più vicina a Berlusconi che alla Lega), che non accetta il cosiddetto “traino salviniano”. E questa base potrebbe essere consistentemente irrobustita il 25 giugno prossimo dai voti sia del grillino Gennari (9,5), sia della renziana Salemi (che con 22,48 è stata a lungo in corsa per il ballottaggio).

Anche Padova va al ballottaggio, con un favorito d’obbligo, cioè il sindaco uscente Bitonci, leghista. Il quale parte da un robusto 40,9, ma dovrà fare i conti con la possibile convergenza su Giordani (Pd) dei voti di un’altra lista che si situa grosso modo a sinistra, quella di Lorenzoni. Insieme, Giordani e Lorenzoni superano il 50 %, ma è improbabile che il ballottaggio cementifichi completamente una sintonia che è mancata completamente in campagna elettorale. Bitonci esce da una sindacatura assolutamente deludente, caratterizzata da una rissosità senza precedenti nel centrodestra: questo l’elettorato padovano lo sa e lo ha anche dimostrato col voto di ieri. Sarà una contesa abbastanza equilibrata, con la pressoché totale assenza, anche qui, di un significativo ruolo grillino (Borile solo al 5,25!).

In Lombardia, il centrodestra vuole riconquistare importanti capoluoghi che ultimamente gli erano sfuggiti

Se la sinistra riuscirà a mantenere uno di questi tre capoluoghi, sarà un successo. Se saranno due si stapperà lo champagne. L’esito più incerto sembra quello di Monza, ove il sindaco uscente Scanagatti si presenta al secondo turno ancora al primo posto, ma con un margine assolutamente esiguo sul candidato del centro destra Allevi (39,91 a 39,84). Decideranno i grillini di Sindoni (7,64) o le liste locali di Maffè (5,23) e Piffer (4,84). Vicino a Monza c’è la un tempo rossissima e operaissima Sesto San Giovanni: è ormai preistoria. Ieri la candidata del Pd Chittò è arrivata al 30,97 % (Oldrini cinque anni fa era stato eletto al primo turno) e avrà un compito difficile al ballottaggio con Stefano (26,09). A Lodi, il Pd sconta lo scandalo Uggetti (sotto inchiesta) e rischia di perdere questo feudo di Guerini, perché il nuovo candidato sindaco del centrosinistra, Gendarini, è appena al di sopra del 30% e al ballottaggio dovrà vedersela con la leghista Casanova (27,3), che potrà certamente contare su buona parte dei voti della lista civica di Maggi (15,5). Poi c’è l’incognita grillina (Casiraghi, 9,58). Infine Como. Non molte le probabilità che il centrosinistra, dopo il quinquennio Lucini, riesca a riconquistare l’amministrazione. Landriscina, che ha puntato quasi tutto sui temi della sicurezza, va al ballottaggio con otto punti di vantaggio (43,7 a 36,8) su Traglio, che invece si è impegnato soprattutto su cultura e turismo. Più che i grillini (qui solo al 5,4) decideranno le liste civiche, soprattutto quella di Rapinese, che ha superato il 22.

In Piemonte, difficile la conferma delle giunte di centrosinistra di Asti e Alessandria

Ad Asti, la candidata del Pd Angela Motta, alla guida di una lista molto pd e poco centrosinistra, ha rischiato addirittura di non fare neppure il ballottaggio. Quando mancava una sola sezione, era ancora staccata di qualche voto dal grillino Cerruti. Ha deciso l’ultima sezione e la Motta ha ottenuto il diritto al ballottaggio con 5093 voti contro 5080 di Cerruti. Magra consolazione: fra due settimane dovrà vedersela con Rasero, che ha sfiorato il 48! Cinque anni fa il centrosinistra aveva vinto al primo turno con il 56 %! Molto più aperta la partita di Alessandria, ove la sindaca uscente Maria Rita Rossa ha ottenuto il 31,94, contro il 30,24 del leghista Cuttica. In queste due settimane di campagna supplementare, si darà la caccia ai voti del grillino Serra (12,31), del fittiano Locci (8,21) e dell’ex vicesindaca Trifoglio (11,59). La forte impronta cattolico-progressista di quest’ultima potrebbe risultare determinante. Infine una parziale consolazione per il centrosinistra viene da Cuneo, con la rotonda conferma del sindaco uscente Borgna: 60,06. Ma, anche se il pd era parte consistente di questa lista (ha ottenuto il 19,7), Borgna appare un sindaco di difficile etichettatura: più un “civico” che un centrosinistra.